Arts and Culture Magazine

The Supers

21 luglio 2013 by Vittoria Barbiero
Fine anni ’80, inizio anni ’90, l’era delle supermodelle. Come sono cambiate da ieri ad oggi. Piccola retrospettiva su quelle donne che non si muovevano dal letto per meno di 10.000 dollari.

Questo luglio Vogue Italia festeggia i suoi 25 anni sotto la guida della direttrice Franca Sozzani (per la cronaca, anche qui a Clamm festeggiamo un piccolo traguardo per noi importante, questo è il nostro 100° articolo!), e ho voluto approfittare dell’occasione – e di un articolo che ho letto proprio sull’ultimo numero della rivista1 – per un piccolo percorso nella storia della moda che mi sta abbastanza a cuore.

C’è differenza tra le varie modelle? In cosa sono cambiate le preferenze? Spessissimo ho sentito dire che “le modelle di oggi” sono tutte brutte. Nonostante io mi trovi generalmente d’accordo con questa affermazione (ma ovviamente si tratta di gusti personali), c’è da fare una precisazione, a mio avviso. Sono percepite come “brutte” innanzitutto perché rientrano in determinati canoni che sono quelli tipici dell’alta moda, che, per definizione, non è un prodotto destinato a tutti, e in secondo luogo perché forse tendiamo a confrontarle con le modelle alle quali eravamo stati abituati.

L’alta moda, o haute couture, ha produzione, obiettivi e target completamente diversi dal prêt-à-porter e dalle pubblicità. Si tratta di un titolo giuridico assegnato dal Ministère du Redressement Productif (il Ministero dell’Industria francese) a determinate maison, la cui lista viene aggiornata ogni anno2; abiti, accessori e gioielli devono essere creati negli atelier della maison, la produzione non può essere spostata all’estero, devono essere presentate almeno due collezioni l’anno aventi un minimo di trenta modelli. È uno strumento d’avanguardia, che serve per pubblicizzare il nome della maison e per identificarne lo stile, non per venderne gli abiti, che sono per la maggior parte vere e proprie creazioni artistiche, più che meri vestiti – i classici indumenti dei quali si sarebbe proni a pensare: “Ma chi si mette una cosa del genere?!”. L’alta moda non vende abiti, vende immagini: vende l’idea che abbiamo di una casa di moda, vende quello che il marchio rappresenta. Se di una certa marca abbiamo in mente determinate caratteristiche, è perché sono le sfilate haute couture di quella maison che ce l’hanno venduta con quelle determinate caratteristiche. Quello che poi troveremo nei negozi è il prêt-à-porter, l’anima commerciale della moda.

A diversi obiettivi corrispondono diversi tipi di modelle: se nell’haute couture – e nelle sfilate in generale – sono gli abiti a definire la maison, sulle riviste e sui cartelloni pubblicitari c’è bisogno di un volto che la rappresenti; ne deriva che le modelle da sfilata saranno per la maggior parte anonime e intercambiabili, letteralmente – per quanto disumano possa essere – degli appendiabiti, mentre le modelle per la pubblicità dovranno avere un aspetto ben riconoscibile, una personalità, perché devono piacere al pubblico, essere riconosciute. Il risultato è che le indossatrici che sfilano non le riconosce nessuno (è ovvio che chi si interessa dell’argomento, per lavoro o per curiosità, saprà distinguere molti dei volti più visti nelle varie collezioni, ma parlando del grande pubblico, dubito che la maggior parte delle persone sappia individuare tra le fila delle indossatrici una Arizona Muse o una Saskia De Brauw, per quanto si trovino entrambe nella top five delle modelle più richieste del momento3; tra l’altro, il loro turnover è talmente rapido che anche un amatore fatica a stare dietro alle nuove proposte, perché non durano negli alti posti delle classifiche per più di due anni), e le case di moda preferiscono puntare su attrici e celebrità per le pubblicità (una Scarlett Johansson o una Jennifer Lopez saranno molto più facilmente riconosciute e quindi sarà più facile associare il loro viso alla marca che pubblicizzano).

Le modelle da sfilata sono quindi intercambiabili, sostituibili, più o meno tutte uguali: alte almeno un metro e 75, più spesso oltre il metro e 78, magrissime, quasi sempre senza curve, un po’ emaciate, magari con qualche difetto fisico evidente, come il diastema, così tanto di moda che alcune hanno dovuto farsi distanziare gli incisivi apposta per trovare lavoro; marciano sfilando senza ancheggiare, senza fare giravolte sul finire della passerella, senza muovere le braccia, dritte come fusi, dondolando appena la testa, come un giocattolo da cruscotto; qualche anno fa si preferivano con visi perfettamente tondi, occhi enormi e distanziatissimi, sopracciglia sottili, labbra a cuore, come delle bambole di porcellana (à la Lily Cole o Lindsey Wixson), oggi le si vuole con volti squadrati, strutture ossee spigolose e pronunciate, occhi vagamente ipertiroidei, sopracciglia foltissime – un prepotente e benvenuto ritorno di fiamma della fine degli anni ’80/inizio anni ’90 (l’amata/odiata Cara Delevingne non ha inventato nulla, ringraziamo piuttosto Brooke Shields) – e guance incavate. Ma il continuare a ricercare sempre le stesse caratteristiche fisiche fa sì che, a colpo d’occhio, queste ragazze risultino tutte più o meno identiche: un vero e proprio esercito, dove i soldati non hanno le teste rasate, ma un gap tooth.

Eppure sono esistite alcune modelle che hanno abbattuto questa barriera di conformità e disumanizzazione per arrivare a tutti gli effetti allo status di celebrità. Si contano sulle dita di una mano, ma ci sono state. In effetti, ci sono ancora, resistono al ricambio costante alla quale la moda obbliga le altre ragazze, e continuano ad accaparrarsi contratti pubblicitari e apparizioni in media di vario genere, pur avendo passato da più di un decennio l’età “adatta”. Degli esseri mitologici di assurda bellezza, che non si alzavano mai dal letto per meno di 10.000 dollari al giorno4. Donne delle quali bastava il nome, per sapere chi fossero: Christy, Naomi, Linda, Cindy, Claudia (non a caso non cito Kate: spiegherò più avanti il perché).

L’idea di modella “famosa di per sè” non è recentissima, Twiggy e Veruschka sono un validissimo esempio di ciò; tuttavia, l’idea di top model è specificamente riconducibile ai decenni ’80 e ’90, quando un piccolo gruppo di donne splendide – e intelligenti – iniziò a farsi strada. Le prime tre sono Naomi Campbell, Linda Evangelista e Christy Turlington, The Trinity. Con loro, formano il gruppo The Big Six Cindy Crawford, Claudia Schiffer e Kate Moss. Attorno a questi sei pilastri della bellezza, tutta una serie di fulgidi esempi di fascino, eleganza e professionalità: Tatjana Patitz, Carré Otis, Yasmeen Ghauri, Stephanie Seymour (per la quale ho un debole, ammetto, principalmente per via del geniale abito da sposa che indossa nel video di “November Rain” dei Guns N’ Roses), Carla Bruni, Eva Herzigova (che ho avuto la fortuna di incrociare in un caffè a Praga, e lasciatemi dire che con un paio di jeans e una maglietta bianca era di gran lunga la donna più bella che io avessi mai visto), Nadja Auermann (le gambe più lunghe del mondo), Amber Valletta, Laetitia Casta, Elle MacPherson (“The Body”), Shalom Harlow, Helena Christensen. Quei due decenni hanno prodotto un numero veramente notevole di modelle talmente belle da risultare incredibili, donne che ancora oggi sembrano essersi vendute l’anima, perché non invecchiano. E che sono indimenticabili per molte ragioni.

Innanzitutto avevano una personalità. Una personalità irruenta che veniva fuori prepotentemente quando arrivavano sul set, e nei racconti che circolavano sul loro conto (il caratteraccio di Naomi è stato protagonista di innumerevoli storie da tabloid, i matrimoni burrascosi di Stephanie Seymour non sono da meno, leggendaria è la versatilità camaleontica di Linda Evangelista, mentre ricercata per la sua professionalità, educazione e puntualità, Christy Turlington si era guadagnata il soprannome di insurance model, modella-assicurazione), e che trapelava indubbiamente dalle loro foto. Modelle non prodotte in serie, parimenti belle, ma non ugualmente belle. Sicuramente alcune caratteristiche fisiche erano riscontrabili in tutte loro, simmetria, altezza, una magrezza sana e non eccessiva, accompagnata a curve nei posti giusti, dei fisici armoniosi. Ma il vero punto di somiglianza – a prescindere in verità dalla loro provenienza geografica – era l’aspetto “americano”, di quell’America patinata degli anni ’80: sane, forti, statuarie, perfette come nei telefilm d’oltreoceano.

Proprio da questo deriva l’altra caratteristica della loro memorabilità: poche altre epoche storiche sono state così spesso protagoniste di boom di nostalgia nei decenni successivi. Gli anni ’80 (o meglio, dal 1983 al 1987), specialmente negli Stati Uniti, sono stati gli anni del boom economico, del consumismo sfrenato, del neoliberismo, degli yuppies, delle donne in carriera, anni colorati e spensierati in cui il potere d’acquisto era alto e si poteva fare la bella vita. Mai come in questo decennio la bellezza è potere, e l’opulenta bellezza di questo gruppo di donne (donne vere, adulte, sensuali, più che femminili, femmine, con tutte le accezioni positive che possiamo dare a questo termine) a mio avviso rappresenta proprio questo: c’è talmente tanto benessere, soprattutto nell’apparenza e nella percezione collettiva, che le case d’alta moda, simbolo del lusso per eccellenza, sfornano donne vergognosamente stupende, anch’esse lussuose, ma al contempo in gamba, di successo, che non sono altro che il prodotto, e il simbolo, di quegli anni.

Altro aspetto che gioca a loro favore è l’indubbia astuzia e intelligenza. Queste ragazze hanno capito immediatamente che la vita lavorativa di una donna nel mondo della moda è breve quanto quella di un moscerino, e così hanno deciso di essere prima donne d’affari, e poi indossatrici. Queste modelle – inaudito! – parlano: sono protagoniste di talk-show, dirottano interviste, sposano capi di stato, costruiscono imperi mediatici, si buttano nel mondo della musica, fanno filantropia; in breve, sanno amministrarsi. E così, anche una carriera che in teoria sarebbe legata a quella manciata di anni che va dai sedici ai venticinque è trasformata in un percorso trentennale, sempre sulla cresta dell’onda.

Cos’è successo? Perché donne così non ce ne sono più? Volutamente non avevo inizialmente citato Kate Moss tra i volti protagonisti dell’era delle supermodelle: per quanto mi riguarda, è l’inizio della fine. Nonostante rientri a pieno titolo tra quei personaggi di cui sopra, che hanno saputo resistere al cambiamento dei tempi, e che quindi è da definirsi top model, fa parte di una nuova corrente, di una nuova era della moda, anche questa figlia dell’economia del suo tempo, la maledetta era dell’heroin chic. Dalla metà degli anni ’90, il nuovo canone di bellezza è caratterizzato da occhiaie marcate, eccessiva magrezza, aspetto infantile inquietantemente e squallidamente ai limiti della legalità, e debolezza; l’eroina non evoca più immagini di emarginazione sociale e tossici con la siringa al braccio, cambia faccia e diventa la nuova droga di punta, più pulita, da inalare e non da iniettare, viene glamorizzato un look che fino ad allora era simbolo di degenerazione. Kate Moss, in particolare nella campagna pubblicitaria di Calvin Klein del 1993, è l’icona-manifesto di questa nuova moda. A ben pensarci, non è niente di così diverso da quanto è successo tra il 1700 e il 1800, quando le belle donne non erano più quelle in carne, sode e rosee, ma quelle indifese, eteree e leggermente tisiche.

Non sono però sparite del tutto quelle donne bellissime della fine degli anni ’80. Esiste ancora un marchio che fa delle proprie modelle delle superstar, e anche se purtroppo sono ben lontane dal carisma delle loro predecessore, almeno nell’aspetto richiamano un po’ quell’epoca d’oro; gli “angeli” di Victoria’s Secret sono delle macchine da soldi, ognuna ha il proprio brand, ognuna è discretamente conosciuta e si trova sulla scena da numerosi anni. Nella classifica “The Money Girls”5, ovvero quella che raggruppa le ragazze più pagate per ogni singolo ingaggio e più richieste, del sito di ranking Models.com, sulle prime quindici, otto – di cui quattro nella top five – sono o sono state modelle di Victoria’s Secret. La prima della classifica, la brasiliana Gisele Bündchen, è anche parte della lista delle cento donne più potenti del mondo stilata dalla rivista Forbes6.

Mi piace pensare che ci sia speranza per i prossimi anni, ultimamente sembra che più spesso si stiano usando modelle e non attrici per le pubblicità, e che i canoni di bellezza stiano piano piano cambiando.  D’altro canto, la controversa e grandemente discussa entrata tra gli “angeli” di Victoria’s Secret di Karlie Kloss, sicuramente una professionista del mestiere e un caposaldo dell’alta moda, ma che certo non è famosa per le curve e il fisico armonioso, non dà propriamente l’idea di un ritorno al passato. Quello che purtroppo sembra sicuro, è che di modelle come Christy, Naomi, Linda, Cindy, Claudia non ce ne saranno più per un bel po’, così come non riavremo indietro in tempi brevi la spensieratezza e i colori di quegli anni, nonostante il ciclico ripetersi della moda. Ma ce lo auguriamo.

di la Ragazza con la Valigia

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Credits: Potete trovare tutte le fotografie dell’articolo, e molte altre ancora, sui siti Sighs and Whispers e La Vie en Pose.

1 Federico Chiara, The Queens. Fenomenologia (semiseria) delle super modelle, in «Vogue Italia», XLVII, 2013, N°755, pp.220-250.

2 PDF del comunicato relativo alle maison per l’anno 2013 visualizzabile qui.

3 Top 50 Women, Models.com

4 La famigerata frase “We have this expression, Christy and I. We don’t wake up for less than $10,000 a day”, “Abbiamo questo modo di dire, io e Christy. Non ci svegliamo per meno di 10.000 dollari al giorno”, fu pronunciata da Linda Evangelista, in relazione a sè stessa e a Christy Turlington, in un’intervista di Jonathan Van Meter intitolata Pretty Women per il numero di ottobre del 1990 di Vogue, frase della quale si è poi detta pentita una decina d’anni dopo, in un’altra intervista della testata.

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Posted in: Moda, Modelle, Percorsi |

7 Commenti a “The Supers”

  1. Silvana scrive:

    Le modelle anni 80-90 erano veramente belle, in maniera assoluta.
    E, finalmente, non erano appendiabiti soltanto.
    Ah…la meraviglia dei primi due abiti!!!!

    • La Ragazza con la Valigia scrive:

      Concordo con tutto quello che hai scritto, specie l’ultima frase!!! 😀

  2. Irene scrive:

    Gagà bravissima, veramente un bellissimo articolo. Grazie a queste spettacolari foto ci si rende subito conto di come siano cambiati i canoni estetici e l’immagine della donna in questi pochi decenni. Quando si guardano le modelle di oggi ci si sofferma solo sul fisico anoressico o sui bei capelli perfettamente acconciati, quando ho visto questi servizi fotografici la prima cosa che mi è saltata all’occhio è stata la loro determinazione, la loro forza… il loro essere Donne prima di essere modelle!

    • La Ragazza con la Valigia scrive:

      Grazie Ire!!! Ho impiegato un sacco di tempo a scegliere queste foto, anche e soprattutto perché volevo che trasmettessero proprio questo!
      Sono contenta che ti sia piaciuto il post, grazie per essere passata a lasciare un commentino!!! ^^

  3. Massimo scrive:

    Non conoscevo il termine “heroin chic” e devo dire che lo trovo in qualche modo terrificante. Non quanto gli incisivi della tipa della terza foto, ma terrificante.

    • La Ragazza con la Valigia scrive:

      Sono d’accordo, “heroin chic” è l’esempio perfetto di tutto ciò che non andrebbe glamorizzato. Esattamente come gli incisivi di Lindsey (anche se a me irrita molto più la sua boccuccia a cuore piuttosto che i denti, devo ammetterlo!).
      Grazie del commento!

  4. […] Venite a leggere, commentare, guardare le foto (ammettiamo che ci siamo un po’ fatti prendere la mano dalla […]

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