Arts and Culture Magazine

Shakespeare secondo Branagh: rendere attuale un mito – parte V

21 gennaio 2014 by Francesco Dall'Olio

As you like it – Come vi piace (2006)

Per la terza volta, Branagh sceglie una commedia, per di più uno dei capolavori della produzione comica del Bardo, quasi a metà fra le due precedenti, visto che As you like it condivide con Molto rumore per nulla gli intrighi, la finzione, il gioco teatrale, e con Pene d’amor perdute la stilizzazione dell’Arcadia, di un mondo immaginario.

As you like it, un titolo che già di per sé è metateatrale: secondo l’interpretazione di Giorgio Melchiori, sarebbe un’implicita critica rivolta al pubblico, con il drammaturgo che dichiarerebbe di sottomettersi ai suoi gusti senza condividerli. Espungerei da tale interpretazione quest’ultima parte, ma terrei la valenza metateatrale del titolo: Shakespeare sta facendo davvero un dramma come piace al pubblico, una commedia raffinatissima in un mondo pastorale idilliaco, dove si parla, si fa poesia, si discute d’amore. Questo dà però al drammaturgo la possibilità di svolgere anche una sua personale riflessione sulla finzione: l’azione di questa commedia, infatti, si situa all’insegna del travestimento e dell’inganno, così come quella di Molto rumore per nulla era caratterizzata dalla parola creatrice. Tutti i personaggi della commedia sfuggono dal mondo di potere e sopraffazione della corte del duca Frederick per rifugiarsi nella foresta di Arden, luogo fantastico dove si vive “come il vecchio Robin Hood d’Inghilterra” (I, 1), dove i pastori alternano la cura delle pecore all’espressione delle pene d’amore. Rivive quindi l’opposizione fra mondo reale (più o meno) e mondo fantastico che troviamo anche nel Sogno, nel Mercante di Venezia e in Pene d’amor perdute.

As you like it, locandina del film, Kenneth Branagh

Ma questo mondo non è che una finzione, un semplice travestimento, e l’azione slegata, casuale, quasi assurda, della commedia, sembra confermarlo, specie attraverso due personaggi: quello di Touchstone, il fool (giullare), e quello del malinconico Jaques, che alla fine si rifiuterà di tornare nel mondo reale. E’ a lui che è affidato il grande monologo, fra i più celebri di tutto Shakespeare (II, 7):

«All the world’s a stage,
and all the men and women merely players;
they have their exits and their entrances,
and one man in his time plays many parts»1

Mentre al fool è affidato un altro pezzo non meno importante, l’esilarante dialogo con il pastore Corin, dove dichiara tutta la propria perplessità per questa vita da pastore:

«Truly, shepherd, in respect of itself, it is a good life; but in respect that it is a shepherd’s life, it is naught. In respect that it is solitary, I like it very well; but in respect that it is private, it is a very vile life. Now in respect it is in the fields, it pleaseth me well; but in respect it is not in the court, it is tedious. As it is a spare life, look you, it fits my humour well; but as there is no more plenty in it, it goes much against my stomach»2

I due fools, così, demistificano a ogni passo questa finzione messa su da uomini che in fondo sono rimasti legati al mondo della corte, e al tempo stesso dichiarano la generale condizione di tutti i rapporti umani, dominio della finzione e del reciproco inganno, volto o al bene o al male. La conclusione di Molto rumore per nulla, “l’uomo è una cosa volubile”, si allarga così a norma universale.

Bryce Dallas Howard e David Oyelowo nei panni di Rosalind e Orlando in una scena del film

E al centro, sta ovviamente l’amore, terreno privilegiato dello scontro fra la verità e la finzione: merito di Rosalind, la figlia del Duca esiliato che scappa nella foresta assieme alla cugina Celia per sfuggire allo zio usurpatore (ogni rimando ad Amleto, per quanto ante litteram, potrebbe non essere casuale). Travestita da ragazzo, la spiritosa giovane si fa corteggiare dall’amato Orlando sotto queste spoglie fingendo di volerlo curare dalla passione amorosa, con nessun’altra ragione che la sua propria voglia di giocare e divertirsi, e il suo desiderio di essere amata3 atrocemente frustrato nella corte paterna. In tal modo, un’ulteriore ambiguità, quella sessuale, si aggiunge alla commedia (nel teatro shakespeariano, le parti femminili erano sostenute da ragazzi, e la pastora Phoebe si innamorerà proprio di Rosalind travestita), e l’amore si rivela una vera e propria follia:

«Love is merely a madness and, I tell you, deserves as well a dark house and a whip as madmen do; and the reason why they are not so punished and cured that the lunacy is so ordinary that the whippers are in love too»4

Siamo dunque di fronte a una commedia sulla follia e sulla finzione, dove un sorridente disincanto convive in perfetto equilibrio con l’incanto amoroso, reso con ancora più tenerezza e verità che in Romeo e Giulietta. E’ quasi naturale, perciò, la scelta di Branagh, che come abbiamo visto sul tema della finzione ha costruito il suo percorso shakespeariano, passando da quella politica (Enrico V) a quella sentimentale (Molto rumore per nulla, Pene d’amor perdute) a quella epico-tragica (Hamlet).

E per sottolineare l’atmosfera di finzione della commedia, Branagh fa la sua scelta di adattamento più coraggiosa e azzardata, che non è stata apprezzata da tutti ma che a chi scrive personalmente sembra efficace. Approfittando del breve periodo di nuovo successo del cinema orientale in Occidente iniziato con La tigre e il dragone di Ang Lee (2000), il regista (che stavolta sceglie di non mettersi nel cast) prende infatti la decisione di trasferire l’azione in Giappone nel XIX secolo, quando il paese del Sol Levante apre le porte all’Occidente e i mercanti europei iniziano a stabilirvi le proprie colonie, interessandosi alla nuova cultura, senza però rinunciare alla propria identità di europei: difficile immaginare un modo migliore di rappresentare la finzione della foresta di Arden che di trasferirlo in un paese doppiamente falso, falso per i personaggi europei che continuano a vestirsi e comportarsi all’occidentale e falso perché set cinematografico, falso perché cliché, con tutti gli elementi del caso (il sumo, gli ideogrammi, le katane).

Bryce Dallas Howard nei panni di Rosalind

E infatti, il cast, malgrado l’ambientazione nipponica, è quasi tutto europeo, con qualche innesto statunitense (il comico Kevin Kline che interpreta Jaques, la giovane e bravissima Bryce Dallas Howard nel ruolo di Rosalind), a marcare che stiamo assistendo, come ci informa la didascalia iniziale, a un “sogno in giapponese”, una storia che non si sta veramente svolgendo da nessuna parte. L’essenza onirica o comunque trasognata è data al film anche dalle frequenti riprese naturalistiche, in cui la macchina da presa sembra affondare negli elementi naturali che circondano i luoghi dove gli attori recitano; e dal contrasto fra la foresta di Arden, immersa nella luce del sole, e l’ombra che ricopre invece il palazzo nipponico da cui l’usurpatore duca Frederick ha cacciato il fratello. E siccome entrambi i duchi sono interpretati dallo stesso attore, il volto noto Brian Blessed (comparso in tutti i film precedenti di Branagh tranne Pene d’amor perdute), siamo ancora più autorizzati a pensare che le due ambientazioni siano l’una lo specchio dell’altra, che l’evasione naturalistica sia un modo per esorcizzare i fantasmi di un mondo dove i fratelli ingannano e opprimono i fratelli, richiamando il primo delitto di tutta la storia umana (e forse Adam, il servitore dei due fratelli Orlando ed Oliver, non porta questo nome a caso).

Il film si dipana lento, sostanziandosi di un ritmo mai accelerato e sempre piano, come quello di un addormentato, che passa nel suo cammino attraverso varie tappe del vivere umano: l’incubo della sopraffazione, l’adrenalina delle lotte di sumo, la giovinezza e spensieratezza degli intrecci sentimentali, le buffonate di Touchstone (un Alfred Molina con un ciuffo improponibile e i baffetti alla Chaplin, che sembra la parodia di un gentiluomo inglese), la malinconia amara di Jaques, l’unico che a tratti si renda conto che stiamo vivendo in un sogno. E infatti, al momento del celeberrimo monologo, la macchina da presa fa un movimento semicircolare di avvicinamento al suo volto, uscendo dalla macchia d’alberi, come a restringere progressivamente il campo del ragionamento del personaggio fino alla conclusione mortifera, anticipando la solitudine del personaggio alla fine del film, quando egli non vorrà ritornare alla corte ora illuminata dal sole. E’ tutto falso, e al tempo stesso è tutto vero, perché l’inganno non appartiene ai personaggi, ma alla trama stessa. Nessuno di loro inganna l’altro, perfino quello di Rosalind è un innocente divertimento: la finzione, questa volta, è solo e unicamente del drammaturgo e del cinema, che la orchestra con un ironico sorriso. Anche per questo Branagh sceglie di non mettersi nel cast: lui è quello che sogna, è il cineasta che sta tessendo questa finzione sotto i nostri occhi, e che chiude il film dicendo “Stop!” quando la Howard rientra nella roulotte dopo aver recitato l’epilogo. Era necessario, perché l’illusione fosse perfetta, che il regista non si vedesse.

Così, nel segno del sorriso, si chiude per il momento il nostro percorso shakespeariano di Branagh. Speriamo in futuro di vedere un’altra opera shakespeariana da lui portata sullo schermo, magari (perché no?) un Re Lear. Gli si adatterebbe moltissimo.

di Francesco Dall’Olio


1 “Tutto il mondo è un palcoscenico, e tutti gli uomini e le donne soltanto attori; hanno le loro entrate e le loro uscite, e ognuno nella sua vita recita sette parti.”

2 “In verità, pastore, presa per sé, è una bella vita; ma presa come vita da pastore, non vale nulla. Presa come vita solitaria, mi piace; ma presa come vita da privati, è veramente una vita infame. Presa come vita tra i campi, non mi dispiace; ma presa come vita fuori dalla corte, è noiosa. Presa come vita sobria, si adatta al mio genio; ma dal momento che non vi sono ricchezze, contraria di molto il mio gusto.”

3 Allo stesso modo, ma in ben altro contesto e con altri esiti, Iago intrappolerà Otello nella sua rete, per nessun’altra causa che la sua invidia.

4 “L’amore è soltanto una pazzia e, vi dico, merita un manicomio e una frusta come i pazzi; e il motivo per cui gli innamorati non sono puniti e curati così è che questa follia è così comune che anche chi li deve frustare è innamorato.”

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Posted in: Cinema e Teatro, Percorsi Cinematografici |

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