Arts and Culture Magazine

“Canzoni per me” – Il rock della maturità

1 gennaio 2012 by Alessio Costarelli
Temi e melodie, sogni e sentimenti in quello che è il più intimo e profondo album del rocker di Zocca; deposto temporaneamente ogni ribellismo, per una volta si fanno spazio riflessioni e ricordi, quasi a tirar le somme di una “vita spericolata”.

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A più di dieci anni di distanza da C’è chi dice no (1987), spesso considerato (forse a torto) il suo miglior album, a due da Nessun pericolo … per te (1996), ultimo ellepi di inediti che fa suonare un’interessante sintesi di forza strumentale rock, verve polemica e più diffusi ed accentuati ripiegamenti sentimentali, quasi intimistici, il 1998 vede la pubblicazione di quello che è a tutt’oggi una delle incisioni qualitativamente migliori del rocker di Zocca.

Con Canzoni per me si nota subito, fin dal titolo, la distanza che sussiste con gran parte della discografia precedente: eppure, questa profonda interiorizzazione musicale, questo sguardo nel proprio io per una volta meno polemico e più riflessivo, ha radici profonde nel suo passato. Molte canzoni, infatti, come Idea 77, sono state ripescate dal fondo dei cassetti degli appunti giovanili. Nel guardarsi alle spalle, nel riprendere e talvolta riflettere nuovamente su emozioni ed esperienze già vissute, l’album riempie una parentesi nella discografia di Vasco Rossi che tutt’ora non è stata riaperta. «Questo ellepi è lo scaricamento della mia memoria… Avevo bisogno di liberarmi il cervello e con queste canzoni qua io ho terminato il ciclo, cioè non ho più canzoni in memoria… A questo punto il computer che ho nella testa è pulito e chissà cosa succederà da ora in avanti…».

Motivo conduttore, ancora una volta, sono le donne; ma qui non si pongono più come “tormento ed estasi” di uno scapigliato, di un uomo libero e non del tutto cresciuto. Qui l’istinto febbrile dell’amore, o meglio della fervente passione, riaffiora solo nel finale d’album con Rewind, lasciando invece spazio nelle altre tracce allo spunto descrittivo, a quadretti d’emozioni e sensazioni del cantante, dell’uomo che si ferma a guardare le proprie delusioni, i turbamenti sentimentali; talvolta la sua figura, la sua personale esperienza svanisce del tutto, per far nascere veri e propri ritratti come Laura, figura femminile un po’ persa ed un po’ ferma, un po’ bisognosa di protezione ed un po’ strenua tutrice di sé stessa, erede della Sally di appena due anni prima.

Come già accennato, i fili che legano queste tracce alle incisioni precedenti sono molti; ma in ogni caso quella che Vasco attua è sempre una riflessione nuova, ora più matura, quella di un uomo che comincia a non voler più essere necessariamente protagonista della vita ma che, un po’ alla volta, vuol cominciare a comprenderla, tirando le somme delle sue esperienze. Così nella canzone d’apertura E il mattino, il risveglio accanto ad una ragazza è dolce, quasi protettivo: «e il mattino ci sveglia piano / tu sorridi mentre guardi in giro / e stringi la mia mano / non aprire la finestra! / fuori è festa ma fa freddo / lascia stare anche la porta / smetti di giocare e vieni qui vicino»; abissale è la distanza con il «Dimentichiamoci questa città / bambina amiamoci / dimentichiamoci il freddo che fa / baby svestiamoci» targato 1981: adesso lui non le direbbe più «ti voglio amare da morire / voglio farti impazzire / non ti devi preoccupare / so io come fare / e poi vedrai che domattina / avrai qualcosa da ricordare!», ma sempre tenendole stretta a sua volta la mano la rassicura adesso dai timori e la aiuta ad affrontarli: «e l’allegria / la mettiamo nei cassetti / tira fuori la malinconia», quella stessa che lui ha estratto dai propri personali cassetti del passato e, ponderata, ha inciso in questo album.

Anche Quanti anni hai, canzone che gli è valsa diversi premi musicali e letterari, uno fra tutti il Premio Lunezia 1999 per il “poeta rock” (in cui ha superato testi di cantautori del calibro di Battiato e Vecchioni), è una risposta, a quattro anni di distanza, a Gabri. Gabri (ancora non si sa se reale o frutto di fantasia) era una delle tante ragazzine, spesso troppo piccole, che Vasco si trovava sempre da qualche parte, fosse nel camerino o nella sua auto, ed a cui, molto spesso, cedeva. Per queste era un idolo («e non ci sarà più Dio / perché ci sono io») e facile era per lui la tentazione, anche se già venata di una turbata consapevolezza («Quest’avventura è stata una follia / è stata colpa mia / tu hai sedici anni e io… / e io…») presto messa a tacere. Ora, innanzi alle medesime tentazioni («Quanti anni hai / stasera / quanti me ne dai / bambina»), innanzi anche alle stesse debolezze («mi ha telefonato lei / per prima / non ho saputo dir di no / lo sai che storia c’era»), la consapevolezza è totalmente diversa: «certo che potevo sai / approfittar di te / ma dopo come facevo / a fare senza… se». Non è più incosciente divertimento, è sentimento, senso del piacere ma anche della realtà: intendiamoci, in Vasco non c’è mai qualche risvolto moralistico, quanto piuttosto acquisizione di una nuova visione del reale («Meglio che “rimani” / a casa / meglio che “non esci” / stasera / perché la notte non è più sicura / e non è nemmeno più sincera»), che finisce poi, talvolta quasi necessariamente, per lasciar spazio al disincanto: «Quanti anni hai / stasera / sai che non lo so / bambina / forse ne ho soltanto qualcuno… qualcuno / …più di te / ma è la curiosità / che non so più cos’è».

L’intimismo dell’album ruota attorno al singolo Io no…, una struggente canzone di dolore su di una storia che non ha funzionato e su di un amore, per colpe diverse, oramai finito. La solita lei che lo turba e lo sconvolge, non prima né ultima gli volta ora le spalle, lasciandolo «come un cane quando non c’è più / non c’è più il padrone / contro il vetro per guardare giù». Sembra quasi il Catullo più oppresso, ma soprattutto sembra l’altra metà di un amore tradito già tratteggiato nel 1981 in Brava: «E quando sei riuscita a farmi cadere / con la tua logica di calze nere / ti sei voluta prender gioco di me / ti sei voluta divertire»; lì i versi sono tutti un’accusa a quella “Strega” (per rifarsi ancora più indietro nella discografia, 1979) che ha voluto vedere fino a che punto lo poteva umiliare, ora invece ancora una volta si fa spazio la consapevolezza, una lucida analisi ex eventu del dolore: «Quando penso a come / alla fine mi hai ridotto tu / lo capisco “dove” / mi ci avresti portato tu… / Quando penso “a come” / mi hai preso in giro però / lo capisco come… / sia difficile sbagliare più». Lui no: ora che, come cantò diciassette anni prima, «non credo più a niente / e la mia vita non la rischio più / per nessuno e per niente», lui non la aspetterà più, né mai la perdonerà; ma, ineluttabile come le leggi dell’amore, nel cuore non potrà dimenticarla.

Questo è un Vasco sensibile, non più il rocker “sciupafemmine” di un tempo, è un uomo che si commuove ed imbracciando con insolita frequenza una chitarra acustica in L’una per te arriva a dire, in assoluto per la prima volta nelle sue canzoni, “ti amo”. Ma è anche il poeta che si ferma a guardare e descrivere una delle tante anime fragili che popolano da sempre i suoi testi. Laura è una canzone semplice, di quelle da cantare con una chitarra, magari davanti al fuoco; ma dal suo candore, dalla sua semplicità, traspare la solitudine e tutta la difficoltà della vita. Eppure Laura (non si sa se in parte ispirata alla moglie, Laura Schmidt), che appare forte nella sua esteriore fragilità, non è dipinta nel momento della riscossa, né della caduta: di lei ci è mostrato un fotogramma, un piccolo ritratto immerso nella quiete di un’attesa: quella di suo figlio. «Laura aspetta un figlio per Natale» si ripete per tutto il brano, un figlio che in un mondo ove non sempre c’è il sole non deve essere per forza essere considerato grigia pioggia, anche se – lo si scopre solo alla fine – è un “errore”. Laura è una ragazza madre, che la vita sta facendo crescere e che sta comprendendo come tutto nel mondo non debba essere per forza oscuro; sembra quasi ascoltare le parole di Idea 77, canzone realista ed oggettiva che svela come ognuno di noi vorrebbe che «la vita / stesse lì per un momento / ad aspettare / perché tu riprenda fiato / da poter ricominciare / magari a bestemmiare», ed invece «la gente “ti sta attorno” / “ti controlla”» e «la realtà ti preme addosso / […] / tu sei chiuso nel tuo guscio / ma la cosa non potrà durare / ancora molto // una nave s’avvicina / s’avvicina lentamente / senza fretta / è il futuro “che ti aspetta” / ti conviene uscire “adesso”! / adesso “basta”!!!!». Eppure, lei ha infine compreso anche come per affrontare la fredda realtà sia necessario aiutarsi con illusioni e sentimenti: «E Laura aspetta un figlio per “errore” / però lei dice che si chiama “amore” / in ogni caso poi la gente… / sai che cosa vuole!?! / in fondo… vuole “Natale con la neve”!».

Superata quella parantesi nella parentesi che è La favola antica, dolce storia anch’essa paideutica e “di crescita” che esorta a non aver più paura di quel che ci circonda, si giunge al finale, inaspettatamente esplosivo. L’istinto animale del rocker dei primissimi anni Ottanta esplode di nuovo e senza preavviso, in un crescendo musicale e tematico che sfocia in quel connubio che da sempre, per Vasco, è la vera forza cinetica dell’uomo, del mondo: l’amore e le donne. La poliedricità dell’amore che infiamma gli spiriti, quella Afrodite dal trono variopinto per citare il celebre fr.1 di Saffo, si fa visibile, quasi tangibile in tutte quelle «espressioni di godimento / sul tuo volto» che «si vedono solo con lo scorrimento lento / del nastro». E’, questa, forse la più appassionata delle canzoni di Vasco, che con amore e frenesia mostra tutta la forza della passione che, in quanto umana, finisce con l’essere forza per l’uomo stesso; ma anche qui ritornano le illusioni che ne devono nutrire almeno in parte l’esistenza, affinché questa sia davvero, autenticamente, “vita”.

di Alessio Costarelli

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