Arts and Culture Magazine

Una “tarda primavera” che cristallizza la vita: il cinema di Ozu

20 maggio 2013 by Lady Lindy
Banshun – Tarda Primavera: uno dei film della “Trilogia di Noriko”, dipinto dell’intimo e delicato mondo del grande regista nipponico Ozu.

Yasujiro Ozu è stato uno dei più grandi e significativi registi orientali, paragonabile per la sua influenza al connazionale Akira Kurosawa. A differenza di quest’ultimo, però, si può ben dire che Ozu non si sia occupato particolarmente di Jidai-geki 1, quanto dei meno conosciuti Shomin-geki. Ozu è a ragione ritenuto uno dei pionieri del genere, così tipicamente giapponese: gli Shomin-geki, infatti, hanno la caratteristica di rappresentare realisticamente le vite quotidiane delle classi sociali più umili, le case, gli oggetti di uso comune, le abitudini, con grande attenzione ai dettagli e alle relazioni interpersonali, privilegiando la psicologia e l’interiorità rispetto alla trama.

Una delle prove meglio riuscite di Ozu è  sicuramente l’intenso, delicato, struggente Tarda Primavera (1949) – che compone, insieme a Il tempo del raccolto del grano (1951) e Viaggio a Tokyo (1953), la cosiddetta “trilogia di Noriko”, in quanto presentano tutti una protagonista di nome Noriko alle prese con una vita solitaria nel Giappone postbellico – un autentico gioiello del cinema in bianco e nero.

Noriko, la protagonista del film.

La trama, tratta dal romanzo Padre e figlia di Kazuo Hirotsu, è in sé composta da un esile susseguirsi di piccoli fatti all’apparenza insignificanti, ma si presta a grandi sperimentazioni, a ricami di simbologie e sentimenti da parte del regista. Il film, girato durante l’occupazione americana, ci presenta come soggetto una realtà contemporanea, che probabilmente molti giapponesi all’epoca potevano paragonare con facilità a quella delle proprie case. Anche i protagonisti sono due personaggi assolutamente ordinari: lui, il professore Shukichi Somiya, è il padre – vedovo interpretato magistralmente da Chishu Ryu; lei, la dolce e devota figlia Noriko, ha il volto e la sensibilità di Setsuko Hara, che poi diventerà l’attrice prediletta di Ozu.

Il vedovo Somiya vede crescere l’unica figlia, che a ventisette anni non ha ancora trovato marito, come invece dovrebbe essere nella natura delle cose in una società severa e tradizionalista. Noriko, dal canto suo, detesta l’idea di un matrimonio: non per puro spirito di ribellione o per sprezzo delle regole, quanto perché il suo primo pensiero rimane costantemente il prendersi cura del padre, rimasto ormai solo e prossimo alla vecchiaia. Nella casa, infatti, la ragazza si occupa di tutte le faccende domestiche, e il suo rispetto per il saggio padre va ben oltre quello dovuto alle convenzioni culturali: si tratta di una vera e propria devozione caratteriale, profondamente radicata nel suo essere.

Somiya è sempre più spinto dalla sorella e da alcuni amici a convincere la figlia: deve assolutamente trovare un bravo giovane per sposarsi, costruire una nuova famiglia e iniziare così una nuova vita, in modo da non finire i suoi giorni da sola. Dato il fermo rifiuto della ragazza, il padre e la zia adottano un escamotage: il professore finge di volersi risposare e quindi, indirettamente, obbliga la ragazza ad uscire dal nido familiare. Nel frattempo, la zia si fa in quattro per organizzare incontri e vagliare possibili candidati al matrimonio.

Noriko vestita da sposa.

Messa alle strette, Noriko si convincerà ad accettare la proposta di Satake, un giovane  che a detta di tutti “assomiglia a Gary Cooper”, anche se lo spettatore, significativamente, non lo vedrà mai per l’intera durata del film. Dopo un ultimo viaggio assieme al padre, durante il quale un intenso dialogo fra i due le svelerà il vero senso della felicità nel matrimonio (il costruire assieme un futuro giorno per giorno, senza aspettarsi la gioia immediata dal nulla), Noriko partirà dalla casa paterna, accettando serenamente la definitiva separazione dall’esistenza tranquilla e semplice del passato, per darsi interamente ad un avvenire ignoto, una “primavera” arrivata in ritardo, appunto.

La scena finale, somma e chiusura simbolica di tutto il film, rimane una delle più poetiche e commoventi nella storia del cinema: il padre, rincasando in solitudine e ritrovando l’abitazione priva della consueta presenza della figlia, perde tutta la sua apparente serenità mentre si accinge a sbucciare una mela, chinando improvvisamente il capo in preda a una silenziosa disperazione, mentre dalla finestra scorgiamo le onde del mare, contorno dal ritmo incessante ed eterno di tutta l’azione.

La scena della mela.

La straordinaria tecnica cinematografica di Ozu è ciò che rende l’opera un vero capolavoro: della sua staticità nelle riprese, in modo da catturare ogni minima espressione degli attori, saranno debitori Kubrick  e Wong Kar-wai; abilissimo nel suggerire altre storie dentro la storia, nel dare la sensazione di ciò che “sarebbe potuto essere ma non è stato” soltanto con uno sguardo o con una particolare inquadratura, Ozu si mantiene in costante equilibrio fra occidente e oriente, fra tradizione nipponica (la cerimonia del tè, il teatro No) e modernità occidentale-americana (emblematica la scena in cui Noriko e l’assistente del padre, Hattori, incrociano durante un giro in bici il grande cartellone pubblicitario della Coca-Cola), sviluppando ogni azione con sublime compostezza, anche i sentimenti più laceranti.

La scena del giro in bicicletta con il cartellone pubblicitario della Coca Cola.

Infinite le sottigliezze tecniche del regista, dagli stacchi improvvisi senza dissolvenza che creano continuità fra elementi apparentemente dissociati all’uso del chiaroscuro, passando per la tecnica narrativa dell’omissione di certi passaggi in modo da suggerire un’azione mostrandone solo le conseguenze o la causa. Il punto focale del film, quella che riassume essenzialmente tutta la maestria e lo stile di Ozu, è probabilmente la scena clou del teatro No.

Noriko e il padre si recano ad una rappresentazione tradizionale, nella quale la storia narrata è parallela alla vicenda personale della stessa Noriko. Si crea, in questa atmosfera sognante, un gioco di sguardi fra il padre e una signora del pubblico che immediatamente punge l’orgoglio e la gelosia della ragazza. È in questo preciso momento che le ultime resistenze di Noriko crollano, e si fa strada la decisione di accettare il matrimonio. Immediatamente dopo, vediamo per qualche secondo un albero, che riprende la vegetazione simbolica disegnata sul fondale del teatro, mentre la stessa musica della rappresentazione continua in sottofondo, a sottolineare una continuità fra palcoscenico e vita reale.

La scena del teatro.

Un capolavoro del cinema mondiale come Tarda Primavera, quindi, è sicuramente da riscoprire e rivalutare, così come l’immensa produzione cinematografica di un regista tanto appassionato, che ci invita ad una maggiore attenzione alle piccole cose della vita quotidiana, all’effimero e all’armonia.

di Lady Lindy


1 Film storici d’azione.

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Un Commento a “Una “tarda primavera” che cristallizza la vita: il cinema di Ozu”

  1. […] a leggere il post, e soprattutto dateci la vostra opinione! Vi […]

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