Arts and Culture Magazine

Shakespeare secondo Branagh: rendere attuale un mito – parte II

5 dicembre 2012 by Francesco Dall'Olio

Molto rumore per nulla (1993)

Solo due commedie shakespeariane potevano vantare una tradizione cinematografica fino al 1993, e cioè Sogno d’una notte di mezza estate e La bisbetica domata. E anche dopo questa data, ben poche hanno avuto l’onore del grande schermo: la produzione comica del Bardo è da sempre stata ingiustamente messa in ombra a vantaggio di quella tragica, dimenticando che in Shakespeare il tragico e il comico costituiscono le due facce della stessa medaglia. Così, quando Branagh scelse Molto rumore per nulla come seconda tappa del suo percorso shakespeariano, la sua fu una scelta consapevolmente ardita, perché per la prima volta un regista a capo di una grande produzione non sceglieva una delle grandi tragedie (scelta senza dubbio prevedibile), ma un lato della produzione del Bardo noto solo a chi frequenta il teatro. Era, insomma, la prima volta in cui ufficialmente Shakespeare veniva proposto per far ridere e divertire, invece che come meditazione angosciosa sul mondo.

E la scelta, ovviamente, non è caduta a caso, perché Branagh ha scelto proprio la commedia che più di tutte può ambire alla nomina di “commedia della parola”. E’ la parola, infatti, il “nulla” del titolo che provoca il “molto rumore” che rischia di diventare tragedia e rovinare la festa. Non una parola qualsiasi, però, bensì quella che Verdi chiamerebbe la “parola scenica”, cioè la parola che crea, che forma una realtà fittizia ma con tutte le apparenze di quella vera. Don Pedro e don Juan, i due machiavellici principi, uno positivo e l’altro negativo, agiscono sulla realtà (o quella che credono tale) attraverso la loro grande abilità di commedianti (nel doppio senso di “attori” e di “creatori di commedie”), e si divertono a modificarla a loro piacimento, dirigendo un doppio intrigo che in un caso deve portare alla morte e nell’altro al divertimento. Fra l’altro, non ne hanno motivo, o almeno non un motivo serio, che cioè possa esistere all’esterno della loro personalità (come non l’avranno né Iago né Prospero): ciò che li guida è il puro gusto boccaccesco della beffa, della sopraffazione intellettuale, dell’affermazione di sé.

«I cannot hide what I am. I must be sad when I have cause, and smile at no man’s jests; eat when I have stomach, and wait for no man’s leisure; sleep when I am drowsy, and tend on no man’s business; laugh when I am merry, and claw no man in his humour»1

Così si esprime don Juan, e più sotto don Pedro:

«I warrant thee, Claudio, the time shall not go dully by us. I will in the interim undertake one of Hercules’ labours; which is, to bring Signor Benedick and the Lady Beatrice into a mountain of affection, th’one with th’other. I would fain have it a match, and I doubt not but to fashion it»2

Entrambi i piani, però, falliscono, e per lo stesso motivo: la presenza di un elemento incontrollabile e soprattutto reale. Il primo è l’intervento del grottesco deus ex machina della commedia, il connestabile Dogberry, che con le sue guardie cattura i servi di don Juan costringendoli a confessare gli intrighi del padrone. Dogberry è caratterizzato da Shakespeare in maniera precisa, cioè come una parodia esplicita dei propri padroni, di don Pedro e della sua cricca. Parodia innanzitutto linguistica: il suo linguaggio è pieno di strafalcioni, controcanto ironico della raffinatezza verbale di don Pedro. Non solo linguistica, però, bensì anche comportamentale: Dogberry dà ordini alle guardie con un atteggiamento da saggio che in realtà rivela tutta la sua codardia e pochezza, allestendo quindi anche lui la sua personale commedia di tutore dell’ordine; si perde in labirinti di parole con Leonato non riuscendo nell’intento di fargli sapere l’inganno che ha scoperto ai suoi danni; calca anche lui la mano (come ogni nobile) sull’offesa al suo onore ricevuta da Conrade, che lo definisce un asino:

«Dost thou not suspect my place? Dost thou not suspect my years? […] Thou villain, thou art full of piety, as shall be proved upon thee by good witness. I am a wise fellow, and, which is more, an officer; and, which is more, a householder; and, which is more, as pretty a piece of flesh as any is in Messina; and one that knows the law, go to; and a rich fellow enough, go to; and a fellow that hath had losses; and one that hath two gowns and everything handsome about him»3

Eppure, questo sciocco riesce a risolvere l’intrigo in cui erano caduti i saggi, per fortuna o per caso, lui che al mondo della parola è estraneo, in un ribaltamento inquietante dove gli sciocchi diventano saggi e i saggi sciocchi.

Il secondo elemento reale, quello che rovina la beffa di don Pedro (un elemento assai più difficile da indovinare, eppure altrettanto evidente) è che Benedetto e Beatrice si amano fin da subito, e la loro allegra “schermaglia d’arguzie” altro non è che la maschera di due giovani che hanno paura a riconoscere l’amore in loro, come era evidente a chiunque avesse orecchie per intendere (quindi non a don Pedro, che si dà arie da saggio principe ma in fondo è solo un giovinastro come tanti altri). Rivediamo infatti il loro primo scambio di battute:

«BEN. But it is certain I am loved of all ladies, only you excepted; and I would I could find in my heart that I had not a hard heart for, truly, I love none.

BEA. A dear happiness to women; they would else have been troubled with a pernicious suitor! I thank God and my cold blood, I am of your humour for that; I had rather hear my dog bark at a crow than a man sweat he loves me.

BEN. God keep your ladyship still in that mind! So some gentleman or other shall ‘scape a predestinate scratched face.

BEA. Scratching could not make it worse, and ‘twere such a face as yours were.

BEN. Well, you are a rare parrot-teacher.

BEA. A bird of my tongue is better than a beast of yours.

BEN. I would my horse had the speed of your tongue»4

Solamente un sordo potrebbe non capire che queste sono parole di innamorati, che attraverso le parole vivono in potenza tutta una storia di piccole ripicche e gelosie. L’inganno di don Pedro non creerà nessuna realtà nuova, semplicemente ne porterà alla luce una ancora nascosta, senza però mutare l’allegria del reciproco battibeccare che non abbandonerà la coppia felice.

I due machiavellici creatori di finzione sono, insomma, i primi a essere ingannati, e così tutti quelli che si fidano di loro: alla fine, don Pedro sarà l’unico della compagnia a essere triste (“sad”), mentre suo fratello è in prigione, ed entrambi virtualmente esclusi dalla festa (come Dogberry, ma quest’ultimo perché non nobile). E spetterà a Benedetto trarre la morale della storia: «Man is a giddy thing, and this is my conclusion»5. Giddy: sì, è davvero giddy l’uomo, che si lascia accalappiare da un nothing come la parola, e che per questa rischia di capovolgere la commedia in tragedia, facendo addirittura apparire l’ombra della morte; che pensa di poter controllare la realtà e piegarla ai suoi scopi attraverso l’uso della finzione, ignorando che, come dirà Amleto a Orazio, «there are more things in heaven and earth, Horatio, than are dreamt of in your philosophy».6

Tutto ciò che è stato detto si ritrova puntuale nel modo in cui Branagh adatta la commedia. Per prima cosa, il regista trasferisce l’azione nella campagna toscana assolata, infischiandosene allegramente del fatto che, in teoria, l’azione sarebbe ambientata a Messina (non risulta che il Bardo sia mai stato in Italia, quindi una città vale l’altra: Romeo e Giulietta fatto a Firenze, Bologna o Roma funziona ugualmente bene). In tal modo, tutta l’azione avviene quasi sempre alla luce del sole, in un paesaggio di apollinea serenità dove perfino le scene notturne non hanno nulla della paura o dell’inquietudine associata alla notte: la notte di Molto rumore per nulla è una calda, pastosa notte italiana, dove non vi sono fantasmi ma solo grilli. E il paesaggio resterà tale anche quando l’azione sembrerà virare bruscamente verso la tragedia: il ripudio di Ero e lo scontro verbale di don Pedro e Claudio con Leonato e suo fratello Antonio avverranno alla luce del sole, la serenità dell’ambiente non ne verrà turbata, a marcare sensibilmente il “nulla” di fondo delle motivazioni umane. Tutto il contrario del paysage d’ame romantico, insomma, ma è pur sempre vero che questa non è una tragedia.

Non ha sbagliato, quindi, chi ha paragonato il cast e la recitazione a un gruppo di attori in allegra vacanza. La recitazione, in questo film, è volutamente sopra le righe, tutti gli attori offrono una performance decisamente priva di ogni raffinatezza, mirante alla più assoluta semplicità e alla più grande espressività. E anche questo è perfettamente adatto al copione: in fondo, viene detto all’inizio della commedia che è appena finita una guerra, e quindi don Pedro e i suoi si stanno effettivamente godendo una vacanza lontano dagli affari seri di Stato (affari che vengono lasciati nell’ombra e mai chiariti, non sapremo mai per quale motivo don Juan ce l’abbia con don Pedro). Siamo, insomma, in un’atmosfera di continua festa, di allegra scioperataggine, come fin da subito ci dichiara l’incipit del film che vede Leonato e i suoi allegramente stravaccati nei campi ad ascoltare Beatrice che legge con allegria, su un albero, il componimento che poi verrà cantato dal compositore Patrick Doyle prima dell’inizio dell’inganno e che poi sarà la canzone del trionfo finale dell’amore:

 «Sigh no more, ladies, sigh no more,
men were deceivers ever,
one foot in sea and one on shore,
to one thing constant never:
then sigh not so, but let them go,
and be you blithe and bonny,
converting all your sounds of woe
into Hey nonny, nonny»7

Branagh non procede nemmeno a una precisa ricostruzione storica: le donne vestono tutte un verginale abito bianco, gli uomini camicie bianche appena corrette da qualche fascia (fa eccezione Dogberry, sporco e polveroso nella sua casacca blu, ma anche lui è in realtà stilizzato come gli altri). La parola d’ordine è, insomma, carnevalata, nel senso ovviamente più festivo del termine, come rende evidente la scena del ballo in maschera, dove la confusione dei mascheroni e del travestimento non è affatto connotato in modo ambiguo e inquietante. Chiaramente, la creazione di questo locus amoenus rende solo più terribile l’improvvisa piega tragica degli eventi, del resto preannunciata dalla presenza di don Juan, che fin dall’inizio si distingue da tutti gli altri. Keanu Reeves, freddo fino all’inespressività (cosa che gli riesce benissimo), è l’unico attorno al quale si addensi la tenebra e si materializzi il chiaroscuro, l’unico capace di interrompere la festa con la sola sua presenza.

Sulla scelta degli attori bisogna soffermarsi un attimo. Con questo film, Branagh introduce nel mondo shakespeariano gli attori di Hollywood: Denzel Washington (don Pedro), il già citato Reeves, Michael Keaton (Dogberry), Robert Sean Leonard (Claudio) sono i quattro “corpi estranei” in un cast che per il resto è tutto inglese. Preme soprattutto notare i primi tre, perché non sono stati affatto scelti a caso: Branagh ha affidato a tre attori americani i ruoli dei due “creatori di finzioni” e del loro distruttore, ovvero i ruoli di quei tre che, alla fine, saranno esclusi dalla festa. Fra l’altro, in due casi li ha scelti ribaltando consapevolmente i loro ruoli classici, così che Washington, eroe da film d’azione, interpreti don Pedro (cioè colui che crede di saper usare la parola e invece ne è ingannato), mentre Reeves, che di solito è buono, stavolta vesta i panni di un cattivo. La performance di Keaton da questo punto di vista è più in linea con la sua recitazione solita, come ricorderà chiunque abbia presente Beetlejuice di Tim Burton, ma è comunque magnifico il suo Dogberry lacero, ghignante, grottesco, vero e proprio clown che arriva in scena mimando una cavalcata su un destriero inesistente (parodiando così l’arrivo, all’inizio del film, del gruppo di cavalieri di don Pedro, così lindo e pulito nel suo biancore). Washington è a sua volta una gradita sorpresa nel ruolo del principe, a cui dà una grazia, una naturalezza, un divertimento assolutamente spontaneo, confermando quello che in fondo già sapevamo, che don Pedro non possiede nessuna particolare saggezza, alla fine è un giovinastro come Claudio e Benedetto. Questo, però, non fa che enfatizzare il suo fallimento come uomo: alla fine, don Pedro non si unirà alla festa, e sarà triste, unico nell’allegria generale, perché non ha saputo impedire gli intrighi del fratello (che infatti ricompare in scena poco prima della festa finale, per ricordare a tutti che a causa sua stavano per ammazzarsi tra loro) e perché ancora è solo.

Il dramma di don Pedro non è però di ostacolo all’allegria di fondo che pervade il film: il locus amoenus alla fine si ricompone senza eccessive lacerazioni, e il sole ha continuato a splendere per tutto il tempo, senza che una nube turbasse la serenità del paesaggio. E la corsa finale nei giardini della villa della folla che canta la poesia di cui sopra segna l’estrema, sorridente ironia: a che serve piangere? L’uomo è fatto così, insegue sogni e chimere, crede alle cose più assurde, per un niente rovina un’occasione di festa, fabbrica piani solo per farseli distruggere da elementi incontrollabili, non ci si può fidare di lui. Lo dice Benedetto, che era partito rifiutando il matrimonio e alla fine sposa la sua Beatrice perché ha scoperto in sé e nell’altra un amore per troppo tempo nascosto da una reciproca scontrosità (e quanto sono bravi Branagh ed Emma Thompson, all’epoca sua moglie), lui che ha dimostrato più maturità di tutti nel capire subito che era colpa di don Juan, che non poteva essere vera la menzogna che diceva Ero infedele al suo Claudio. La festa, però, è sempre festa, il mondo è sempre illuminato dal sole, qualsiasi cosa gli uomini facciano, e alla fine, nonostante le smagliature e le lacrime, si può riprendere allegramente la baraonda interrotta, pur con la consapevolezza non propriamente allegra della facilità che abbiamo a rovinarla.

di Francesco Dall’Olio


1 “Non posso nascondere quello che sono. Devo essere triste quando ne ho motivo, senza sorridere agli scherzi di nessuno; mangiare quando ho fame, senza aspettare i comodi di nessuno; dormire quando ho sonno, senza fare attenzione agli interessi di nessuno; ridere quando sono allegro, senza far piacere a nessuno»”

2 “Ti garantisco, Claudio, che il tempo non sarà ozioso per noi. Voglio nel frattempo intraprendere una delle fatiche di Ercole, cioè far cadere sul signor Benedetto e la signora Beatrice una montagna di affetto, l’uno verso l’altra. Voglio combinare un bell’incontro, e non dubito certo di farcela”

3 “Non porti sospetto al mio posto? Non porti sospetto alla mia età? Mascalzone, tu sei un sacco di pietà, come sarà provato da una buona testimonianza! Io sono un uomo saggio, e ancor più un ufficiale; e, per di più, un possidente; e, per di più di più, un pezzo d’uomo come nessun altro in Messina; e uno che conosce anche la legge; e anche abbastanza ricco; anche uno che ha avuto le sue perdite; uno che ha due toghe e tanta bella roba”

4 “BEN. Ma è certo che sono amato da tutte le donne, tranne voi; e vorrei scoprire che possiedo un cuore di pietra, perché davvero non ne amo nessuna.
BEA. Una bella fortuna per le donne: si sarebbero trovate un corteggiatore insopportabile! Ringrazio Dio e il mio sangue freddo, in questo ho il vostro stesso umore; preferirei sentire il mio cane abbaiare a un corvo che un uomo giurare che mi ama.
BEN. Dio mantenga vostra signoria di quest’umore! Così un gentiluomo o l’altro eviterà di avere la faccia graffiata in anticipo.
BEA. I graffi non la peggiorerebbero, se la faccia fosse come la vostra.
BEN. Be’, siete una grande addestratrice di pappagalli.
BEA. Un uccello con la mia lingua è meglio di un animale con la vostra.
BEN. Vorrei che il mio cavallo avesse la velocità della vostra lingua”

5 “L’uomo è una cosa volubile, e questa è la mia conclusione”

6 “Ci sono più cose in cielo e in terra di quante se ne sogni la tua filosofia”

7 “Non sospirate, non sospirate più, fanciulle, gli uomini furono sempre ingannatori: un piede nel mare e l’altro sulla sabbia, mai fedeli a niente. Allora non sospirate, ma lasciateli andare, siate allegre e ridete, convertite tutti i vostri gemiti in allegre carole!”

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Posted in: Cinema e Teatro, Percorsi Cinematografici |

3 Commenti a “Shakespeare secondo Branagh: rendere attuale un mito – parte II”

  1. […] Correte a leggere il post.. e a vedere il film! […]

  2. LadyLindy scrive:

    a questo punto sarebbe bello leggere un articolo su As You Like It, sempre diretto da Branagh e uscito nel 2006, con una deliziosa ambientazione giapponese!

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