Arts and Culture Magazine

Stelle rosse

23 agosto 2016 by Vittoria Barbiero
Cenni storici, evoluzioni, rivoluzioni e rotazioni della ginnastica artistica, da Larisa Latynina alla settimana scorsa.

– Non stai lavorando abbastanza duramente a questa figura, non è ancora pronta. Non ne stai facendo abbastanza ripetizioni ad ogni allenamento, concordi?
– Concordo.
– E allora perché la eviti e piangi?
– Perché è difficile.
– Se è solo difficile lo puoi superare1.

1978, l’Unione Sovietica fa uscire un documentario, “You in gymnastics”, che riprende gli allenamenti delle ragazze della nazionale di ginnastica artistica. Il video è mirato a mostrare il duro lavoro, le intense prove, la profonda maestria e l’impegno nel rinnovare una complessa arte sportiva, sentita in pericolo a causa di una nuova stella, la Romania, uscente dagli Europei del 1975 e del 1977 con sei ori, due argenti e due bronzi, e soprattutto dalle gare di Montréal del 1976 con tre ori, due argenti, tre bronzi e uno dei più incredibili primati di tutta la storia olimpica. La sconfitta dopo anni di vittorie è il propulsore che costringe la Russia a spingere i limiti delle proprie ginnaste oltre l’impegno, l’età, la fisica, arruolando tra le fila della nazionale ragazze sempre più giovani, sempre più flessibili e malleabili, in un continuo spezzare e ricostruire di corpi e caratteri, per raggiungere quell’ideale traguardo ritenuto da sempre impossibile, ma che una quattordicenne di Onești aveva appena provato di poter raggiungere non una, ma sette volte: la perfezione. La ginnastica femminile russa comincia allora ad andare avanti, ad imitare sempre di più le figure maschili, in un connubio di dedizione, forza, femminilità e violenza che «ha fornito le basi dello sport di oggi, in alcuni casi creando figure che risultano ancora oggi complesse. […] Fu così concepita “l’epoca d’oro della ginnastica” degli anni ’80, nella quale i Sovietici trasformarono la pura tecnica e crearono l’estetica che che trascese il mero sport»2.

Ma il sorprendente ingresso della Romania nella ginnastica artistica non è stato il primo cambiamento di questa disciplina, che ha subito camaleontiche trasformazioni dal momento della propria nascita. Fino a relativamente pochi anni prima, alle Olimpiadi di Melbourne del 1956, la ginnastica femminile si limitava a routine molto semplici, a corpo libero e volteggio, che si distaccavano notevolmente da quelle della controparte maschile. Fu Larisa Latynina il primo prototipo dei robot sovietici, l’atleta che fondamentalmente inventò uno sport, introducendo acrobazie fino a quel momento impensabili per le donne, prendendo in prestito elementi del balletto russo, ponendo i primi standard e creando un ibrido originale di leggiadria, creatività e forza: in sostanza, dichiarò ufficialmente che da quel momento in poi la ginnastica sarebbe stata uno sport femminile, continuando a vincere ori su ori e mantenendo il suo record di 18 medaglie olimpiche imbattuto fino al 20123.

Larisa Latynina sulla trave alle Olimpiadi di Tokyo del 1964.

In più, la Romania non fu il primo “piccolo” stato a far vacillare per qualche anno la supremazia russa in questo sport; prima di lei ci fu la Cecoslovacchia, nella figura di Věra Čáslavská, che dopo aver sbancato alle Olimpiadi di Tokyo del 1964 fu costretta alla latitanza usando le foreste della Moravia come palestra, in seguito all’invasione sovietica del paese dopo la Primavera di Praga, e che si rese autrice, dopo una splendida performance che incantò il pubblico messicano alle Olimpiadi successive, di un fiero ed elegantissimo gesto sovversivo, che esprimeva tutto il suo dissenso nei confronti di un pareggio ingiusto: sul podio, condiviso con la Russia per decisione dei giudici, alle prime note dell’inno nazionale sovietico voltò il viso alla bandiera. «Tornò in patria eroina del popolo ceco, ma nemica dello Stato»4.

Věra Čáslavská.

E così è sempre andata la ginnastica: un atleta straordinario sfida la Grande Madre, che con tutta la freddezza possibile risponde con un’orda di atleti ancora più incredibili, che spingono il limite sempre un po’ più in là, in una corsa alla perfezione, più che al miglioramento, che non può avere fine; nel corso degli anni questo ha prodotto risultati sempre più strabilianti, e traguardi sempre più rischiosi, da eseguirsi nella più totale assenza di apparenti reazioni emotive, disintegrando gli altri paesi sotto i propri colpi, con una tecnica schiacciante che sembra essere esemplificata dalla letterale distruzione delle parallele asimmetriche da parte di Ludmilla Tourischeva ai Mondiali del 1975; al termine dell’esercizio non si voltò nemmeno.

Al di là della bellezza che una ricerca del genere può portare, esiste però – è il caso di dirlo – anche l’altro lato della medaglia: la perfezione è, a quanto pare, raggiungibile, ma ha un costo altissimo, che non tutti possono o vogliono pagare; ma per un gruppo di paesi che entrava ormai nel proprio crepuscolo, in cui le relazioni tra i capi di stato si facevano sempre più tese, la sicurezza mentale e fisica delle ginnaste non poteva che passare in secondo piano a fronte dell’immagine di macchina perfettamente oliata che i corpi statali e i corpi delle atlete dovevano trasmettere; e così il prezzo da pagare per la perfezione non è più una scelta, ma un obbligo.

Ecco che quindi il documentario del 1978 si guarda da un diverso punto di vista, quello storico: sappiamo ora cosa succedeva a telecamere spente, sappiamo ora cos’è successo dopo; così alcune frasi pronunciate dagli allenatori e registrate per mettere in buona luce il metodo di allenamento sovietico, che pure ha prodotto i migliori campioni del mondo, assumono cupe sfumature.

“Sei arrabbiata! Non essere di buon umore, non puoi esserlo!”: l’esortazione della coreografa Emilia Sakalova può essere sensata finché si parla di interpretazione artistica dell’esercizio, ma sembra piuttosto che venga fatta l’equivalenza rabbia = buona performance, e che conseguentemente sia proprio la rabbia ciò che porta avanti un buon atleta; non quindi la gioia di effettuare un esercizio per la propria soddisfazione, per raggiungere un obiettivo personale, non la sfida nei confronti di se stessi, ma la sfida verso una vita che in realtà si odia, la frustrazione di non poter uscire da una situazione che si è troppo piccoli per gestire, il disgusto verso un allenatore che ricorre a metodi inumani per farti arrivare a un certo livello di bravura. “Non puoi essere felice”, mentre fai ginnastica artistica, sembra una minaccia, in un periodo in cui svariati allenatori vennero accusati di violenze nei confronti delle proprie atlete, e non solo in Russia 5.

Ciò che, a posteriori, fa ancora più rabbrividire, è la conversazione ripresa nel documentario tra Elena Mukhina e il suo coach personale Misha Klimenko [trasferitosi in Italia all’indomani della caduta del Muro per dirigere il Centro di Preparazione Olimpica femminile a Roma e morto a Milano nel 2007, N.d.R.] riportata nella citazione iniziale: non sapremo mai cosa sia esattamente successo tra loro, e chi abbia avuto la maggior porzione di colpe, ma ciò che è evidente è che vengono ripresi un allenatore preoccupato per la vittoria della propria squadra e per la presunta scarsità di disciplina della propria allieva, e un’atleta triste, che non riesce a guardare in viso il proprio coach; ciò che sappiamo degli eventi seguenti, è che Elena si fratturò una gamba un anno dopo il documentario e non le venne permesso di rimanere in convalescenza6; durante un allenamento per le Olimpiadi di Mosca del 1980, non ancora guarita, venne esortata ad eseguire più ripetizioni di un salto Thomas, figura oggi bandita nelle competizioni femminili7, per la quale non si sentiva pronta. In una delle ripetizioni del salto atterrò sul mento e si spezzò la colonna vertebrale, rimanendo tetraplegica8.

Elena Mukhina sulla trave.

Elena Mukhina sulla trave.

Oggi la ginnastica è molto diversa: le ginnaste sono più massicce, gli esercizi sono meno fluidi e meno artistici, gli standard di sicurezza sono più alti e alcune figure sono vietatissime. L’estetica ricercata dalla nazionale russa dopo quel 1976 durante il quale si era scritta la storia olimpica della ginnastica, a mio avviso non esiste più. Gli esercizi oggi sono sempre più simili a quelli eseguiti dagli uomini, in cui la difficoltà, la tecnica e la forza fisica hanno surclassato il lato artistico (un tempo caratteristica fondamentale della ginnastica femminile), trasformato oggi in un siparietto, un’asettica componente del punteggio finale. Le figure sono oggi molto più complesse e il coefficiente di difficoltà molto più alto rispetto a quello delle gare degli anni ’70 e ’80, ma il risultato finale è meno d’effetto, meno di impatto. L’impressione che si ha oggi è quella di vedere degli atleti svolgere difficoltosi e macchinosi esercizi: ma guardare una Olga Korbut eseguire una routine paradossalmente molto più semplice, come quella di Monaco nel 1972 alle parallele (contenente praticamente solo figure oggi vietate o non possibili), era come osservare il volo di un superumano.

Olga Korbut.

Ed ecco perché quel celebre, primo 10 perfetto di Montréal non è più raggiungibile oggi: ufficialmente è perché i coefficienti di difficoltà sono aumentati, ma la realtà è che nessuno è più riuscito a tenere col fiato sospeso il pubblico di uno stadio per quei 18 lunghissimi secondi necessari a coronare undici anni di allenamento spietato, con quella freddezza che è propria solo di chi fa della propria arte non una ragione di vita, ma una ragione di morte. 18 secondi di tecnica impossibile, di silenzio assoluto, in cui l’atleta riesce addirittura a sentire i sospiri del pubblico9; 18 secondi al termine dei quali il display del tabellone non ha abbastanza caselle per segnare il punteggio massimo, il primo 10 della storia olimpica. Nadia Comaneci era questo: «assolutamente astuto, rilassato controllo. Non sembrava nemmeno che si divertisse. Non ci giocava. Era così perfetta da non avere quasi stile. Era il video di istruzioni di come queste figure avrebbero dovuto essere. L’esempio generico che tutti aspettavamo. Maestria assoluta, a quattordici anni»10.

Durante la redazione di questo articolo, c’è stato un inaspettato avvenimento: l’olandese Sanne Wevers ha vinto l’oro a Rio 2016 nell’individuale di specialità, alla trave, portando un esercizio decisamente retro, se così lo si può definire; un perfetto connubio, come accadeva trent’anni fa, tra arte e performance atletica, con un ingresso con salto Luconi che non si vedeva alle Olimpiadi da tempo11, una fenomenale tripla piroetta, vari giri, un cross straddle sit d’altri tempi che sembrava uscito da un esercizio di Natalia Yurchenko o Larisa Latynina e una perfetta uscita Gainer 36012, senza trascurare per un secondo il lato veramente artistico ed incantevole di questo straordinario sport.

di Vittoria Barbiero


1 Conversazione tra l’allenatore Mikhail Klimenko e la sua atleta Elena Mukhina, tratta dal documentario sovietico del 1978 Вы в гимнастике, You in gymnastics, interamente visibile con sottotitoli in inglese a questo indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=ZdzS_IwclxM.

2 «[…] Their efforts provided the basis of the sport today, in some cases creating skills that have yet to be matched today. […] In this era the Golden Gymnastics of the 1980s were conceptualised as the Soviets transformed pure technique and created the aesthetic that transcended mere sport», da http://rewritingrussiangymnastics.blogspot.it/2014/11/you-are-in-gymnastics-now-with-english.html.

3 Quando il record viene spezzato dal nuotatore Micheal Phelps, http://it.wikipedia.org/wiki/Larisa_Latynina.

4 «Věra came home a heroine of the Czech people, but an enemy of the State». Faster, Higher, Stronger – Stories of the Olympic Games: Gymnastics, 23 luglio 2012, BBC One, 18:22. Intero documentario visibile a questo indirizzo: https://www.youtube.com/watch?v=FpKB25BLeZM.

5 Non solo all’epoca: molte sono le atlete che, una volta ritirate, o subito prima di ritirarsi, hanno denunciato condizioni fisiche e psicologiche insopportabili, spesso imposte dai propri allenatori; tra queste ricordiamo Jennifer Sey e la sua autobiografia Chalked Up: Inside Elite Gymnastics’ Merciless Coaching, Overzealous Parents, Eating Disorders, and Elusive Olympic Dreams, 2008, Harper Collins; Dominique Moceanu, che ha accusato di violenze Béla e Márta Károlyi, allenatori della nazionale rumena dal 1976 al 1981 e della nazionale americana dal 1981 al 2015 (Béla solo fino al 2000), Moceanu accuses Karolyis of abuse, Diane Pucin, LA Times, 23 luglio 2008 (articolo intero qui: http://articles.latimes.com/2008/jul/23/sports/sp-karolyi23); Alexandra Marinescu, che accusò l’intero metodo di allenamento e gli allenatori di Deva, nel libro Secrets of a gymnast, scritto in collaborazione con il giornalista Andrei Nourescu; Christy Henrich e Julissa Gomez, morte per complicazioni dovute, rispettivamente, all’anoressia nervosa e alla tetraplegia, condizioni causate, secondo varie fonti (Little Girls in Pretty Boxes, Joan Ryan, Garden City: Doubleday, 1995, i cui capisaldi generali – non le specifiche accuse – sono stati approvati in Physical and Emotional Problems of Elite Female Gymnasts, Ian R. Tofler, Barri Katz Stryer, Lyle J. Micheli, Lisa R. Herman, New England Journal of Medicine, 25 luglio 1996) alle eccessive pretese di un sistema, in generale, e del loro allenatore Al Fong, nello specifico. Non prendiamo posizioni riguardo i singoli allenatori, perché le voci riguardo questi problemi sono molte e contrastanti, con persone che vengono accusate da alcuni loro atleti e difese da altri loro atleti. Tuttavia, ci sentiamo di poter affermare che se la ginnastica artistica d’élite ha avuto così tante controversie, così tante morti e così tanti problemi fisici e psicologici, è perché evidentemente deve esservi annidata una mentalità malata che non tollera errori e tende a non considerare gli atleti come esseri umani, condonando e/o nascondendo atrocità di vario tipo, come dimostra l’orrida vicenda di Adriana Giurca, piccola ginnasta di 11 anni picchiata a morte dal proprio allenatore Gheorghe Florin, When discipline became murder : Romanian gymnast Adriana Giurca was 11 when her coach killed her in a relentless pursuit of perfection, Maryann Hudson, LA Times, 22 marzo 1995 (articolo intero http://articles.latimes.com/1995-03-22/sports/sp-45677_1_romanian-gymnast); inoltre, come la vicenda della piccola Adriana, anche quella di Elena Mulkhina venne inizialmente insabbiata: il Comitato Olimpico di Mosca diede varie versioni dell’accaduto (intervista di Yuri Titov – allora presidente della FIG, Fédération Internationale de Gymnastique – in merito visibile qui: https://www.youtube.com/watch?v=JXBRLLpkDDM), smentite poco dopo dalla realtà dei fatti, Soviets deny story of gymnast’s death, The Free Lance-Star, 29 luglio 1980 (articolo intero qui: https://news.google.com/newspapers?nid=1298&dat=19800729&id=5-JLAAAAIBAJ&sjid=FIwDAAAAIBAJ&pg=5981,4498968&hl=en).

6 http://soloscacchi.altervista.org/?p=28967

7 Secondo il nuovo codice, sono proibiti tutti gli elementi non inclusi nella Tavola degli Elementi, a meno che non siano sottoposti prima di una competizione alla commissione per lo scrutinio e l’eventuale inserimento nel codice. Tutte le figure si possono trovare in 2013-2016 Code of Points – Women’s Artistic Gymnastics, IV, 14. Fédération Internationale de Gymnastique, 2013.

8 In un’intervista di diversi anni dopo, Elena Mukhina dichiarò che il suo incidente poteva essere evitato, se non ci fosse stato un sistema a spingere lei e le altre ginnaste a compiere esercizi oltre la loro resistenza (intervista visibile qui: http://www.youtube.com/watch?v=3Lx7L-8x0nY).

9 Faster, Higher, Stronger – Stories of the Olympic Games: Gymnastics, 23 luglio 2012, BBC One, 38:36.

10 «Absolute astute, relaxed control. She doesn’t even seem to take joy in it. She doesn’t play with it. It’s so perfect, it’s almost without style. She’s the student’s video of what all of these moves were meant to be. The generic example we had all waited for. Absolute mastery at 14», commento dell’utente Youtube Tina Huston al video inserito nell’articolo.

11 Secondo l’attuale Code of Points, non esiste un coefficiente minimo di difficoltà per le entrate (2013-2016 Code of Points – Women’s Artistic Gymnastics, IV, 12.3), che non danno così particolari punti in più per la valutazione tecnica. La scelta di un’entrata come questa, con un coefficiente di difficoltà medio/alto, è dunque peculiare, in un panorama in cui la maggior parte delle atlete, campionesse comprese, sceglie di non rischiare punti “inutilmente” solo per un’entrata ad effetto, preferendo entrate con coefficienti di difficoltà bassissimi; evidentemente, i giudici hanno premiato questa scelta. Tuttavia, non sono riuscita a trovare sull’attuale Code of Points questo tipo di entrata; può essere che l’atleta l’abbia presentato per la prima volta a queste Olimpiadi, oppure, più probabilmente, è possibile che io abbia sbagliato a leggere correttamente l’entrata; in ogni caso, ho segnalato l’entrata come un salto Luconi (dal nome della ginnasta italiana Patrizia Luconi), un elemento del volteggio composto da rondata, flic con 3/4 di giro e salto indietro a gambe tese, elemento 4.51, VT Group 4-3; in tal caso avrebbe un coefficiente di difficoltà D (il massimo è G); un tale elemento non è a quanto pare previsto per la trave, nella cui sezione di riferimento sembrerebbe essere una variazione dell’elemento 1.509, BB Group 1-3, Mounts, con walkover indietro invece che in avanti; in tal caso avrebbe un coefficiente di difficoltà E.

12 Per l’entrata, v. nota 11 a questo articolo; per la tripla piroetta, v. elemento 3.501, BB Group 3-1, Gymnastic turns, coefficiente di difficoltà E; per l’uscita Gainer 360, v. elemento 6.507, BB Group 6-4, Dismounts, coefficiente di difficoltà E. Intero esercizio visibile qui: http://www.youtube.com/watch?v=evs140E_xwg.

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