Arts and Culture Magazine

Sulle orme di un antico re

23 dicembre 2014 by Redazione
Nella terra giudaica d’età augustea, il nostro immaginario riconosce un solo protagonista: Gesù Cristo. Ma un altro personaggio ne resse le sorti, Erode il Grande, non solo antagonista della vicenda. Un aggiornamento sugli scavi del sito di Omrit, alla scoperta del volto monumentale del regno erodiano e della fortuna della città nelle epoche successive.

Fu alla menzione di Erode il Grande che mi interessai per primo, nel gennaio del 2012, alla possibilità di partecipare ad uno scavo archeologico in Israele. Da appassionata d’arte medievale, conoscevo l’antico re di Giudea principalmente tramite le immagini d’ispirazione evangelica che lo raffigurano mentre interroga i Magi sulla nascita di Cristo o comanda la cosiddetta “Strage degli Innocenti”. L’Erode biblico è un’incarnazione del male, un personaggio talmente spietato da offuscare la vaga nozione che avevo della figura storica del sovrano. Rimasi affascinata, dunque, quando Benjamin Rubin, archeologo del Vicino Oriente Antico e professore al Williams College negli Stati Uniti, descrisse l’immenso programma edilizio di questo re cliente dell’imperatore Augusto e mi informò di uno scavo in corso il cui scopo era rinvenire un’ipotetica componente di quel programma.

Le costruzioni monumentali erodiane inclusero non solo il secondo tempio ebraico di Gerusalemme (del quale oggi rimane il basamento occidentale, il cosiddetto Muro del Pianto), ma anche, tra le altre, l’imponente fortezza di Masada sul Mar Morto, il porto di Cesarea Marittima sul Mediterraneo ed il presunto tempio di Banias nell’odierna regione del Golan. È nella medesima regione dell’estremo nord d’Israele che si trova il sito di Omrit, dove dal 1999 una squadra inter-universitaria statunitense composta dal prof. Daniel Schowalter (Carthage College), il prof. Rubin, altri direttori e diversi studenti collabora con la sovrintendenza archeologica israeliana per portare alla luce i resti di un tempio romano della fine del primo secolo a.C. Questo tempio potrebbe essere stato commissionato anch’esso da Erode e poi dedicato ad Augusto. Il culto dell’imperatore che si sarebbe svolto in un luogo del genere era in fase nascente vicino all’anno zero, come lo era tutto l’Impero Romano.

Omrit fa parte degli attuali terreni di pascolo di Kfar Szold, il piccolo kibbutz che da sempre ospita la squadra dello scavo1. La Valle di Hula, che oggi fornisce un terzo del fabbisogno idrico d’Israele, si estende oltre il promontorio del sito fino al Monte Hermon e le altre montagne del confine siro-libanese. La zona era ancora più fertile in antichità, quando sembra che il tempio di Omrit facesse parte di un complesso termale bagnato da una sorgente ormai prosciugata. D’altronde lo scavo si trova immediatamente ad ovest del Fiume Giordano, a meno di 50 km a nord del Lago di Tiberiade, meglio conosciuto come Mar di Galilea.

Omrit

La ricostruzione della storia antica di Omrit rimane un compito arduo per gli archeologi del sito: questa ricostruzione, infatti, non era soltanto soggetta ai cambiamenti dettati da nuove scoperte sul campo, ma anche oggetto di dibattito tra i direttori stessi; non tardai molto, comunque, ad apprezzare sia il clima di libero scambio che ne risultò sia l’importanza di tale clima per qualsiasi indagine scientifica. I dettagli cruciali su cui i direttori si trovano d’accordo sono i seguenti. Il primo edificio monumentale di Omrit sembra essere stato un tempietto pagano costruito verso il 20 a.C., negli anni in cui i romani rafforzavano il loro controllo del regno che chiamarono Giudea2. Le basi di questo tempietto furono inglobate, quasi sigillate, nelle fondamenta più ampie del presunto tempio monumentale meno di vent’anni dopo3. L’inglobamento preservò alcune parti del tempietto (dei frammenti affrescati della muraglia basaltica esterna, per esempio) che rivelano il misto stile greco e orientaleggiante dell’edificio, stile espressivo della cultura ellenistica che rimase viva in Giudea anche sotto il dominio romano. Questo stesso inglobamento appare frutto del desiderio del committente del tempio più tardo di rispettare la sacralità del luogo mentre veniva proclamata la supremazia di una divinità nuova.

L’ipotesi si sposa bene con quella che riconosce in Erode, membro politicamente ardito ed astutamente filo-pagano della nobiltà ebrea, il committente del tempio per glorificare Augusto (donde il nome Augusteo), un modo monumentale per esprimere la propria lealtà a Roma una volta stabilizzato il territorio concessogli dal Senato attribuendogli la corona giudea (all’incirca nel quarto decennio del I sec. a.C.)4. L’Augusteo avrebbe così occupato una posizione strategica al confine dell’impero romano con quello dei Parti, dichiarando la potenza di Roma in piena vista dei suoi nemici più temibili in oriente5. Secondo il prof. Jason Schlude (Saint John’s University), tra i responsabili dello scavo, questi nemici avrebbero considerato il tempio non tanto una minaccia quanto un’affermazione delle capacità sia di Augusto che di Erode di rappacificare le diverse popolazioni pagane ed ebree della Giudea.

Nonostante la mancanza di testimonianze epigrafiche ed altre prove concrete, a detta dei direttori dello scavo tre ulteriori elementi sostengono l’ipotesi che il tempio fosse un Augusteo6. Il primo è la tipologia di tempio prostilo tetrastilo corinzio dell’edificio erodiano, conforme a quella di altri templi destinati al culto dell’imperatore romano in Medio Oriente: il tempio fu dotato, cioè, di quattro colonne corinzie sulla facciata d’accesso, in questo caso quella orientale; inoltre, la struttura fu eretta su un alto podio gradinato, anche questo tipico dei templi adibiti alla venerazione medio-orientale dell’imperatore.

Il secondo elemento è che non si conosce il nome antico di Omrit. Il luogo sembra chiamarsi così soltanto da quando una tribù beduina vi si insediò in età medievale: l’area avrebbe prima potuto essere considerata zona limitrofa a Banias, antico luogo di culto a circa 10 km a nordest di Omrit; i resti del presunto tempio costruito dinanzi la caverna di Banias sono stati identificati come uno dei tre Augustei erodiani descritti nelle Antichità giudaiche di Flavio Giuseppe7. In verità, il tempio di Omrit (e non quello di Banias) potrebbe essere l’edificio in questione, dato che secondo lo stesso storico antico l’Augusteo di Banias si trovava nei pressi del centro piuttosto che al suo interno8.

Banias

Il terzo elemento è la lunga storia delle attività di culto ad Omrit, storia che sembra essere iniziata prima della costruzione del tempietto ellenistico e che sembra essere durata oltre il decadimento del paganesimo romano nel quarto secolo. Fu probabilmente la presenza di una sorgente a determinare l’antichissima sacralità del luogo. Se il primo indizio archeologico di questa fonte è una piastrella termale di un complesso verosimilmente costruito da Erode e mantenuto in epoca bizantina, il primo chiaro segno dell’importanza religiosa di Omrit è ben più antico: un’epigrafia votiva in aramaico del IV sec. a.C., dedicata ad una divinità non meglio specificata. Insieme alle testimonianze del continuo sviluppo del circondario del tempio in epoca ellenistica, romana e bizantina, questi due reperti indicano Omrit come luogo adatto ad ospitare un edificio del rango di un Augusteo.

Buona parte della campagna di scavo 2012 fu per l’appunto dedicata all’indagine della sedimentazione bizantina del sito, che prometteva scoperte sempre più interessanti, indagine che avrebbe persino assunto un ruolo preponderante nello scavo dell’anno successivo: in tutto questo, però, l’enigmatica figura di Erode – quella storica, quella responsabile per il vasto e soprattutto vario programma edilizio che potrebbe aver incluso anche il tempio di Omrit – rimase comunque al centro dell’interesse generale.

Furono le frammentarie colonne corinzie che oggi dominano il sito a segnalare la presenza di reperti archeologici ad Omrit dopo l’incendio, nel 1998, della vegetazione sovrastante. Una maggioranza di queste colonne apparteneva, in realtà, ad un terzo tempio, un ingrandimento della costruzione erodiana datato all’ultimo ventennio del I sec. d.C., al centro di forti dibattiti tra i responsabili dello scavo. Se il tempio erodiano era prostilo tetrastilo, quello successivo era invece periptero esastilo, cioè interamente circondato da un colonnato che comprendeva sei colonne sulla facciata. Il podio gradinato tramite il quale si accede tutt’ora all’edificio appartiene anch’esso all’ingrandimento post-erodiano, un ingrandimento con motivazioni ancora meno chiare rispetto a quelle del progetto precedente. Il prof. J.A. Overman (Macalester College), fondatore dello scavo, suggerisce l’ipotesi provvisoria che fosse stato l’imperatore Tito ad ordinare quest’ultimo lavoro per commemorare la vittoria romana nella prima guerra giudaica, conflitto che durò dal 66 al 70 d.C. È ovvio pertanto che alla fine del I sec. il tempio avrebbe onorato non solo Augusto, ma anche gli imperatori successivi e Tito in particolare.

La struttura così ultimata sembra aver ospitato il culto pagano almeno fino al 363 d.C., quando un terremoto devastò la Galilea e determinò lo spoglio del tempio per sostenere lo sviluppo del centro abitato che già in epoca erodiana si estendeva a nord e ad est dell’edificio. Questo sviluppo fu probabilmente legato all’ininterrotto sfruttamento bizantino del complesso termale di Omrit, valorizzazione affievolitasi soltanto dopo che un altro terremoto colpì la Galilea nel 749. E fu nel cuore dell’area interessata dalla medesima espansione edilizia che ebbi l’opportunità di scavare durante entrambe le mie stagioni di lavoro.

Tempio di Omrit

Nel 2012 fui assegnata, insieme al prof. Schlude e tre altri studenti, ad un’area quadrangolare meno di 100 m a nordest delle rovine del tempio, area mai scavata nelle stagioni passate. Nel frattempo, il resto della squadra si divise tra tre quadranti più direttamente a nord del tempio, anche questi mai scavati prima. Io ed il mio gruppo rimanemmo subito colpiti non solo dalla compattezza della sedimentazione argillosa che dovevamo rimuovere, ma anche dalle quantità di tessere pavimentali marmoree e di frammenti di calce intonacata che affioravano9. Nel corso della campagna scoprimmo due pareti parallele e semi-crollate che coincidevano quasi perfettamente con i lati nord e sud del nostro quadrante. Tra i frammenti di vasellame che normalmente si trovano negli scavi antichi, portammo alla luce anche una densità meno consueta di reperti unici all’antico livello del suolo tra i due muri, livello che rinvenimmo a quasi 1,5 m dalla superficie ed oltre il quale non indagammo. Questi reperti comprendevano tre monete bronzee di pesi diversi, un campanello da bestiame, un pugnale e vari chiodi di ferro, un peso da fuso di arcolaio in pietra ossidiana ed una varietà di materiale organico.

Insieme all’analisi della tipologia delle nostre pareti, l’analisi delle tipologie di vasellame che trovammo datò la fase più antica del nostro quadrante al IV-V sec. d.C., in pieno periodo bizantino. Il prof. Schlude notò che la costruzione irregolare dei muri (senza calce e con massi basaltici probabilmente riciclati da costruzioni più antiche) era tipica dell’edilizia di quei secoli, mentre fu la dott.ssa Debora Sandberg, ceramista della sovrintendenza archeologica israeliana, ad osservare che la maggior parte dei cocci (tendenzialmente poco decorati e di terracotta locale) apparteneva ad una categoria coeva di vasellame da cucina che però rimase in uso almeno fino all’VIII sec d.C. La pulitura delle nostre monete nei mesi seguenti le datò al V-VI sec. d.C., sostenendo grossomodo la datazione iniziale della fase stratigrafica da cui provenivano.

Quadrante 2012

La naturale conclusione fu dunque che questa fase potrebbe essere appartenuta ad un ambiente domestico adibito dopo il terremoto del IV sec. e poi distrutto in quello dell’VIII. Le quantità di rifiniture parietali e pavimentali che rinvenimmo indicavano uno spazio interno, ma non riuscimmo ad indiviuare elementi (pezzi d’intonaco ancora aderente alle pareti o pezzi di pavimento ancora in situ, ad esempio) che ci permettessero di escludere che l’ambiente fosse esterno. A prescindere dalla sua collocazione, lo spazio potrebbe addirittura aver sostenuto un crollo nel IV sec. d.C. ed essere stato usato successivamente solo come discarica, anche se queste circostanze ci sembrarono meno probabili per via dei numerosi reperti potenzialmente molto più tardi del primo terremoto che trovammo sotto i massi caduti.

La ricchezza dei reperti post-romani trovati da tutta la squadra nel 2012 spinse pertanto i direttori a voler approfondire l’indagine sulla storia di Omrit dal IV all’VIII secolo. Nel 2013 si decise di allontanare ulteriormente dal tempio i sei quadranti di scavo previsti per quell’anno nella speranza di sondare la massima estensione del centro abitato bizantino. Io e quattro altri studenti fummo assegnati ad un’area più a nordovest rispetto a qualsiasi quadrante dell’anno prima, area vicina all’orlo del promontorio del sito. Rimuovere la sedimentazione fu nel mio caso ancora più difficile che nel 2012, non solo per l’estrema compattezza del suolo, particolarmente argilloso, ma anche per il complicato incastro di tre pareti bizantine semi-crollate che occupava quasi l’intero quadrante del mio gruppo. Nonostante i nostri accurati disegni dell’area, non fummo in grado di determinare il preciso rapporto tra i muri. Non ci aiutarono in questo compito neanche i reperti che portammo alla luce, reperti distribuiti abbastanza uniformemente per il quadrante e limitati a cocci di vasellame del IV-V sec. e cinque monete simili a quelle trovate da mio gruppo nella stagione precedente. Fummo costretti a fermarci a neanche un metro dalla superficie a causa della quantità di massi irremovibili in cui ci imbattemmo, massi probabilmente caduti dai muri nel terremoto del 749 d.C.

I direttori non furono sorpresi dal nostro esito. Secondo la loro ricostruzione, il nostro quadrante sarebbe stato vicino, in epoca romano-bizantina, al complesso termale di Omrit, se non addirittura al suo interno10. Ci sarebbe quindi stata un’attività edilizia particolarmente intensa in quella zona nel corso dei secoli, attività svolta in parte, si pensa, ai fini dell’accoglienza di un crescente numero di visitatori alle terme. Specialmente dopo il terremoto del 363 d.C., tale edilizia avrebbe comportato il riuso di materiali di costruzione precedenti (persino di massi marmorei dal tempio ormai semi-distrutto) ed avrebbe prodotto sia abitazioni ed alloggi sia edifici destinati all’industria o al commercio. Sebbene questi edifici fossero stati demoliti e ricostruiti secondo l’occorrenza ed avessero dunque creato la frustrante stratigrafia con la quale il mio gruppo ebbe a che fare, lasciarono anche tracce più eloquenti dello sviluppo tardo-antico del sito. Sempre nel 2013, per esempio, furono rinvenuti i resti di un forno in un quadrante a nordest di quello del mio gruppo, non lontano dalla zona in cui l’anno prima furono trovati i resti di attrezzature per la produzione dell’olio d’oliva. I responsabili dello scavo hanno datato entrambi i reperti al periodo tra il V e l’VIII sec d.C.

Scavo 2012

Al termine di questa nuova stagione di lavoro, si conlcuse che l’abitato bizantino era di estensione maggiore rispetto a quanto si fosse immaginato fino ad allora, estensione su cui si è provveduto a fare ulteriori sondaggi nel giugno del 2014. Il prof. Michael Nelson (City University of New York), tra i responsabili dello scavo, è adesso in grado di stimare che la popolazione stabile del centro superasse i 5.000 abitanti all’inizio dell’VIII sec. Nonostante la campagna non abbia raggiunto l’obiettivo postosi all’inizio della stagione del 2013, quel biennio di scavo aveva restituito una visione più articolata di Omrit in un’epoca che spesso viene poco considerata nell’analisi storica dei siti archeologici europei e medio-orientali. Oltretutto, l’immagine che ricostruimmo non era quella di uno stereotipato degrado post-romano, bensì di un fecondo riadattamento dell’eredità classica.

In conclusione, si può insistere sul fatto che furono la politica e l’attività edilizia di Erode a rendere Omrit una meta di pellegrinaggio ed un punto di ristoro duraturi per la regione, oltre che per le zone limitrofe al sito. Questo è vero a prescindere dall’ipotesi che il tempio romano di Omrit fosse o meno un Augusteo. Senza la fragile pace che il re ed il suo ambizioso programma edilizio stabilirono nel neo-regno di Giudea, le condizioni per la grande affluenza al sito e la conseguente fioritura economica di Omrit si sarebbero difficilmente sviluppate. Tale interpretazione del lascito erodiano mi servì da fondamentale lezione di archeologia al tramonto della mia ricchissima esperienza in Israele, fissandomi in mente quello che ebbi spesso modo di intuire durante lo scavo: l’archeologo non cerca tanto di scovare determinati reperti del passato quanto di valorizzare tutte le tracce materiali che del passato rimangono11.

di Elvira Miceli


1 I kibbutz sono le comunità di lavoro collettivo fondate a partire dal 1909 nel territorio che solo a partire dal 1948 sarebbe divenuto lo Stato d’Israele. Gli ultimi trent’anni hanno visto un rilassamento delle rigide regole egualitaristiche che originariamente governavano queste associazioni. Gli attuali abitanti di Kfar Szold, ad esempio, gestiscono varie attività private, tra le quali l’ostello dove alloggia la squadra dello scavo ogni estate.

2 Il generale romano Pompeo Magno sottrasse Gerusalemme alla dinastia ebrea degli Asmonei nel 63 a.C., ma fu solo verso il 37 a.C. e con l’aiuto dello stesso Erode, nemico degli Asmonei, che i Romani sottomisero definitivamente la città ed iniziarono a stabilizzare il circondario. A dirigere la riconquista fu il generale Ottaviano, che sarebbe diventato l’imperatore Augusto dieci anni dopo.

3 Entrambe queste datazioni sono in larga parte basate – come molte altre datazioni di reperti edilizi antichi – sulla collocazione cronologica dei più recenti frammenti di vasellame reperibili sotto le fondamenta. A rendere maggiormente precise le due stime è la possibilità di datare del materiale organico associato al vasellame. Anche se Erode morì nel 4 a.C., forse dopo il completamento del tempio di Omrit, si presume che un edificio di tale monumentalità fosse stato progettato quando il re era ancora in vita.

4 Benché ad Erode fosse dato il controllo della Giudea nel 37 a.C. (vd. nota 2), la sua autorità non ebbe sicura conferma da Roma fino alla presa di potere di Augusto negli anni successivi. Il re cliente riuscì a dimostrare la sua lealtà a quest’ultimo nonostante avesse sostenuto Marco Antonio, rivale dell’allora Ottaviano, nel conflitto che culminò nella battaglia di Azio del 31 a.C.

5 Fu dai Parti che Augusto, affiancato dal suo figliastro e generale Tiberio, riuscì ad ottenere per via diplomatica la decisiva restituzione delle insegne romane nel 21 a.C., pochi anni prima della costruzione del tempio monumentale di Omrit.

6 Oltre ad epigrafi votive che alludessero al culto imperiale, si spererebbe di trovare statue di Augusto, persino d’imperatori successivi, per fortificare l’ipotesi che il tempio fosse stato adibito a tale culto. Purtroppo la travagliata storia di Omrit nei secoli post-romani minimizza la probabilità di rinvenire reperti simili. L’unico indizio specifico finora identificato dell’attività cultuale romana del luogo è un’epigrafe votiva in greco del tardo I sec. d.C., iscrizione dedicata alla dea-ninfa Eco. Le associazioni acquatiche di questa divinità potrebbero indirettamente confermare la presenza di terme sul posto.

7 Tito Flavio Giuseppe, storiografo giudeo-romano del I secolo d.C., rimane una fonte imprescindibile per lo studio delle vicenda storiche del popolo ebreo in epoca classica. Oltre alle Antichità giudaiche, composte in lingua greca intorno al 94 d.C., il suo scritto più importante è la Guerra giudaica (75 d.C. ca.).

8 Antichità, 15:363-4 (vd. nota 7). Una descrizione simile appare nella Guerra, 1:404-6. In nessuno dei due passi fa però esplicito riferimento ad un complesso termale legato al tempio.

9 Secondo la prassi archeologica, le fasi di sedimentazione rimosse furono distinte per colore e composizione e scrupolosamente notate assieme ai reperti che contenevano, i più significativi dei quali furono anche disegnati come apparvero in situ.

10 Come nel caso dell’Augusteo, le prove dell’esistenza del complesso termale romano-bizantino restano più circostanziali che dirette, dal momento che è stata identificata soltanto una piastrella rotonda delle migliaia che avrebbero dovuto comporre il sottopavimento del calidarium del complesso. Questo sottopavimento avrebbe permesso il riscaldamento dell’ambiente tramite il vapore.

11 Per conoscere meglio lo scavo si consiglia il blog degli studenti-volontari del Williams College, consultabile a questo indirizzo: http://bit.ly/13VnJrR. Tra le informazioni disponibili, è consultabile una ricca bibliografia di approfondimento.

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Posted in: Archeologia, Storia |

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