Arts and Culture Magazine

“Scritti Corsari”, l’occhio di Pasolini

29 settembre 2013 by Daniele Franco
Osservare la realtà con occhio critico, ma non retorico; giudicarla con spirito severo, ma non disincantato: ecco il senso della riflessione pasoliniana sulla mutazione in corso nella società dei suoi tempi in una serie di articoli comparsi sul Corriere della Sera negli ultimi anni prima della morte. Scritti Corsari, al di là delle convenzioni sociali, che navigano impavidi controcorrente.

Scritti Corsari, la raccolta degli articoli di Pasolini usciti sul Corriere della Sera tra il ‘73 e il ‘76, è ben altro che una mera critica della società e del suo mutare: l’oggettività e l’intelligenza con le quali l’intellettuale indaga, lascia spazio anche ai sentimenti e alle previsioni apocalittiche di un uomo privo, oramai, della sua fertile terra ispiratrice. La società italiana, nell’epoca del boom economico degli anni Sessanta e Settanta, stava trasformandosi o “elevandosi” da società sottoproletaria e contadina a società di massa, fatalmente ammaliata e trascinata da inedite proposte di benessere. Pasolini, nel vedere il “suo” popolo (quello basso, analfabeta, disagiato, problematico ma sempre vitale!) consegnarsi – intellettualmente passivo – al progresso, rispondeva con un  j’accuse  deciso e forte, forse a tratti esagerato, vigoroso come lo schiaffo del fratello maggiore al minore, carico di tutto l’affetto e la paura di perderlo.

Tutto d’un tratto, in quegli anni ci si avvide che, come ben colse Calvino, «per tutta la giornata il gran daffare della popolazione era il produrre: producevano beni di consumo. Ad una cert’ora, come per lo scatto d’un interruttore, smettevano la produzione e, via!, si buttavano tutti a consumare»1. Il modello americano di società di massa e la svolta tecnologica stavano egemonizzando il popolo italiano, educandolo ad essere completamente assorbito nel sistema di “popolo di consumo”; un cambiamento, questo, che rifiutava ogni proposta di sottocultura in favore di una cultura unica basata sul valore della merce. Pasolini si trovava inerme ad assistere all’inesorabile levigazione di tutte le brillanti sfaccettature culturali italiane in un’ entità uniforme e sonnolenta: la genuinità dell’essere, lo spirito vitale sparivano inglobati dall’apparenza e dalla forma. Ecco perché nelle pagine di Scritti Corsari fuoriesce con veemenza la rabbia, l’accusa e il disprezzo di un uomo addolorato che vede il suo amore morire e farsi altro, con sembianze mostruose.

Come Pasolini ben intuisce, è dal nodo fondamentale di centro–periferia che passava lo svincolo per la mutazione. La strategia principale che la società di massa ha usato per espandersi è consistita nell’annullare qualsiasi distanza tra periferia e centro. «Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi»2, scriveva: in effetti, mentre con la repressione fascista il popolo aderiva a parole rafforzando però la resistenza, con questo «nuovo Potere» (che Pasolini intendeva in questo modo: «Non so in cosa consista questo nuovo Potere e chi lo rappresenti. So semplicemente che c’è. Non lo riconosco più né nel Vaticano, né nei Potenti democristiani, né nelle Forze Armate. Non lo riconosco più neanche nella grande industria […]: a me pare piuttosto come un tutto, industrializzazione totale e, per di più, come tutto non italiano, transnazionale»3) nessuna resistenza era più possibile, poiché non c’era alcun nemico da combattere, nessun oppressore identificato in un volto, nessuna palese icona da distruggere. Sotto il nome di progresso, il nuovo Potere avanzava incontrastato. L’industrializzazione cibava coloro che pativano la fame, dava loro benessere in cambio del tacito assenso al consumo: ma l’enorme quantità di merce, per essere venduta, doveva essere accessibile a tutti. A questo proposito, occorreva appianare la distanza fisica delle città tra il centro e la periferia, da sempre lontani per la mancanza di comunicazione e collegamenti: con l’avvento di strade, mezzi pubblici, trasporti, finalmente il popolo delle periferie poteva comodamente avere accesso alla zona centrale e, ancor più importante, il centro poteva avere penetrare nella periferia che, appunto per il suo isolamento, fino ad allora si autogestiva. Una volta annullata la distanza fisica, occorreva annullare quella concettuale.

Era necessario abituare le persone, ancora arroccate a vecchi pregiudizi di incomunicabilità, ad essere tra loro collegate: proponendo un modello medio di vita valido su tutti fronti, magari asfaltando e illuminando la un tempo buia e ciottolosa strada per il centro, bisognava a questo punto invogliare le persone a percorrerla. In questo la televisione, più di ogni altro mezzo di informazione, diede la spinta essenziale. «La televisione ha tutte le caratteristiche del farmaco: agisce sul sistema nervoso centrale, crea un’elevata dipendenza, necessita di dosi crescenti e, infine, disorganizza la tua vita»4. Stando a questo, è bastato proiettare sullo schermo determinati modelli di vita e il sangue del popolo si è infettato. Tutto ciò che passava in TV e sui media in generale, quindi anche molta pubblicità, plasmava le persone; la società dei consumi non aveva più bisogno di un suddito ubbidiente da ideologizzare, bensì di un uomo essenzialmente soddisfatto nella sua vita terrena e sempre bisognoso di beni a lui accessibili.

La felicità ora non era più rimandata al “Regno dei Cieli”, secondo il vecchio canone cristiano: «non c’è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due Persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s’intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina!)»5. L’icona standard che dilagava era quindi questo Uomo Medio soddisfatto dal piacere del prodotto che lo elevava dalla miseria dalla quale proveniva: appianando il tenore di vita, portandolo ad un tranquillo benessere, il cittadino poteva muoversi con leggerezza all’interno del mercato propostogli e sponsorizzatogli. Il proprio modello patriarcale non era più l’unico modello possibile, poiché i mezzi di comunicazione portavano un modo di essere non più lontano e inaccessibile: tutto era improvvisamente a disposizione. La periferia, che appunto per il suo isolamento si era sempre autogestita indipendentemente, veniva tutto ad un tratto inglobata nel sistema centro sia fisicamente che concettualmente.

Il dado era tratto, il veleno si propagava per le vie pulsanti dell’Italia, le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) per la prima volta hanno potuto intendere che era male essere analfabeti, era male isolarsi nelle proprie icone vetuste: il genuino ed alto «possesso del mistero della realtà»6 della periferia perdeva ogni suo valore di fronte al banalissimo e pragmatico modello di consumo. L’anima non era più quel profondo viaggio alla ricerca del Senso, bensì uno stabile accomodarsi al perbenismo, assuefatta come lo stomaco. L’analfabeta iniziava a vergognarsi della sua deficienza perché, se prima l’ignoranza scolastica valeva in quanto la cultura rimaneva inaccessibile e lontana, ad un certo punto la scuola veniva comodamente messa a disposizione, svuotando totalmente il senso della non essere istruiti. L’odio per i “figli di papà” del centro, causato dal rancore per la distanza dal quello, non aveva più un reale motivo dal momento in cui il centro era divenuto disponibile a tutti. Viceversa, i borghesi si “sotto proletarizzavano”; la nuova identificazione dei ragazzi nella qualifica di studente li riconduceva tutti allo stesso modello medio standardizzato, a prescindere che fossero sottoproletari o borghesi. Ci fu un annullamento qualitativo delle differenze sociali. Per la prima volta, la fortezza-centro abbassava i ponti levatoi e apriva le sue porte a tutto il popolo che aveva sempre vissuto e si era sempre organizzato nelle campagne al di fuori.

Il singolo quindi,  evolutosi in uomo-massa, ha determinato anche l’evoluzione del concetto di famiglia, non più intesa come «quel nucleo minimo, originario, cellulare dell’economia contadina com’era stato per migliaia di anni»7 che affrontava con la Fede le difficoltà della vita di campo, ma come un punto privilegiato dal quale partecipare alla vita di consumo. Essendo formata da più persone, la famiglia costituiva l’organismo perfetto da educare alla società di massa, poiché le sue esigenze coincidevano con le proposte del mercato; mediaticamente, la famiglia iniziò ad avere un valore enorme, venivano proposte icone di nuclei consolidati e felici nel loro nuovo benessere materico. Tutto ciò affinché gli italiani percepissero che il mondo stava cambiando e stava prendendo un’altra dimensione. Il singolo, in quanto tale, non crea eccessive necessità di consumo, mentre un gruppo, a maggior ragione se affiatato e forte, richiede molto di più e in continuazione.

La repressione dei propri antichi modelli, naturalmente ancora radicati nelle coscienze, o la parziale realizzazione di quelli nuovi, spiazzava le persone e le rendeva confuse, perché le due strade si escludevano a vicenda e non potevano coesistere in quanto opposte: a questo proposito, Pasolini percepiva frustrazione e ansia nevrotica come stati d’animo collettivi. Questa irregolarità nei modelli spesso generava persone grottesche, caricaturali; un valido esempio letterario sulla medesima riflessione può essere il Marcovaldo di Calvino, che ben identifica l’uomo in mutazione. Marcovaldo è in effetti un personaggio disadattato, grottesco, inadatto alla vita di città; la sua natura è un’altra e la cerca in ogni angolo verde che gli permetta un contatto con la Terra e le sue stagioni (appunto Le stagioni in città). Rimane invano incastrato nel suo intimo modo di essere e il modo in cui, per sopravvivere, deve essere, generando nel lettore ilarità, malinconia e, come prova dell’avvenuta identificazione, compassione.

Pasolini, con la sua critica da intellettuale dell’epoca, aiuta a comprendere meglio proprio il momento in cui la mutazione è avvenuta, egli sviscera l’humus dal quale tutto prese forma; traccia una strada letteraria dalla quale partire per cercare di capire adesso la forma stessa (compiuta) della società, insomma considerare che quello che oggi chiamiamo normalmente mondo e si identifica con modelli e icone di massa, allora altro non era che un nuovo mondo da realizzarsi.

di Daniele Franco


1 I. Calvino, Marcovaldo ovvero Le stagioni in città, Einaudi scuola, Milano 1998, p. 106

2 P.P. Pasolini, Scritti Corsari, 9 settembre 1973. Acculturazione e acculturazione, Garzanti, VB 2012, p.22

3 P.P. Pasolini, Scritti Corsari, 24 giugno 1974. Il vero fascismo e quindi il vero antifascismo, Garzanti, VB 2012, p. 45

4 A. Majewski, Aphorisms. Magnum and Parvo, trad. Caramagna e Skocki, s.e., s.l. 2000

5 P.P. Pasolini, Scritti Corsari, 9 dicembre 1973. Acculturazione e acculturazione, Garzanti, VB 2012, p.23

6 P.P. Pasolini, Scritti Corsari, 9 dicembre 1973. Acculturazione e acculturazione, Garzanti, VB 2012, p.24

7 P.P. Pasolini, Scritti Corsari, marzo 1974. Vuoto di Carità, vuoto di Cultura: un linguaggio senza origini, Garzanti, VB 2012, p.35

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Posted in: Letteratura, Recensioni Libri |

3 Commenti a ““Scritti Corsari”, l’occhio di Pasolini”

  1. […] a leggere il post e a darci la vostra […]

  2. serena scrive:

    Ottima riflessione sulla società di massa: parlare di quello che inevitabilmente siamo diventati e come sia successo permette di essere più consapevoli(e non lo saremo mai abbastanza) del tipo di vita in questa società. Significativo il riferimento a Marcovaldo: oltre alla cimpassiona ha sempre suscitato in me anche la convinzione che in tutto questo ci sia qualcosa di profondamente sbagliato e mu auguro che dalla consapevolezza nasca anche un desiderio di cambiare molte cose per cercare di liberarci dalla mentalità troppo spesso controversa della società di massa.

  3. Daniele Franco scrive:

    In effetti la consapevolezza è una prerogativa fondamentale per capire bene un sistema, su Pasolini e sui suoi appelli disperati contro la società di massa ironizzavano tutti i più grandi intellettuali dell’epoca (Calvino compreso!), era in effetti una voce fuori dal coro e la sua consapevolezza infastidiva l’atteso avvento della comodità. Ora che i tempi sembrano più maturi per essere consapevoli, sarebbe interessante capire quanto, oggigiorno, lo siamo davvero. Mi viene da dire, concordando con te, “mai abbastanza”.
    Grazie dello spunto!

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