Arts and Culture Magazine

Un gioiello dal Medio Oriente: Caramel

20 gennaio 2012 by Vittoria Barbiero
Delicatezza, sensibilità e ironia in questo primo lungometraggio della regista libanese Nadine Labaki. Un film spensierato e coinvolgente che “vi farà sciogliere”.

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Non essendo ancora riuscita a vedere l’ultimo film di Nadine Labaki, E adesso dove andiamo?, non mi resta che parlarvi di quello che per me è stato un assoluto colpo di fulmine, uno di quei film che ho rivisto mille volte e ogni volta con piacere, scoprendo nuovi dettagli a ogni visione, nonché primo lungometraggio della regista in questione: Caramel.

Sebbene dal titolo possa sembrare una storia ambientata tra sapori golosi, magari un po’ speziati dati i natali mediorientali della Labaki, Caramel è una storia dolceamara che con la cucina non ha nulla a che vedere. Il titolo si riferisce infatti a un tipo particolare di depilazione, eseguito nei paesi del Medio Oriente, che richiede appunto l’uso del caramello – secondo la regista, uno “zucchero dolce e delizioso che può bruciare e fare male”. E quindi già così possiamo intuire che saranno le donne le indiscusse protagoniste della pellicola; ma non raccontate come donne che abitano un paese spesso in guerra, o donne che devono fare i conti con una religione che tende a togliere loro molti diritti: la regista sceglie di mostrarcele come donne, e basta. Il film è ambientato nella bella Beirut (anzi, con una frase affettuosa prima dell’inizio del film la Labaki dedica il suo lavoro “à son Beirut“, alla sua Beirut), ma potrebbe in realtà svolgersi in una qualunque città del mondo, magari Parigi, visto il nome del salone di bellezza, Si Belle, che gestisce la protagonista insieme alle sue amiche.

Layale, la protagonista – che peraltro è sempre la Labaki – è invischiata in una relazione con un uomo sposato, e la cosa la manda in crisi. Nisrine sta per convolare a nozze, ma non ha svelato al futuro marito un piccolo dettaglio della sua vita sessuale passata. Rima cerca di convivere al meglio con un’omosessualità ancora non dichiarata. Jamale è divorziata e con due figli a carico, e sente la sua giovinezza scivolarle dalle mani, senza sapere come accettare il fatto che sta invecchiando. Rose è una signora più anziana, costretta a vivere con e ad accudire la sorella affetta da demenza senile. Eppure, nonostante questi potrebbero agevolmente essere spunti per un film drammatico, la regista riesce a presentarli in maniera così raffinata e delicata da creare invece dei camei positivi e reali – se escludiamo forse Jamale, che a mio avviso rimane l’unico personaggio davvero triste – e a tratti assolutamente divertenti.

E proprio di camei parlo, anche relativamente ai ruoli principali, per un motivo ben preciso: l’attenzione della regista per il dettaglio. Non abbiamo dei personaggi epici e imponenti, abbiamo delle persone il cui spessore è solo accennato da minuscoli particolari, che però ci fanno capire benissimo con chi abbiamo a che fare (basti pensare che l’omosessualità di Rima non viene mai esplicitata, la possiamo intuire all’inizio del film da un solo sguardo di lei rivolto a una ragazza sull’autobus).

Non voglio descrivere troppo ciò che accade nel film perché va gustato, mi limito a riportare due scene (di fatto lo stesso episodio) che possono farci rendere conto ancora del lavoro di cesello che la regista ha fatto su questo film, dimostrato dalla finezza delle battute che, dato l’argomento delle scene, avrebbero potuto facilmente scadere nel volgare. Nisrine decide di andare da un chirurgo per farsi ricucire l’imene al fine di poter giacere la prima notte di nozze con lo sposo senza rivelargli di aver precedentemente avuto dei rapporti. E tutto l’episodio – diviso appunto in due parti, il consulto e l’effettiva operazione – corre sul filo di una metafora che viene sottilmente proposta allo spettatore tramite scene parellele: le battute e le inquadrature si spostano alternatamente dall’ambito chirurgico a quello della sartoria; “Je m’appelle Julie. Je viens faire chez vous de la haute couture” – Nisrine immagina di presentarsi così dal chirurgo: “Mi chiamo Julie. Vengo da voi per fare della haute couture” – in francese haute couture significa letteralmente “alta cucitura”; allo stesso modo durante l’intervento le inquadrature passano dallo sala operatoria alla casa di Rose, che nel frattempo sta facendo l’orlo a un paio di pantaloni.

Un’altra nota interessante sono gli uomini di questo film, che sono principalmente quattro. Il poliziotto Youssef e il suo innamoramento che passa attraverso un inesistente filo del telefono mentre parla con una ragazza che non lo vede; il cliente di Rose Charles, la dimostrazione che a qualunque età si possono provare emozioni e si può rischiare di andare in giro con i pantaloni troppo corti solo per passare più tempo con la sarta; il fidanzato di Nisrine Bassam, che difende l’onore della sua relazione senza sospettare che la sua amata l’onore l’ha già perso; infine l’amante di Layale, e le sue maleducate abitudini. Qualcosa che avevo osservato e che poi ho potuto verificare leggendo un’intervista alla realizzatrice, è che tutti i personaggi maschili hanno delle caratteristiche assolutamente positive, tenere e romantiche, fatta eccezione per l’amante, che difatti è l’unico del quale non viene mai mostrato il volto. Ritengo che sia da puntualizzare per mostrare ancora una volta la delicatezza della Labaki, che avrebbe potuto banalmente presentare tutti gli uomini come degli opprimenti dittatori che tarpano le ali delle donne (ammettiamolo, dato l’ambiente, sarebbe stato facile), e invece sceglie di mostrare l’umanità e la bellezza di ogni singolo personaggio della storia.

Non ci sono molti colpi di scena, ma mi sento di non rivelare altro e terminare qui l’analisi proprio per lasciare a voi il compito di formarvi delle sensazioni durante la visione; non mi resta altro da dire quindi se non consigliarvi di vedere al più presto questo piccolo gioiellino che è Caramel, stando attenti a non farvi distrarre troppo dagli occhi incredibili della protagonista, ma lasciarvi trasportare da essi in questi mondi magici che sono la femminilità e il Libano.

di La Ragazza con la Valigia

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Posted in: Recensioni Film |

4 Commenti a “Un gioiello dal Medio Oriente: Caramel”

  1. […] Se vi interessa, c’è anche il mio nuovo articolo su Clamm Cinema, sul delizioso film Caramel (che ero riuscita a scrivere, ebbene sì, “Catramel”). Condividi le cagate della […]

  2. hetschaap scrive:

    A questo punto devo vederlo! Ce l’ho lì da mesi e non mi sono mai decisa ma, dopo il tuo entusiasmo, mi sa che non posso farne a meno 😉

  3. […] PS. Qualora vogliate una recensione un po’ più intelligente di questa almeno riguardo al film, io ho scritto un articolo su CLAMM, eh. Non è che questo volesse essere un messaggio subliminale, per carità.. però voi mi volete bene e ci tenete a leggere quello che scrivo.. così.. sì, insomma.. qui c’è l’articolo. […]

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