Arts and Culture Magazine

Vita di Gia

1 luglio 2014 by Vittoria Barbiero
Prima di Cindy, Christy e Linda, c’era solo un nome: Gia. Breve storia di una breve vita nel glitterato universo della New York di fine anni ’70.

È difficile ricostruire una successione cronologica di eventi, o tracciare una chiara linea di demarcazione tra cosa sia realtà e cosa sia entrato nel mito riguardo la vita di Gia Carangi. I dati anagrafici non sono assolutamente indicativi delle tappe passate nella sua vita: le sue esperienze sono state condensate in un lasso di tempo talmente breve che ogni anno equivale a dieci. E così le date risultano dei meri miliarii che ci danno le indicazioni su nascita, morte, e servizi fotografici; nasce il 29 gennaio del 1960 a Philadelphia, e muore il 18 novembre del 1986 per complicazioni legate all’AIDS. La sua folgorante (letteralmente) carriera comincia nel 1978 quando viene fotografata da Chris von Wangenheim, e finisce nel 1982 con l’ultima copertina per Cosmopolitan, fotografata da Francesco Scavullo. In soli ventisei anni di vita e quattro di carriera, Gia è riuscita ad ottenere il lusinghero titolo di prima supermodella e quello, decisamente meno ambito, di prima donna di rilievo a morire per una malattia allora quasi sconosciuta.

Gia, in una foto nel suo appartamento

Una polaroid probabilmente raccolta, insieme ad altre che era solita tenere, dentro uno dei suoi diari

Una persona tremendamente contraddittoria, sempre in bilico tra la bambina viziata e una giovane fragile donna, tra il ragazzaccio e la femme fatale, tra la top model e la ragazza della porta accanto, tra l’irrequietezza e la familiarità: tutti questi tratti hanno fatto di Gia una delle ragazze più richieste dalla moda della fine degli anni ’70, che fino a quel momento aveva preferito bionde e filiformi valkirie dai lunghi capelli lisci e occhi da Bambi. Da quando questa ragazzina di sedici anni, alta poco più di un metro e settanta, con i capelli ricci e scuri e una (oddio!) taglia 40 viene notata e fotografata in una discoteca di Philadelphia da Maurice Tannenbaum, nel giro di pochi mesi si trasferisce a New York, dove la prestigiosa agenzia di Wilhelmina Cooper le offre un contratto sull’unghia, proprio per la sua peculiarità: di origini italiane, i suoi tratti, il suo fisico e i suoi colori erano stati notati – con occhio lungo, circa dieci anni prima della vera era delle supermodelle – come qualcosa di nuovo, fresco, ricercato. La freschezza e la spontaneità del suo sguardo e del suo comportamento sul set, che i fotografi inizialmente odiavano (Francesco Scavullo dirà di lei che non aveva «mai conosciuto qualcuno così entusiasticamente libero e spontaneo, che cambia in continuazione, che si muove in continuazione», cosa che lo aveva «mandato ai matti» finché non si è «fatto furbo e imparato a mettere a fuoco più velocemente – è come fotografare uno stream of consciousness»1), derivavano precisamente dalla sua personalità peculiare; apertamente omosessuale, Gia era conosciuta nel mondo della moda perché “she did her own thing”2, faceva di testa sua: era capace di abbandonare un servizio a metà perché annoiata, scappare leggendariamente insieme a uno sconosciuto motociclista con indosso un abito couture da migliaia di dollari, o cancellare un’intera settimana di appuntamenti perché non era convinta del taglio di capelli.

Gia fotografata da Chris von  Wangenheim

Gia comincia ad essere ricercata immediatamente dai più grandi fotografi di moda, da Arthur Elgort, a Richard Avedon, ad Helmut Newton, e dalle più grandi maison, da Christian Dior a Oscar de la Renta. Dal quel suo primo importante servizio con Chris von Wangenheim, in cui apparve in un nudo integrale dietro a una rete di recinzione insieme alla truccatrice Sandy Linter, con la quale manterrà poi una duratura amicizia (e forse una relazione amorosa: difficile dirlo, dal momento che Gia ebbe flirt e brevi liaisons con moltissime donne dell’ambiente, gay o etero che fossero), è desiderata da tutti: finito un servizio, mentre chi aveva lavorato con lei si riprendeva dallo shock e dalla fascinazione di averla avuta intorno, e mentre gli uomini e le donne d’America e d’Europa avevano fantasie sulla sua ultima provocante copertina, lei se ne tornava nel suo appartamento a guardare cartoni animati3.

Tutti nel mondo della moda la cercano, nonostante la sua totale inaffidabilità (ovvero, proprio a causa della sua totale inaffidabilità: d’altronde, questo suo essere imprevedibile ed ambigua era proprio ciò che affascinava); come accadrà con le modelle del decennio successivo, era talmente brava, bella, silenziosa ed educata che le foto si facevano in un attimo. Questo qualora si fosse presentata al servizio.

Per Vogue Paris, marzo 1979, fotografata da Helmut Newton

Per l'edizione di maggio 1980 di Vogue US

Come capita a molte persone che vengono letteralmente travolte in un mondo pressante, come può essere quello della moda, in tempi brevissimi, e che non hanno alle spalle una solida rete di sicurezza, Gia comincia a perdersi. La fuga della madre dalla casa familiare e il suo ritorno a fasi alterne nella vita della ragazza (e i conseguenti tentativi di controllo di essa) comincia a far intravedere delle crepe notevolmente profonde nella coriacea armatura di tomboy: con alle spalle due relazioni serie, una con una ragazza conosciuta fin dall’adolescenza e una, tormentatissima e longeva, con una studentessa di Philadelphia, ora conosciute per ragioni di privacy rispettivamente solo con gli pseudonimi di Sharon Beverly e Rochelle Silver3, Gia si getta a capofitto in tutte le relazioni per trovare una stabilità che non ha in primis in se stessa, in una continua e disperata ricerca di attenzioni, per tentare di porre fine a quella solitudine, prima psicologica, poi fisica, in cui si trovava dal momento dell’abbandono della madre, della quale peraltro continuerà a cercare l’affetto fino al momento della morte.

Per l’editoriale del numero di novembre 1980 gli editori di Vogue sono costretti per la prima volta a correggere in post-produzione i segni delle iniezioni dalle braccia di Gia4. Le foto, uscite ritoccate, che sollevano ancora polemiche su quanto i lividi siano visibili, cominciano a costarle la carriera; l’uso di eroina da parte di Gia, tollerato nei primi tempi perché non visibile e ancora non invalidante, ma peggiorato drasticamente dopo la morte di Wilhelmina Cooper, che lei vedeva come una sorta di vice madre e modello al quale ispirarsi, diventa ben presto motivo di tutte le sue disfunzioni sul set e nella vita: le testate di moda non la richiedono più, i fotografi si stufano di aspettarla (tranne Francesco Scavullo, che tenterà fino all’ultimo servizio di rilanciarla), le agenzie non le concedono più contratti, e se lo fanno, durano pochi mesi. Gia comincia a frequentare le shooting gallery, dei meandri appartati nei bassifondi di New York in cui si potevano facilmente trovare eroina a basso prezzo, un ago da condividere e una stanza in cui nascondersi5. Da questo momento, è tutto un entrare e uscire dalle cliniche di riabilitazione, un ciclico tentativo di ritornare sulle copertine, e un continuo cercare di fotografarla senza mostrare le braccia. Dopo la sua ultima copertina per Cosmopolitan, lo spietato mondo della moda decide che non ne vale più la pena, e la notizia che comincia a serpeggiare riguardo il suo contagio dell’HIV per via di una siringa infetta causa il suo definitivo bando dai set fotografici, e la sua sostituzione con quella che, prima di diventare una delle più grandi top model di sempre, venne definita proprio Baby Gia, la versione pulita e sobria dell’enfant terrible della moda: Cindy Crawford6.

Gia per l'edizione di novembre 1980 di Vogue US, con i lividi visibili sul braccio destro

Gia Carangi è diventata uno degli emblemi per eccellenza – per quanto oggigiorno abbastanza caduto nell’oblio, soprattutto rispetto ad un’altra modella dalla simile vita che fu una delle superstar di Andy Warhol, Edie Sedgwick – di quel “vivere veloce” che è la strada che porta all’autodistruzione. Secondo le sue stesse parole7, ciò non è da imputarsi solo al background familiare disastrato in cui aveva le proprie radici (dall’abbandono da parte della madre, che malgrado tutto fu una delle poche a starle vicino negli ultimi momenti della malattia, all’esclusione da parte del padre in favore dei figli maschi, agli stupri subiti in circostanze mai del tutto chiarite3), ma soprattutto il fatto di essere stata gettata nella carriera di modella, senza veramente capire cosa le stesse succedendo, senza rendersi conto di ciò che questo avrebbe comportato: un disinteresse da parte dell’ambiente di cui faceva parte per qualunque cosa non fosse il suo aspetto, una grande solitudine e il facile accesso agli stupefacenti, dovuto sia al suo stipendio da capogiro, sia agli ambienti che frequentava, generalmente alquanto tolleranti riguardo l’uso di droghe ricreazionali e non solo.

Quella di Gia è una figura inquietante perché spaventa per ciò che è diventata ma che allo stesso tempo attrae per ciò che poteva essere: una delle donne più belle del mondo, con l’attitudine di un ragazzaccio di periferia e una mente fragile come quella di una bambina, rovinata da qualcosa che «si insinua dentro di te e ti intrappola in un mondo che nessuno conosce, eccetto qualcuno che ci sia stato»7.

di La Ragazza con la Valigia


1 Paul Vallely, Gia: The tragic tale of the world’s first supermodel, in «The Indipendent», 10/09/05, ind.pn/1vZwCZE, a sua volta preso da Francesco Scavullo, Scavullo Women, New York, HarperCollins, 1982.

2 Da un’intervista condotta il 18 novembre 2012, in occasione dei 26 anni dalla morte della ventiseienne Gia, dalla truccatrice e amica Sandy Linters alla modella Carol Alt, compagna di uno dei suoi servizi più famosi. Carol ricorda che Gia non saliva sulla macchina di produzione, ma seguiva sulla sua decapottabile: a lei era permesso perché “faceva di testa sua”. Il video dell’intera intervista si può trovare qui a questo indirizzo: bit.ly/1pobdYf

3 Stephen Fried, Thing of Beauty – How Gia Carangi carried the seeds of her own destruction, in «Philadelphia», 1988 (Parte 1 qui; Parte 2 qui). Da questo articolo è stata tratta la biografia di Gia, sempre ad opera di Stephen Fried, dal titolo Thing of Beauty: The Tragedy of Supermodel Gia.

Voguepedia, Vogue, s.v. Gia Carangi. L’intera cronologia della vita si può trovare a questo indirizzo: vogue.cm/1nRCFw4

5 Louise Carolin, Iconic supermodel Gia epitomised lesbian chic, in «Diva Magazine», 12/04/11, bit.ly/1nnHcoa

6 In un’intervista, Cindy Crawford, nel 1986 all’inizio della sua carriera, ricorda che i suoi agenti la proponevano a tutti quei fotografi che avevano amato Gia, proprio per via della loro notevolissima somiglianza. David Rensin, Playboy Interview: Cindy Crawford, in «Playboy», September 1995.

7 Dall’intervista a Gia durante la trasmissione 20/20 della ABC del 6 gennaio 1983. L’intervista (il cui breve video è visibile qui) fu registrata durante uno dei ritorni di Gia, ma fu mandata in onda svariati mesi dopo, nel pieno della sua discesa nel baratro.

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Posted in: Moda, Modelle |

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