Arts and Culture Magazine

This Must Be The Place – Sorrentino tra poesia e filosofia

11 novembre 2011 by Alessio Costarelli
Il nuovo film di Paolo Sorrentino: una riflessione sul valore della vita e sul riscatto attraverso l’accettazione del passato, che mai col suo peso deve sopraffare l’individuo, unico vero creatore del proprio futuro e della propria felicità.

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«Home is where I want to be,
pick me up and turn me round» (Talking Heads – This must be the place, 1983)

Ed in effetti, quello di Cheyenne, la rock star depressa ed apatica superbamente interpretata da Sean Penn, è proprio un viaggio per ritrovare sé stesso ed il senso perduto della propria esistenza, un viaggio che muove da casa ed a casa ritorna, finalmente completo.

Cheyenne è stato un grande, Cheyenne è stato un idolo, Cheyenne è stato un idiota. Questo è il significato che lo stesso personaggio dà, tutt’a un tratto, alla propria vita, urlandolo al suo amico David (interpretato da David Byrne in persona, fondatore dei Talking Heads nonché curatore e realizzatore della colonna sonora del film) in quello che potrebbe apparire come l’unico momento di vera reazione e ribellione dell’uomo ad una situazione emotiva e psicologica oramai non più sostenibile. Ma in realtà l’intera sua lenta evoluzione e, attraverso la ricerca, riscoperta di sé è un unico, progressivo, radicale ribellarsi, che muove prima di tutto dal tentativo di comprendersi.

La sua musica ha entusiasmato, “drogato” ed infine ucciso. Tutto questo lui ora, prima ancora di capirlo, non può accettarlo. E così vive da oramai vent’anni in una specie di isolamento magico nella sua villa-castello presso Dublino, insieme con la moglie, che con comprensione sopporta e supporta questo suo cronico malessere. Ma quella di Cheyenne non è unicamente depressione, non è solo rammarico per il tragico evento occorso ai suoi due giovanissimi fans suicidi: «Tu non sei depresso. […] Forse tu confondi la depressione con la noia» gli dice la moglie e probabilmente è proprio questa la giusta chiave di lettura per tale sua diffusa apatia; certo, purché si intenda “noia” nell’accezione leopardiana: assenza temporanea nell’animo umano sia di piacere che di dolore, taedium vitae che si incarna in un costante ma ancora irraggiungibile (forse proprio perché non compreso) puro desiderio di felicità, tuttavia assai più penoso, nella sua intrinseca mancanza, del dolore stesso. Cheyenne si trova proprio in questo limbo: soffocando, senza però riuscire a seppellire del tutto dentro di sé, il dolore e soprattutto il senso di colpa, ma al contempo senz’esser in grado di raggiungere la pace del suo cuore cui, tra l’altro, non è in fondo nemmeno sicuro di aspirare, egli è bloccato in uno stato transitorio tra la follia e la comprensione, che lo rende vuoto e gli impedisce di coprire le “blank spots” (macchie vuote) nel suo cuore e soprattutto nella sua mente. Ma egli non finisce col ricercare un’epicurea aponìa (assenza di dolore) od atarassìa (assenza di turbamento): muovendo proprio da questa assenza, Cheyenne vuole invece riempire il vuoto da cui, in barba a Leopardi, si sente pervaso e con l’occasione del viaggio negli States verso il padre morente e poi attraverso l’America alla ricerca dell’ufficiale nazista che lo umiliò nel campo di concentramento in cui fu rinchiuso, egli scoprirà, mediante anche la conoscenza di uomini e donne esemplari nel bene e nel male, come il mondo non vada mai subìto, ma accettato ed attivamente esperito per evitare che la ruota della nostra vita si arresti oppressa dal peso di un docente passato. In fondo «il tempo è sicurezza» – afferma lui stesso – e l’unica cosa davvero importante è avere la forza di ascoltarlo fino in fondo; solo allora, finalmente, insieme con Iggy Pop anche un nuovo Cheyenne struccato e pettinato potrà cantare «I am a passenger / […] / I look through the window so bright / I see the stars come out tonight».

Ma i temi toccati dal film sono tanti: dalla natura del sentimento della colpa alla comprensione del valore del dolore come momento temprante per la vita, da accogliere e superare; dall’essere umano che mai del tutto riesce a crescere veramente e solo a stento si libera del suo lato infantile (qui inteso nei suoi aspetti negativi), quasi un complesso di Peter Pan (oramai sempre più ridotto ad archetipo jungiano) molto meno poetico e molto più problematico e psicanalitico, al valore dell’umiliazione nella psicologia umana come causa prima di determinate conseguenze comportamentali, individuazioni teleologiche e schemi di riflessione ed elaborazione mentale del mondo circostante; dall’importanza dell’amore come sponda e zattera, come guida e sostegno da non allontanare stoltamente per rinchiudersi in una cupa e sorda solitudine, ad una quanto mai leopardiana riflessione sul ruolo distruttivo della Moda nella vita, nelle idee e nelle umane abitudini. «Io ero una pop star del cazzo e scrivevo canzoni lugubri perché erano di moda e ci si faceva un sacco di soldi. Con testi deprimenti per ragazzelli depressi». Il tutto racchiuso in una complessa e grandiosa maschera scenica quale è il personaggio di Cheyenne, parziale erede del tormento di Kurt Cobain e disegnato sul “calco” di Robert Smith, il noto frontman e fondatore dei Cure.

Uno dei tanti punti di contatto con la figura del suo ispiratore è la sua opinione sulla prole. E’ noto che Smith non ha figli e non ne ha mai voluti da sua moglie, affermando che, essendo del tutto incapace di autodisciplinarsi, non sarebbe stato affatto in grado di educare un figlio proprio. Questo recondito timore che gli errori del passato e quanto di sbagliato ci sia in noi si possa trasmettere, nostro malgrado, ai nostri figli insieme ad un cronico ed ineluttabile scadimento di valori dovuti all’ambiente sociale in cui vivrebbero, in una visione deterministica molto più appropriata ad Eschilo che non alle stelle del rock, non dista molto dalla disincantata ed ironica opinione di Cheyenne («una rockstar non dovrebbe avere figli: c’è sempre il rischio che venga fuori una stilista del cazzo»); ed è ancor più imbarazzantemente vicino a quanto scrisse Cobain nella sua ultima, terribile lettera d’addio: «I can’t stand the thought of Frances becoming the miserable self-destructive, death rocker that I’ve become» (“To Boddah pronounced”, 1994).

In tutto questo, Cheyenne si pone come personalità sfaccettata, a sua volta motore e trampolino per infiniti spunti di riflessione sul comportamento umano, sui sentimenti e sulla nostra odierna società. This must be the place è un film intenso e profondo, che lascia aperti tanti dubbi ed in essere tanti pensieri, rifiutando caparbiamente di scioglierli od indirizzarli, se non nel voler affermare con forza una positivistica speranza nella vita, la quale risiede non nel nostro intelletto, bensì nel nostro cuore e nella nostra stessa volontà di vivere. Ognuno di noi, in fondo, è «just an animal looking for a home», che per sopravvivere non può e non deve far altro che abbracciare chiunque ci sia caro e sussurrargli cantando:

«Share the same space for a minute or two
and you love me till my heart stops.
Love me till I’m dead»

di Alessio Costarelli

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Posted in: Recensioni Film |

4 Commenti a “This Must Be The Place – Sorrentino tra poesia e filosofia”

  1. Silvana scrive:

    Analisi particolarmente profonda dei temi che sottintendono la pellicola, e post molto ben scritto.
    Complimenti!

  2. alessiocostarelli scrive:

    Grazie mille!! Come al solito sei troppo gentile! 😀

  3. cescocesto scrive:

    non ho ancora trovato tempo per vederlo, ed è male.
    comunque l’articolo è molto interessante! :)

    • alessiocostarelli scrive:

      Grazie! In effetti è un film che merita davvero, pieno di spunti di riflessione… Quindi il compito per casa è di vederlo al più presto!!

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