Arts and Culture Magazine

Star Wars: dalla democrazia alla tirannide

10 settembre 2012 by Giacomo Teti
Altre riflessioni sulla seconda trilogia di Star Wars, che si appuntano questa volta sulla sostanza etico-politica della trama, alla luce anche del confronto con le vicende che portarono, nella Roma repubblicana, alla nascita del principato.

Di recente, solcando la rete in cerca di notizie circa la possibile realizzazione, di cui da qualche tempo si vocifera, di una fantomatica terza trilogia di questa nobile saga, mi sono imbattuto in parecchie sdegnose ripulse da parte di intransigenti partigiani della trilogia originale, che si lanciano in accalorate requisitorie (di solito poco o per nulla argomentate) contro la seconda, invocandone la vacuità e pretendendo con ciò stesso di dimostrare che il livello di un’eventuale terza sarebbe certamente infimo (in forza, suppongo, di una teoria della progressiva degenerazione). Da fervente appassionato mi sono subito sentito punto sul vivo, e così mi accingo ora a spezzare un’altra lancia in favore della seconda trilogia, soffermandomi stavolta, nel presente articolo e in quello che seguirà, sulle parentele fra i grandi rivolgimenti politico-sociali con cui si trovano a confrontarsi i suoi protagonisti e le vicende che nell’antica Roma portarono alla crisi e poi al crollo del regime repubblicano, in relazione ai diversi piani su cui questa transizione si esplica.

C’è innanzitutto un livello strettamente politico (che sarà argomento di questo articolo). Nella trilogia, tutte le sottotrame legate ai varî personaggi si inseriscono, in effetti, nel più ampio quadro della parabola discendente della Repubblica Galattica, a cui ci si riferirà poi col nome di Vecchia Repubblica, coagulandosi quindi attorno a un asse portante dai connotati marcatamente politici, che infonde nella trama una certa sostanza. La congiuntura politica in cui i fatti narrati s’inquadrano è quella della crisi del regime repubblicano, che degenera fino ad  esplodere, sicché alla fine unica àncora di salvezza appare la conversione alla tirannide; il parallelismo con il passaggio dalla repubblica al principato consumatosi in Roma al tempo di Augusto è, io direi, evidente. Cercherò ora di precisare meglio dinamiche e coordinate di questo trapasso nell’un caso e nell’altro, evidenziando affinità e divergenze.

Anzitutto ci si deve domandare: quali sono le condizioni che permettono l’instaurazione di una tirannide, o perlomeno la conquista di un potere personale straordinario (dove il termine va inteso nella sua accezione tecnica, che, in contrapposizione con le magistrature ordinarie, ne sottolinea il carattere eccezionale, legato ad una specifica contingenza)? Generalmente l’occasione è offerta da una minaccia esterna, a stornare la quale si renda necessaria un’azione rapida ed energica; azione che dovrà essere condotta da un comandante non solo capace, ma dotato anche di ampia facoltà decisionale, che lo metta in condizione di disporre le adeguate misure ed operazioni senza inciampi di sorta, e senza esser vincolato ai tempi lunghi del funzionamento della macchina burocratica. Così, fu con la campagna per fronteggiare Mitridate, il protervo re del Ponto, che Silla si procacciò potere e prestigio e poté preparare la successiva dittatura; non diversamente, la necessità di far fronte al flagello della pirateria fece sì che si attribuisse a Pompeo, per consentirgli la necessaria libertà d’azione su uno scacchiere così ampio, che comprendeva l’intero bacino del Mediterraneo e le zone costiere dei dominî romani, un imperium (un potere militare) vastissimo, che per limiti spaziali e temporali andava ben oltre l’ordinario.

Bisogna tuttavia riconoscere che, pur se fuori della norma, i poteri detenuti da questi personaggi rientravano nei limiti della legalità, ed erano riconosciuti, ed anzi sanciti dagli stessi organi di governo, ancorché non tutti vedessero di buon occhio l’attribuzione di simili prerogative a personaggi così ambiziosi e dotati di cotali capacità. Cosa fu, dunque, a permettere a loro e ad altri come loro di trascendere, in diversa misura, la sfera dell’istituzionalità, precorrendo l’avvento del principato? La risposta è che essi non si appoggiavano solo alla ratifica del popolo e del senato, ma potevano altresì puntellare la loro posizione di preminenza ricorrendo ad un altro potere, il potere militare garantito loro dalla lealtà degli eserciti. Con le innovazioni introdotte stabilmente a partire dal tempo di Gaio Mario (leva volontaria e arruolamento dei capite censi, i nullatenenti più che disposti, per la loro condizione, a vivere del mestiere delle armi) si erano affacciate sulla scena le prime armate composte di soldati professionisti, fedeli soprattutto al loro comandante come all’unico in grado di garantire loro il compenso per i servigi resi e, di conseguenza, una condizione di vita soddisfacente. Questi grandi eserciti indissolubilmente legati a singoli individui e devoti a loro più e prima che allo stato avevano messo i generali più abili in possesso di un formidabile strumento di affermazione personale, che avrebbe permesso loro di imporsi, ove fosse necessario, con la forza delle armi.

Visti i presupposti dell’instaurazione della tirannide, chiediamoci ora: trovano posto nell’economia della trama della nuova trilogia di Star Wars? La mia risposta è sì, se si analizzano le tappe del machiavellico piano che porta Palpatine, ambizioso senatore del piccolo pianeta di Naboo, ad issarsi, nel volgere di tredici anni, fino ai vertici del governo della Repubblica Galattica, proclamandosi infine imperatore. La genialità del suo disegno sta nel fatto che egli non lascia nulla al caso, non sfrutta cioè circostanze che si presentano spontaneamente, ma provvede lui stesso a crearle, ponendo le basi per la sua ascesa politica. C’è lui infatti, nella sua identità di Darth Sidious, il Signore Oscuro dei Sith, dietro l’embargo disposto dalla Federazione del Commercio ai danni di Naboo, sfociato infine nell’occupazione del pianeta da parte delle forze armate dell’organizzazione, volta a consolidarne il controllo. Lo scopo recondito di questa manovra (la “minaccia fantasma” cui allude il titolo), destinato a rimanere fino all’ultimo oscuro ai più, è il rafforzamento della posizione di Palpatine, che, grazie ai voti di solidarietà suscitati dalla penosa condizione in cui versa il suo pianeta, riesce a farsi eleggere cancelliere supremo della Repubblica. Questa carica sarà poi la piattaforma da cui egli azionerà l’ingegnosissima macchina capace di innalzarlo ai fastigi del potere assoluto. Attraverso il suo apprendista Sith Darth Tyranus, al secolo conte Dooku, ex Jedi e politico idealista, egli suborna alcuni fra i maggiorenti della Repubblica, principalmente esponenti del ceto mercantile, inducendoli, per difendere i propri interessi, a staccarsi dalla Repubblica stessa e a rivolgersi in armi contro di essa. Si scatena così, di fatto, una vera e propria guerra civile, che mette in subbuglio gli ambienti di governo: per ridurre all’obbedienza le armate dei separatisti e farle rientrare nei ranghi lo stato dovrà rassegnarsi a dotarsi di un esercito regolare, mai posseduto fino ad ora, e ad affidarne il comando supremo proprio al cancelliere Palpatine, insignito per l’occasione di poteri speciali. Dal suo scranno egli continuerà a riunire nelle mani le fila della congiura contro la democrazia, e a manovrare come marionette tutte le parti in causa, sacrificando senza esitazione tutti i suoi generali e i suoi sostenitori, finché, eliminati anche i Jedi e irrimediabilmente screditato il loro ordine (col pretesto di un attentato contro la sua persona, in realtà provocato proprio da lui), potrà incoronarsi imperatore senza incontrare resistenza alcuna.

Da un lato dunque Palpatine aumenta il proprio potere e il proprio prestigio grazie alla grave situazione di emergenza che lui stesso ha creato, suscitando potenti nemici contro lo stato; dall’altro può contare su un appoggio incondizionato da parte delle truppe. Sul secondo aspetto è bene soffermarci più diffusamente: rispetto alla realtà storica, infatti, in Star Wars la natura essenzialmente mercenaria dei soldati che li porta a rimanere sempre e comunque fedeli al comandante è accentuata e portata all’estremo, grazie alle possibilità offerte dal genere fantascientifico. L’esercito in questione, un esercito di cloni fabbricato su ordinazione in laboratorio, appare quasi come un oggetto, un’arma più che un’armata; commissionato e acquistato dallo stesso Palpatine attraverso un prestanome, esso si configura quindi come una sorta di possesso personale del futuro imperatore. Rigidamente indottrinati grazie a un processo di manipolazione genetica che li rende disciplinati e obbedienti nei confronti dell’acquirente-comandante, i soldati conservano per di più la traccia della personalità della matrice originale da cui sono stati creati, lo spietato cacciatore di taglie Jango Fett, sicario professionista devoto in sostanza a chi lo paga. La loro lealtà si trasformerà in fanatismo quando, a un secco ordine da parte dell’imperatore, non esiteranno a rendersi responsabili di un massacro sacrilego, uccidendo a tradimento tutti i Jedi posti alla testa dei loro reparti, sterminando così i guardiani della pace e ponendo fine all’antico ordine, che nessuno (nei piani di Palpatine) potrà più difendere o rifondare. All’eccidio scampano, com’è noto, solo Yoda e Obi-Wan Kenobi: il primo grazie alla propria combattività e all’amicizia personale con alcuni Wookie, che riescono a farlo fuggire in segreto; il secondo, più che altro, per un insieme di circostanze fortuite.

Su queste considerazioni la nostra analisi può dirsi per il momento conclusa; il mio prossimo articolo completerà il discorso, esaminando l’ideologia che ispira la propaganda imperiale di Star Wars e che la apparenta strettamente a quella augustea, mostrando come l’una e l’altra si esplichino su due livelli, l’uno politico, l’altro sacrale.

di Giacomo Teti

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Posted in: Cinema e Teatro, Percorsi Cinematografici |

2 Commenti a “Star Wars: dalla democrazia alla tirannide”

  1. Gisella scrive:

    Questi intrighi politici sono sempre stati in tutti i secoli, l’anima delle guerre!

  2. Giacomo Teti scrive:

    Sì, è proprio così, per questo mi pare che la rappresentazione che i film ci restituiscono colga nel segno! Io ho cercato di farlo apprezzare.

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