Arts and Culture Magazine

Take off to the planet Gaga

1 dicembre 2013 by Vittoria Barbiero
Da poche settimane (precisamente dall’11 novembre) è in vendita il terzo album di Lady Gaga, ARTPOP. Ce l’abbiamo già tra le mani, e queste sono le nostre prime impressioni.

La prima cosa che salta all’occhio – anzi, all’orecchio – di quest’album è il suo ritorno alle radici, a The Fame e addirittura alle sue canzoni precedenti. Lasciate da parte le sonorità di Born This Way, un mix tra hard rock e pop perfettamente equilibrato che aveva messo d’accordo metallari e fan della musica commerciale, un “angry-pop” al profumo di rock con una nota di testa di Black Sabbath ma una nota di cuore epic-disco, Gaga si sposta di nuovo verso il sound che l’ha resa famosa, ovviamente maturato; non più pura disco anni ’70, ma la sua figliazione anni ’90. La moda, in molti campi, si ripete ogni vent’anni, e la musica non fa eccezione: sono innumerevoli le canzoni della fine degli anni ’90 o dell’inizio degli anni 2000 che hanno ripreso la base di brani della fine degli anni ’70 o inizio anni ’80 e li hanno riproposti; Spacer dei Sheila & B. Devotion (1979) è così campionata da Crying at the Discoteque degli Alcazar (2001), alla versione di It’s Raining Men delle Weather Girls (1982) si contrappone quella ormai più famosa di Geri Halliwell (2001), da I Will Survive di Gloria Gaynor (1978) è presa l’interpolazione che troviamo in Supreme di Robbie Williams. E ora, vent’anni dopo, in piena craze anni ’90, Lady Gaga ci ripropone quegli anni, e per quest’album decide di utilizzare un’idea tipica dei primi 2000: lo spazio. L’ambientazione spaziale è stata largamente utilizzata a cavallo di quei due decenni in cui l’attesa per il nuovo millennio era arrivata al culmine, e soprattutto i video musicali erano diventati un agglomerato argenteo e alieno di glitter e stampe olografiche: i Backstreet Boys cantavano Larger Than Life con un’armata di cloni robot (in maniera appropriata, un singolo dell’album Millennium, 1999), Britney Spears amoreggiava con un Ken astronauta in Oops.. I Did It Again (2000), Left Eye era ancora viva e rappava con scarpe improbabili e pantaloni di stagnola a bordo di una specie di astronave in No Scrubs (1999) e la webcam di Jennifer Lopez in If You Had My Love (1999) sembrava fantascienza.

L’idea di aver ripreso un’idea e un genere specifico sembrerebbe dunque per Lady Gaga un buon presupposto per un album unitario come Born This Way. Eppure, solo poche canzoni seguono questo filone e danno effettivamente l’idea di essere state estrapolate dal medesimo disco, mentre le altre sembrano una versione semplicemente più matura – ma non per forza migliore – delle canzoni di The Fame. Sono poi presenti tre brani totalmente avulsi dal contesto: due ballate, che fanno piacere perché danno un po’ di riposo alle orecchie dopo 12 tracks di electropop, Dope (un pezzo tipico della nostra cantante che i fan non vedranno l’ora di sentire live perché vedrà sicuramente Lady Gaga impegnata in un sofferto acapella, con al massimo un classico accompagnamento di pianoforte suonato con due mani e un piede) e Gypsy (una curiosa ballata electro-techno, non bella quanto Dope né tantomeno quanto una qualunque delle ballate dei precedenti album, ma comunque molto piacevole) e infine un’inascoltabile pezzo gangsta rap, Jewels N’ Drugs – in cui peraltro possiamo sentire Gaga solo nel ritornello o poco più – che definirei senza dubbio la sua peggior canzone di sempre, ben peggio persino di alcuni singoli sconosciutissimi precedenti a The Fame.

Una delle migliori canzoni è indubbiamente la title track ARTPOP, che consiglio di ascoltare non nella versione studio ma in quella live all’iTunes Festival di Londra, nettamente superiore a mio avviso perché dà maggior risalto alla base e alle seconde voci, che sono quelle che rendono quel sottotono galattico di cui sopra. Il brano, molto suggestivo, inizia con un beat che più che una base musicale sembra il battito cardiaco dello spazio, e nella versione dal vivo continua con una Lady Gaga dalla fluente e leonina chioma biondo sporco, vestita – o meglio, svestita – di conchiglie glitterate e licheni, ispirata e assorbita in una trance amorosa: una ballata futuristica cantata nel 3000 dalla Venere di Botticelli.

In Venus, secondo brano dell’album, questa Venere, Aphrodite lady / seashell bikini / garden panty1, che è sia dea che pianeta, ritorna, se ne va nello spazio e fonda una nuova colonia nel futuro, basata sull’amore; poi canta il ritornello con un coro di cloni gregoriani sullo sfondo di cieli fotografati dai satelliti NASA: questo sembra essere il tema della canzone, campionatura di Rocket Number 9 del duo synth-rock francese Zombie Zombie (a sua volta ispirata a Rocket Number 9 Take Off To The Planet Venus del jazzista Sun Ra), inframmezzata da un interludio parlato che ricorda Dance In The Dark, track del capolavoro The Fame Monster in cui nomina una serie donne morte di morte violenta che “non hanno paura di ballare nel buio”, Marilyn, Judy, Sylvia, Jonbenét Ramsey, Diana. In questo caso l’interludio è molto meno dark: l’elenco dei pianeti-dèi non solo è piacevole da ascoltare, ma diverte facendo venire in mente la chiamata a raccolta delle eroine di Sailor Moon (volendo rifarsi agli anni ’90, non c’è nulla di più azzeccato!) e fa sorridere con la domanda rivolta ad Urano “don’t you know my ass is famous?.

Aborro la decisione di utilizzare per il featuring di Do What U Want l’artista R&B R. Kelly, accusato nel 2002 e poi assolto, dopo sei anni di processi evitati, da 14 capi d’accusa per aver registrato video di rapporti sessuali con minorenni. Tuttavia, malgrado la scelta grandemente discutibile del cantante di I Believe I Can Fly (al quale peraltro non sembra consigliabile far cantare “do what you want with my body), la canzone non è affatto male e si inserisce nel filone fine anni ’90 di cui si parlava; la voce sembra uscire da un pezzo R&B della Gwen Stefani del periodo di Luxurious, con in più dei vocalismi degni di Christina Aguilera.

Queste, benché in netta minoranza numerica, sono le canzoni che guidano tutto l’album, fatte di quell’electropop intergalattico anni ’90 che funziona sempre perché suona futuristico e quindi avantgarde. Purtroppo, gli altri brani non seguono questo filone, o al massimo lo accennano; tra questi ultimi Sexxx Dreams, il cui ritmo volutamente ammiccante evoca un’atmosfera che definirei da “sesso in base aeronautica” un po’ anni ’80 e un po’ alla Just A Little (unico singolo di successo dei Liberty X, sempre per continuare con i parallelismi primi 2000); Swine, brano dal testo interessante e molto arrabbiato unito ad una melodia robotica e una voce roca e graffiante introdotta durante il live da un lungo monologo, che dà l’idea che dietro la canzone ci siano eventi molto seri accaduti alla cantante in passato; l’introduzione registrata a mo’ di audioguida sessuale del futuro (greetings Himeros / god of sexual desire / son of Aphrodite / lay back and feast as this audio guides you through new and exciting positions4) di G.U.Y. – Girl Under You.

Tutte le altre canzoni si perdono in un electropop un po’ sconclusionato, che magari può essere piacevole ma che manca di unità, con alcune track che sembrano veramente uscite da The Fame: MANiCURE, deliziosa come colonna sonora per una serata glamour fuori con le amiche, anche se il testo parla di una donna che ha bisogno di un uomo che si prenda cura di lei; Donatella, dedicata a Donatella Versace, la quale deve aver talmente apprezzato l’orecchiabile ritornello da volere Lady Gaga come testimonial per la prossima campagna pubblicitaria della ditta; Fashion!, che da un iniziale intro di pianoforte che per un attimo mi ha fatto credere di aver messo nel lettore CD The Diary of Alicia Keys sviluppa poi una specie di pop-funk anni ’70; si ariva poi a canzoni totalmente deliranti come Aura (il cui titolo originale doveva essere Burqa), nella quale non si capisce se stia parlando di una donna araba che rivendica il suo diritto a portare il velo o di Beatrix Kiddo che racconta di come ha ucciso Bill, un brano electro-techno in cui ogni singolo elemento, dal climb al chorus al bridge, sembra preso da canzoni diverse5; o Mary Jane Holland, un inno alla marijuana talmente scriteriato che è impossibile rimanga in testa.

Discorso totalmente a parte va fatto per Applause, primo singolo estratto. È infatti ingiusto giudicare le canzoni di Lady Gaga solo per la musica, in quanto è evidente che la cantante punta a una performance più che a un album: ARTPOP, come lei stessa ha dichiarato in numerose interviste, si ripropone di fare per la musica quello che Andy Warhol ha fatto per l’arte, ma al contrario: non quindi inserire il pop nell’art, ma l’art nel pop. Dunque Applause, l’unico brano ad annoverare al momento anche il video, è il solo che si possa giudicare nella sua interezza, perché per la musica di Lady Gaga l’immagine è inscindibile dal suono e lo completa. È probabilmente per questo motivo che la canzone sembra essere – al momento – l’unica dell’album davvero attinente all’idea di “art for pop’s sake“, in un calderone di riferimenti artistici, fotografici e cinematografici che meriterebbe un articolo tutto per sè.

Questa è dunque una piccola, forse incompleta riflessione sull’album, del quale aspettiamo con ansia gli altri video, nella speranza che possano sublimare un lavoro per ora un po’ a calare rispetto a The Fame Monster e Born This Way e che si trova più o meno sullo stesso livello di The Fame: alcune canzoni veramente interessanti che da sole non riescono però a dare unità al tutto. Ma come non si può giudicare un libro dalla copertina, così non si può giudicare un album di Lady Gaga dalla musica. Dalla copertina sì, però, l’ha firmata Jeff Koons.

di la Ragazza con la Valigia


1 Signora Afrodite / bikini di conchiglie / mutande-giardino.

2 Saluti Himeros / dio del desiderio sessuale / figlio di Afrodite / sdraiati e gioisci mentre questo audio ti guida attraverso nuove ed eccitanti posizioni.

3 Le parti che compongono una canzone sono l’intro, il verse (ossia la strofa), il climb (quella parte che si ripete sempre uguale prima del ritornello, ma che non ne fa parte), il chorus (cioè il ritornello), il bridge (un collegamento che in genere si trova subito prima dell’ultimo ritornello), e infine la coda.

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Posted in: Musica, Recensioni Album |

Un Commento a “Take off to the planet Gaga”

  1. […] Allo scoccare della mezzanotte del nuovo millennio la moda è cambiata, forse per la prima volta letteralmente dal giorno alla notte: probabilmente perché influenzati dall’idea che il nuovo secolo dovesse per forza essere l’inizio dell’epoca digitale, abbiamo visto prodursi un nuovo ibrido fashion, un cyborg dall’animo metallizzato e dai colori pop di vent’anni prima. Ecco dove sono finiti i colori degli anni ’80. Rielaborati, extra-saturati, neonificati, in definitiva modernizzati dall’animo spaziale dei primi anni ’00 (che non è visibile solo nella moda, cfr. a questo mio articolo). […]

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