Arts and Culture Magazine

Star Wars e il principato: la Pax Galactica

19 aprile 2013 by Giacomo Teti
Motivi universali della propaganda imperiale di Star Wars, tra mito, storia e attualità.

Locandina del terzo episodio della trilogia, "La vendetta dei Sith"

Come terzo tassello del mio trittico di articoli sulla seconda trilogia di Star Wars vi propongo, come già annunciato, un altro parallelo con la storia romana. Se stavolta si parlerà più dell’antica Roma che della trama dei film mi perdonerete, ma sono certo che da questa disamina verranno alla luce molte delle problematiche affrontate nella saga, e molti degli stimoli che essa offre alla riflessione. Nucleo del discorso sarà l’analisi delle giustificazioni ideologiche e dell’apparato propagandistico che sorreggono l’ascesa e l’affermazione dell’imperatore, in relazione alle analogie con ciò che si disse e a cui si assistette in Roma al tempo della nascita del principato, e in particolare con i motivi che informano la propaganda augustea.

Come anticipavo, si riscontra a questo riguardo la presenza di due livelli: il primo, più scontato, ma non per questo meno controverso e problematico, è quello più schiettamente politico. Anche in questi giorni è molto dibattuto il tema della difesa della democrazia e della legittimità o meno, in tempi di crisi, delle proposte di scavalcarla e aggirarla, eludendone lungaggini e procedure troppo complesse e burosauriche, sia per velocizzare il funzionamento della macchina, sia perché qualcuno abbia il fiato per sovrastare il coro disarmonico delle voci che tirano acqua al proprio mulino, inseguendo solo e soltanto il proprio interesse particolare, e possa così riaffermare con autorità le ragioni del bene comune, che superano e trascendono le aspirazioni dei singoli. Tale era la condizione in cui versava Roma nel I secolo a. C., quando ormai l’enervato sistema della morente repubblica era divenuto incapace di conciliare le confliggenti istanze delle diverse classi sociali e di far fronte alle continue lotte intestine, e ognuno si mostrava avido di vantaggi e tornaconti personali.

Fu in questo scenario che sorse e si affermò la figura di Ottaviano, il quale, erede del progetto politico del padre adottivo Cesare, mirava però a realizzarlo in modo più cauto e accorto, e forse più utile per lo stato, ponendosi nel solco di una tradizione il cui esponente più illustre è senz’altro Cicerone: egli si proponeva infatti di incarnare un ideale già propugnato dal grande oratore per la salvezza della res publica, quello del princeps, vale a dire la figura autorevole e autoritaria che, senza travalicare i confini dell’istituzionalità, potesse tuttavia, riunendo e assommando nella sua persona  molteplici poteri e prerogative magistratuali da un lato, virtù eccelse e nobili ideali dall’altro, e possibilmente con il sostegno di un consesso di illuminati e sapienti consiglieri, elevarsi al di sopra della turba e con polso racconciare le briglie ai bizzosi puledri della società, rimettendo in riga quelli che recalcitrano e tirano in opposte direzioni il carro dello stato. Soprattutto la capacità di porre un freno agli scontri, sedando a forza i conflitti, interni o esterni che siano, assume in questo contesto particolare importanza. Virgilio, nel manifesto celebrativo dell’ideologia augustea che egli abilmente e con molta arte intesse nell’Eneide, scolpirà nella storia il precetto parcere subiectis et debellare superbos: ossia, mostrare un volto benevolo e rassicurante con chi umilmente si conforma, accogliendolo paternamente sotto la propria ala, e fare invece il viso dell’arme con chi si ribella, sforzandolo a sottomettersi. Questo imperativo non è esaltato da Virgilio, ma semplicemente accettato come ineluttabile: punire i riottosi e, se necessario, spegnere nel sangue la sedizione, è semplicemente uno dei gravosi e ingrati compiti del reggitore di uno stato, e, se si vuole, un altro doloroso aspetto della missione di cui il pius Aeneas  è investito dal Fato, non diversamente, in fondo, dal comandato abbandono di Didone. Anche Marco Aurelio, forzato a vivere per ben undici anni del suo regno spostandosi continuamente da un accampamento all’altro, rintuzzando e fustigando i barbari che a più riprese violano i confini, si consolerà, nei Pensieri, del suo sentirsi un feroce assassino e uno spietato cacciatore ripetendo a se stesso, in nome dell’ideale stoico da lui sposato, che il suo dovere non è preservarsi limpido e illibato, con la coscienza monda,  ma recitare la parte assegnatagli dal Destino, per quanto ciò gli possa costare, nel nome di un fine più alto.

Ottaviano Augusto rappresentato nella statua Augusto di Prima Porta, o Augusto Loricato, ca. 8 a.C., marmo, 2.04m

Nei fatti, questo proposito si traduce in una nutrita serie di campagne di conquista, che se non altro conseguirono il risultato di ampliare l’estensione dei dominî romani, ma il cui intento dichiarato era quello di imporre ovunque e a qualunque costo la pace, quella a cui ci si riferirà con le espressioni Pax Augusta e, più tardi, Pax Romana. Ovviamente si tratta di pura utopia, e un progetto così ambizioso come quello di pacificare tutto il mondo è, nella pratica, irrealizzabile. Lo stesso Augusto, dopo molti capelli strappati e una fiocaggine procuratasi a furia di vomitare imprecazioni e grida di “Rendimi le mie legioni!” all’indirizzo del già spirato Quintilio Varo (lo sfortunato generale alla guida di tre legioni romane rimaste preda di una micidiale imboscata dei Germani nella selva di Teutoburgo), dovette infine rassegnarsi a deporre dall’animo le sue pretese universalistiche e prendere atto dell’esistenza di realtà che non si potevano debellare e pacificare (per usare due termini cari alla propaganda augustea), ossia sottomettere e ridurre all’obbedienza, con tanta facilità, e di fronte alle quali si era costretti a ridimensionare le proprie aspirazioni.

Peraltro, questo non significò la rinuncia alla retorica della pace assoluta; ci si adoperò anzi per salvarne la validità nonostante il mutamento di prospettiva. A tal fine si ridefinì il concetto di signoria sull’orbe, facendo slittare il significato di quest’ultima parola dall’accezione ampia ed ecumenica di “globo terracqueo” a quella ristretta e particolare di “cerchio delle terre circondanti il bacino del Mediterraneo”. Si addiveniva cioè a un compromesso restringendo lo sguardo entro un orizzonte più limitato e affermando l’avvenuta pacificazione per questo particolare ambito; ambito che, peraltro, sembrerebbe esaurire la sfera di interesse del popolo romano, almeno quanto  all’adempimento delle promesse augustee: ciò che stava al di fuori dei confini era un mondo estraneo di cui non metteva conto preoccuparsi, e con il quale ci si doveva contentare, semmai, di rimanere, quanto più era possibile, in rapporti di buon vicinato.

Ebbene, venendo finalmente ai film, nel terzo episodio un punto di vista non dissimile è espresso da Palpatine, che, all’alba della creazione del suo impero, si compiace del successo dei propri piani cullandosi nella prospettiva di un dominio assoluto su una galassia tranquilla e libera da tensioni, conflitti e rivolte, perché completamente asservita e docile al suo scettro. Rievocando gli antichi fasti, veri o presunti, del suo ordine, così proclama orgogliosamente:  «Ancora una volta i Sith saranno padroni della galassia… e sarà sempre pace!».

È, diciamo, il rovescio della medaglia, una visione in negativo dell’ideologia del princeps, che ne svela senza infingimenti il lato oscuro (non potremmo definirlo altrimenti!), ma che non elimina la problematicità del tema. L’antico dilemma non è mai sciolto: un mondo schiavo infatti non sarà mai bello, ma può forse dirsi bello, invece, un mondo in cui tutti sono in lotta con tutti per le più grette e meschine rivendicazioni e una guerra incessante infuria senza trovare requie? È naturale dunque che ci sia chi ritiene che, se non è possibile vivere naturalmente e gioiosamente in armonia, la soluzione migliore sia l’irreggimentazione e l’imposizione autoritaria di un ordine costituito, senza concessioni o mediazioni, per dissipare la forza centrifuga degli interessi particolari, nella speranza di poter garantire qualcosa a tutti i cittadini, e la stabilità al sistema.

Infiniti sono gli argomenti che si potrebbero portare (e che sono stati portati) a sostegno di questa tesi: quando un sistema è moribondo va rimpiazzato, e una totale palingenesi operata per via rivoluzionaria è spesso preferibile a una lunga e travagliosa transizione; la tentazione di ricorrere alla forza, o anche soltanto al principio dell’imposizione autoritaria, per estinguere le spinte eversive e dirimere le contese è spesso irresistibile. Ed è pur vero che, da Platone a Seneca, da Voltaire ad Alfieri, a Bismarck, ai giorni nostri, non è mai del tutto tramontata l’idea che la miglior forma di governo, almeno in teoria, sia la monarchia di un sovrano illuminato1. Ovviamente il film non può dare una risposta, e si limita a sollevare aporeticamente il problema, un po’ come avrebbe fatto Euripide, per risvegliare ad esso le coscienze e indurre il pubblico a porsi delle domande.

Il problema etico e politico legato al sistema di governo è però solo un aspetto della questione, poiché in realtà l’impalcatura costruita da Augusto per puntellare la propria posizione è molto più complessa, e coinvolge anche un altro livello, quello sacrale. La pace che egli prometteva di portare era non solo e non tanto ciò che noi intendiamo con questa parola, ossia una temporanea situazione di calma ed equilibrio dovuta alla contingente assenza di guerre e perturbazioni d’altro tipo (concetto, questo, ad indicare il quale il latino avrebbe usato il meno impegnativo termine quies), ma una nuova temperie cosmica ed esistenziale, con un fondamento ontologico molto più saldo. La parola pax ha la stessa radice di pactus, il patto: indica una situazione di ordine ed equilibrio imperturbabili che riposa sul rispetto di norme e precetti stabiliti dalla divinità e, conseguentemente, sull’accordo e sul rapporto privilegiato ed esclusivo con gli dèi (il patto, appunto) goduto dal popolo eletto di Roma, ciò che per secoli gli aveva permesso di rimanere invitto, finché la violazione di una di queste norme, la rivelazione del nome segreto della città da parte di Quinto Valerio Sorano, aveva fatto decadere i Romani da questa condizione. Augusto si presenta quindi come l’uomo mandato dagli dèi a ripristinare l’antico ordine ristabilendo il rapporto con la divinità, andando incontro così alla diffusa aspettativa escatologica e salvifica che era venuta ingenerandosi (come spesso avviene in tempi di crisi), espressa ad esempio dalla quarta ecloga delle Bucoliche di Virgilio, che celebra la nascita di un fanciullo divino come annunzio dell’avvento di un nuovo mondo2.

Anakin Skywalker, passato al Lato Oscuro della Forza

Questo tema trova ampio spazio e sviluppo nelle due trilogie di Star Wars. Della natura divina di Anakin e del suo cammino verso la riconquista della divinità ho trattato bastevolmente nel primo articolo di questa serie; resta però da illustrare un elemento fondamentale, ossia come con Anakin sia l’universo intero a rinascere a nuova vita. Un’antica profezia dice infatti che un prescelto giungerà a riportare equilibrio nella Forza; e Obi-Wan (come già il suo maestro Qui-Gon, “scopritore” di Anakin) non ha alcun dubbio che l’uomo destinato a dare corso alla profezia sia proprio il suo giovane e irruente apprendista. Ne dubitano invece altri maestri Jedi, che vedono cupe nubi addensarsi sul futuro del ragazzo; ma, a ben guardare, né gli uni né gli altri sono in errore, perché se è vero che Anakin, tradendo i Jedi e passando al servizio dell’imperatore, porterà grandi sconvolgimenti, morte e rovina, è vero anche che infine riuscirà ad affrancarsi dal suo giogo e ad ucciderlo, liberando la galassia, estinguendo i Sith e adempiendo finalmente il suo destino, riportando davvero l’equilibrio. Rimane da chiedersi la ragione di questa parabola così lunga e tormentata: ma vale quel che ho già chiarito nel mio primo scritto, cioè che ogni vera conquista passa attraverso la rinuncia, e che per conoscere e raggiungere davvero il Bene, bisogna abbandonarne quei pallidi simulacri a cui ci si aggrappa e compromettersi con il Male, per riemergere dalle tenebre a una luce più pura. C’è del vero nelle parole che il futuro imperatore pronuncia davanti ad Anakin: «Se si vuole veramente conoscere il grande mistero, lo si deve indagare in tutti i suoi aspetti, non solo in quello dogmatico e ristretto dei Jedi». I Jedi si definiscono guardiani della pace, ma quello che difendono, cercando di rendere immobile e immutabile la realtà, è un equilibrio forzoso e artefatto, e perciò fragile e periclitante; solo lasciando che la vita scorra nella sua direzione la si può davvero dominare, sondandola fino a trovarne il vero senso e la chiave, e comprendendo in questo modo come far sì che il Destino si compia. In ciò Anakin si pone come un doppio luminoso di Palpatine, e le sue imprese come il risvolto positivo dell’operato di quest’ultimo:  se l’imperatore è un Augusto nero, che sbandiera l’ideale e la promessa di una pace fasulla al solo scopo di conquistare il potere, Skywalker è invece il vero Augusto divino in grado di rinnovare il mondo e restituirlo all’autentica pace cosmica. Perché il vero equilibrio non è puro Bene, ma diuturna dialettica tra Bene e Male.

di Giacomo Teti


1 Una dottrina politica di questo tipo non è riferibile interamente a tutte e cinque queste personalità, ma nel pensiero di ognuno di loro se ne rintracciano diversi elementi.

2 Il componimento trae occasione forse dalla nascita del figlio di Asinio Pollione, ma il bambino di cui si canta, chiunque sia, è assunto a simbolo dell’inizio di una nuova era e di un rinnovamento sia socio-politico (a sperare nel quale il poeta era probabilmente incoraggiato dal recente accordo di Brindisi, indizio di una possibile riconciliazione fra Ottaviano e Antonio), sia, soprattutto, cosmico. In seguito, da parte di alcuni cristiani, si è voluta vedere in questi versi una preconizzazione della venuta di Cristo, ma l’idea dell’attesa messianica è più antica e non è esclusiva nemmeno dell’ebraismo.

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Posted in: Cinema e Teatro, Percorsi Cinematografici |

7 Commenti a “Star Wars e il principato: la Pax Galactica”

  1. Francesso scrive:

    Articolo interessante per il tema, ma decisamente TROPPO lungo. Bello anche il confronto fra Star Wars e l’impero romano, ma chi è quell’ appassionato della saga che conosce la storia romana così bene da potersi orientare in un articolo così tecnico e specifico?

  2. Francesso scrive:

    cioè: a chi si rivolge un’articolo così? Ai fan di Star Wars? Che difficilmente corrispondono a quelli appassionati di storia romana; o che sicuramente non si interessano di storia romana ad un livello così accademico.

    • allthabit scrive:

      Sbagli decisamente se credi che non ci sono appassionati di storia romana a livello accademico che sono anche fan di Star Wars. Io ne conosco un sacco. E so di cosa parlo… ho studiato Storia Antica e sono fan di Star Wars =)

  3. Giacomo Teti scrive:

    Grazie dei suggerimenti. In realtà ho scritto anche articoli più lunghi! So bene di aver dedicato molto spazio alla storia romana, come peraltro preannunciavo in apertura, ma era necessario proprio perché molti riferimenti non rimanessero troppo oscuri. Non lo considero uno dei miei lavori migliori, ma d’altra parte bisogna considerare che ha valore non tanto in sé e per sé, quanto piuttosto come completamento di un discorso iniziato con gli altri due articoli. Ma quel che vorrei sapere è: davvero ti sembra uno scritto troppo poco accessibile ai non addetti ai lavori? Perché io ho cercato di toccare appena, senza scendere troppo nei dettagli, le vicende particolari dell’antica Roma, enucleandone invece categorie storiche riferibili ad ogni epoca e anche all’attualità, quali la dialettica fra democrazia e assolutismo e la religione come strumento di potere; non so però se ci sono riuscito. Concludo, per rispondere alla tua ultima domanda, dicendo che là fuori è pieno di nerd appassionati di Star Wars che, in quanto nerd, sono anche topi di biblioteca (e io sono uno di loro!).

  4. Alessio Costarelli scrive:

    Gran bell’articolo! Se i due precedenti erano originali, questo è anche estremamente ben svolto. Riflettendo in particolare sul capoverso finale del testo, mi è sovvenuto un ulteriore parallelismo. I Jedi si ostinavano a difendere un passato più che altro ideologico che però, nella realtà, la sua intrinseca corruzione aveva già da tempo condannato e per questo essi furono sconfitti; Palpatine, pur mal agendo, comprese che qualunque cambiamento sarebbe dovuto necessariamente passare attraverso una rivoluzione, di armi ma anche di prospettiva: in fondo, questa è quasi la stessa differenza che sussiste tra il regno di Diocleziano, parzialmente innnovativo ma troppo affannosamente legato al passato, e la svolta costantiniana, per molti versi discutibile (soprattutto da punto di vista finanziario) ma sicuramente più stabile e proiettata nel futuro, perché calata nel presente e pronta per questo a mutar radicalmente “fede”, in tutte le accezioni. Certo, la caduta di Palpatine (del tutto interessato nella propria rivoluzione, ma forse Costantino lo era meno?) e il supposto naturale decorso verso una nuova democrazia galattica è molto più polibiano delle sorti del Tardo Impero: in fondo però le teorie troppo rigidamente schematizzanti sono fatte per essere sovvertite.

  5. serena scrive:

    Bellissimi tutti e tre gli articoli,chiarissimi i riferimenti alla storia romana anche per chi non ne ha una conoscenza approfondita; sorprendenti i molteplici riferimenti che spaziano dall’epica all’attualulita’,come dicevi nel primo articolo si tratta di temi immortali che, in base a come vengono posti, ci costringono a porci nuove domande e a trovare risposte dopo rendendoci così un poco più consapevoli. Molto interessante la riflessione sulla drammaticitá del compito del protagonsta e sulla dialettica tra Bene e Male. Se c’è tutto questo credo che mi appassionerò presto.

    • Giacomo Teti scrive:

      Sei sempre troppo gentile! Ma fare proseliti è una cosa che mi riempie di gioia 😉

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