Arts and Culture Magazine

Sei mesi di mare!

18 febbraio 2013 by Vittoria Barbiero
Sei mesi di mare! è l’incipit del primo romanzo di Herman Melville, che era, all’epoca dello scrittore, molto più famoso del suo Moby Dick: Typee – Avventura in Polinesia. Alla scoperta dei mari del Sud con questo romanzo autobiografico.

Qualche tempo fa ho scritto sul mio blog personale un post dedicato alla Polinesia Francese, luogo che nella mia mente è la summa di quanto di più paradisiaco e perfetto la natura abbia creato, e che rappresenta la mia meta di viaggio ideale, quel viaggio che una persona sogna di fare prima o poi nella propria vita. In risposta al suddetto articolo mi era arrivato il suggerimento di leggere un libro non troppo conosciuto dell’invece celeberrimo autore Herman Melville: il romanzo in questione era Typee (o Taipi, a seconda delle versioni) e doveva avere come scopo quello di togliermi dalla mente le balzane idee di idilliache avventure nel sud del Pacifico. Dal momento che amo leggere libri che parlano di luoghi nei quali vorrei recarmi, e non essendo cosa semplice trovarne di ambientati in Polinesia, ho colto con impazienza il suggerimento e sono corsa in libreria. Qualora anche voi decidiate di fare la stessa cosa (magari dopo aver letto questo mio articolo?), non scoraggiatevi quando vi diranno che il libro è fuori catalogo: è invece pubblicato da una piccola casa editrice di cui troverete le coordinate in fondo all’articolo, tra le note.

Una delle cose che mi ha ispirato di più a leggere questo libro è il fatto che l’autore non fosse originariamente uno scrittore ma, come viene detto anche nell’introduzione, “un uomo di mare prestato alle Lettere”1. La prima esperienza lavorativa di Melville, probabilmente a causa della precoce morte del padre che lo aveva costretto ad abbandonare gli studi abbastanza presto, fu infatti quella di mozzo sul mercantile St. Lawrence, e poi di marinaio quando si imbarcò a bordo della baleniera Acushnet, alla quale si ispirò in seguito per la Dolly di Typee e per la Pequod di Moby Dick. Ne seguì un lungo viaggio, dal 3 gennaio 1841 al 23 giugno 1842, in giro per il Pacifico; stanco di passare un tempo così lungo in mare, e stanco soprattutto delle angherie subìte a bordo per mano del capitano dell’Acushnet, una volta attraccato nella baia di Nuku Hiva, la più grande delle Isole Marchesi, decide di disertare e fuggire nell’entroterra. Da questo soggiorno sull’isola nascerà, per l’appunto, il suo primo libro, di fatto un’autobiografia mascherata da romanzo. C’è chi sostiene1 che l’edulcorazione dei fatti apportata da Melville nelle descrizioni del testo sia dovuta alla scarsa, se non inesistente, comprensione della lingua indigena, che lo avrebbe portato ad avere una percezione rousseauiana della società polinesiana; a mio avviso, molto più banalmente, il soggiorno in un simile luogo – di una bellezza abbacinante secondo lo stesso autore – rende più sopportabile qualunque situazione, persino la cattività di un mese presso una tribù di cannibali.

In ogni caso, il libro si apre con la fuga di Tommo (l’autore) e del suo compagno d’avventure Toby, verso l’interno dell’isola. I due si allontanano dalla loro nave con l’idea di raggiungere la sommità della montagna visibile dalla spiaggia per poi ridiscendere a valle una volta salpata la nave, evitando possibilmente la famigerata tribù cannibale dei Typee, il tutto con un’improbabile scorta di cracker e tabacco che si trasforma presto in un’inutilizzabile poltiglia (prospettiva tutto sommato prevedibile), quando decidono di fuggire in una giungla tropicale durante la stagione delle piogge. Com’è immaginabile, il piano ha qualche falla e i nostri eroi sono costretti a sbrogliarsela in mezzo a una vegetazione troppo poco amichevole, con una gamba sull’orlo della cancrena, in un’inaspettata ondata di freddo, mentre il cibo è quasi inesistente, almeno finché non arrivano dritti dritti a Taipivai, la valle abitata dalla tribù che cercavano di evitare.

Ne esce un ritratto della vita polinesiana, è vero, forse un po’ naïf – d’altronde l’autore non aveva, come lui stesso ha ammesso, nessuna pretesa antropologica nè letteraria – ma indubbiamente interessante. Melville si limita a dare una descrizione delle cose che ha osservato, da un punto di vista diverso, che è quello dell’avventuriero, del lupo di mare che ha una storia da raccontare che è affascinante per default, perché diversa, lontana, esotica. È ovvio, a mio avviso, che la vicenda non risulti esattamente fedele agli eventi, agli studi antropologici, ai diari di bordo, perché non solo è raccontata da una persona che ovviamente ha aggiunto il proprio punto di vista, ma è detta addirittura da un uomo di mare che, come ogni marinaio che si rispetti, ha aggiunto qualche piccolo dettaglio che non è una bugia, ma una sensazionalizzazione di ciò che ha vissuto al fine di renderlo più accattivante, quando non scioccante, per colui che ascolti, o legga. Poco importa se le sue osservazioni sui costumi delle popolazioni indigene non sono propriamente ortodossi, o anche se alcuni particolari li ha letti in più attendibili testi di antropologi ed esploratori e non vissuti in un’esperienza diretta: probabilmente l’intento di Melville era quello di stupire con un racconto di vita al di fuori delle regole della cosiddetta civiltà, vita in un mondo – sia quello della Nuku Hiva indigena, sia quello dei marinai – che deve seguire altre regole, quelle imposte dalla natura.

Obiettivo, quello di stupire, che evidentemente è riuscito a centrare, se pensiamo che ai tempi di Melville fu proprio questo il suo libro più importante, e non, come oggi, il suo romanzo sulla balena bianca. A questo proposito, vorrei soffermarmi un po’ dell’avventura editoriale di questo libro, ad oggi un po’ macchinoso da reperire. Quando Melville sottopose il proprio manoscritto ad alcuni editori, gli venne rifiutata la pubblicazione perché sembrava “troppo strano per essere vero e troppo ben scritto per uscire dalla penna di un marinaio”1. Grazie poi all’aiuto del fratello, riuscì a far arrivare il suo libro in Inghilterra, dove venne pubblicato da John Murray III (editore di Darwin e Livingstone, figlio di John Murray II, a sua volta editore di Jane Austen e Lord Byron) con il titolo di A Narrative of a Four Months’ Residence among the Natives of a Valley of the Marquesas; or, a Peep at Polynesian Life2. Nonostante il titolo che a Melville non piaceva, e nonostante i numerosi episodi scollacciati che sarebbero potuti risultare scandalosi nell’Inghilterra vittoriana, il libro ottenne un enorme successo di pubblico, tanto da far nascere un’altra edizione inglese “piratata” e, un anno dopo, nel 1846, una seconda edizione americana; tuttavia, l’editore americano John Wiley (della casa editrice Wiley & Sons, che conta fra i propri autori Irving e Poe, nonché un considerevole numero di premi Nobel) ritenne che il libro fosse troppo audace per la puritana società americana e convinse Melville ad apportare alcune modifiche – non preoccupatevi, l’attuale versione italiana è quella originale3. Il successo ottenuto anche in patria portò ad un’interessante scoperta: il compagno di viaggio Richard Tobias Greene, che nel libro viene chiamato Toby, e che alla fine del romanzo viene dato come disperso, mandò una lettera al locale giornale di Buffalo per far sapere al mondo, e soprattutto all’autore, che era ancora vivo. Questa curiosa vicenda portò a una seconda edizione americana del testo, ancora censurata nelle sue parti osées ma con un’appendice approvata dall’autore sulla storia di Toby. Oggi l’edizione integrale originale, completa delle parti censurate, della storia di Toby, di alcuni capitoli in più ritrovati, e persino di alcuni piccoli errori di spelling di Melville, è delle edizioni Penguin a cura di John Bryant.

Curiosa è anche la diatriba nata intorno alle supposte intenzioni apologetiche dell’autore nei riguardi della colonizzazione occidentale delle isole del Pacifico. Poiché senza dubbio Melville parla generalmente in buoni termini delle popolazioni polinesiane, mentre tende ad accusare europei ed americani di aver corrotto i costumi di queste tribù introducendo malsane abitudini e comportamenti rischiosi di vario genere, si è sostenuto che lo scrittore volesse, appunto, redigere una sorta di pamphlet in favore del povero ed innocente bon sauvage contro il cattivo colonizzatore; a questa posizione ci si è opposti chiedendosi come mai allora alla fine del soggiorno lui sia scappato impunemente, se era così idilliaca la vita nella valle. Per come la vedo io, la questione è del tutto irrilevante. Ritengo sia normale che una persona tenuta in cattività desideri uscirne, anche quando la prigionia è in un paradiso. Ciononostante, il paradiso rimane un paradiso, ed è questo che Melville sembra voler suggerire. In fondo, se guardiamo il film Gli ammutinati del Bounty, con Marlon Brando, che pure finisce tragicamente, non abbiamo l’impressione che i disertori vivano in un inferno, nonostante tutte le disgrazie che capitano loro, e più o meno allo stesso modo funziona Typee.

In ogni caso, che sia per le descrizioni di una natura incontaminata e a tratti inaspettata (il freddo che coglie i due protagonisti nelle prime pagine della storia, la totale mancanza di alberi da frutto e altre primizie commestibili nell’interno dell’isola), che sia per le ammiccanti protagoniste femminili (come non rimanere incantati da queste donne che passano le giornate ad intrecciarsi fiori tra i capelli, come la bella Fayaway, i cui denti somigliano «ai lattei semi dell’aria, quel frutto della vallata che quando si apre in due li mostra ai lati, incastonati nella polpa rossa e succosa»?4), che sia per le divertenti disquisizioni sui tatuaggi (come quella che troviamo nel momento in cui quello che Melville chiama “il torturatore”, che altro non è che il tuhuna, l’artista, il tatuatore, cerca a tutti i costi di convincerlo a farsi un tatuaggio; per i popoli delle Isole Marchesi infatti, quella del tatuaggio è una pratica obbligatoria per i membri delle tribù, al fine di poter far parte delle iniziative sociali della comunità, dalla partecipazione ai banchetti al poter contrarre matrimonio5), che sia per la curiosità mostrata dall’autore, Typee è un libro che risulta affascinante, che entusiasma, e che decisamente non fa venire voglia di scappare dal luogo in cui è ambientato, ma anzi, di correre subito a comprare un biglietto per Nuku Hiva.

di La Ragazza con la Valigia


1 Simone Buttazzi, Il Signor H. tra i cannibali, in Herman Melville, Typee – Avventura in Polinesia, Prato, Piano B edizioni, 2011, pp. 5-7; p. 9.
2 Traducibile con “Un resoconto di un soggiorno di quattro mesi presso i nativi di una valle delle Marchesi; ovvero, uno sguardo alla vita polinesiana”.
3 L’edizione americana censurata è scaricabile gratuitamente qui in diversi formati.
4 Herman Melville, Typee – Avventura in Polinesia, Prato, Piano B edizioni, 2011, p. 104. Il sito della casa editrice è www.pianobedizioni.com, e se volete acquistarlo online, potete cliccare qui.
5 Willowdean Chatterson Handy, Tattooing in the Marquesas, Berkeley, University of California Libraries, 1922. Pdf scaricabile gratuitamente qui.

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Posted in: Letteratura, Recensioni Libri |

Un Commento a “Sei mesi di mare!”

  1. […] di evadere? Correte a leggere il post.. e il […]

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