Arts and Culture Magazine

Sȝw.t R‘ – Le figlie di Ra

8 dicembre 2014 by Vittoria Barbiero
Piccola rassegna di grandi regine nella terra del fiore di loto: passaggi di regalità nell’Egitto Antico.


Quando si parla di governo dell’Egitto antico, è naturale pensare ovviamente alle imponenti e statuarie figure di importanti faraoni, come il grande conquistatore Ramses II, o Akhenaton, sul quale si sono fatte le più disparate speculazioni religiose, o anche Thutmosis III o la stirpe tolemaica. E se pensiamo alle figure femminili, sicuramente la prima che salta alla mente sarà Cleopatra VII, avvinghiata alla Repubblica Romana con le sue affilate unghie da femme fatale, oppure Nefertiti, che fa onore al proprio nome (nefer significa “bellezza” in egiziano) nello straordinario busto conservato a Berlino. Ma le figure di donne regnanti o che comunque hanno esercitato grande influenza sul potere politico non sono certo mancate in Egitto, e anzi si ritrovano frequentemente a partire dall’Antico Regno fino alla fine dell’impero egiziano.

Pittura dalla tomba di Nebamon, nobile della XVIII dinastia, con ospiti femminili servite da un'inserviente (dettaglio).

La prima donna che ha un ruolo rilevante nel governo dell’Egitto 1, ma così sfuggevole da essere entrata nella leggenda, è la regina Nitocris. Manetone e il Canone di Torino 2 la registrano come Re dell’Alto e Basso Egitto dopo Merenra II, ma non esistono prove archeologiche che aiutino a datarne il regno. Forse proprio a causa dei suoi contorni sfumati questo personaggio è stato svariate volte confuso in antichità, e rielaborato in nuove forme: Erodoto la ricorda come omonima della Nitocris babilonese 3 (che a sua volta ha contorni a dir poco incerti: ce ne parla solo lo stesso Erodoto, forse avendola scambiata con Nabukudracara, nome persiano di Nabucodonosor 4); secondo lo storico greco, Nitocris vendicò il fratello uccidendo i suoi assassini invitandoli a un lauto banchetto e inondando la stanza in cui erano riuniti grazie a un canale sotterraneo collegato con l’edificio. Altri invece l’hanno trasformata in Rodopi, la celeberrima cortigiana dei racconti greci nonché leggendaria costruttrice della terza piramide di Giza 5 (notoriamente costruita invece da Menkaura, o Micerino, come si preoccupa di dirci lo stesso Erodoto 6). Tra l’altro, legata sempre alla costruzione dei tre edifici-simbolo dell’Egitto antico e moderno, è ricordata anche un’altra donna: la figlia di Cheope; costui, che noi conosciamo principalmente per averci lasciato l’unica delle sette meraviglie del mondo antico ancora in piedi, era noto in antichità come un re particolarmente crudele e spietato, e sembra che, ossessionato dalla costruzione della sua dimora eterna, avesse obbligato la figlia Hontsen a prostituirsi al fine di ottenere i mezzi necessari per costruire la piramide. E a quanto pare avrebbe guadagnato così tanto da riuscire a costruirne una seconda,  più piccola, per sé stessa 7; se la storia sia vera o meno, non ci è dato saperlo, ma certamente esiste un’altra piramide che corrisponde alla descrizione erodotea presso quella di Cheope, e un’iscrizione in un tempio vicino conferma che il faraone fece costruire una piramide per la figlia.

Collana di Neferuptah con teste di Horo, Museo Egizio del Cairo

Donne che hanno certamente esercitato un ruolo politico – per quanto sia difficile stabilire di che natura – sono Neferuptah (la figlia del faraone Amenemhat III) e Neferusobek (anche lei probabilmente figlia di Amenemhat III e moglie-sorella di Amenemhat IV), entrambe appartenenti alla XII dinastia8; sono le prime, infatti, il cui nome è stato ritrovato all’interno di cartigli: riquadri di forma ovale, che si possono trovare sulle iscrizioni all’interno delle piramidi o sulle mura dei templi, che incorniciano due dei cinque nomi che formano la titolatura ufficiale dei faraoni egiziani; i cartigli contengono, per la precisione, il nome nsw-bἰty, ossia “Re dell’Alto e Basso Egitto”, chiamato per comodità praenomen, che il re assume al momento dell’incoronazione, e il nome sȜ R‘, “figlio di Ra”, per comodità nomen, ossia quello che veniva dato al sovrano alla nascita. Il fatto quindi che entrambe queste donne abbiano il loro nome inserito in cartigli (Neferusobek addirittura con tutti e cinque i nomi presenti, non solo nomen e praenomen) è un fatto sicuramente di non trascurabile rilevanza.

Dobbiamo attendere però fino al Nuovo Regno per avere notizie di una regina che ci abbia lasciato, oltre alle titolature, opere monumentali e rappresentazioni iconografiche: la prima donna-faraone è la figlia di Thutmosis I, Hatshepsut. Costei nasce dal re e dalla sposa “ufficiale”: i faraoni disponevano di una regina, chiamata a partire dal regno di Amenhotep III con la qualifica di “Grande Sposa Reale” (la prima è Tiy, moglie di Amenhotep e figlia del generale Yuya, e il titolo è assai importante, perché con la sua attribuzione la sposa diventa personificazione di Maat, il principio di ordine universale su cui si basa l’intera teocrazia egiziana), ossia la consorte che poteva generare gli eredi, e di un numero indefinito di concubine, i cui figli avrebbero fatto meglio a contrarre un matrimonio con una figlia della Grande Sposa Reale – quindi con una sorellastra – per salire al trono senza discussioni; Thutmosis II, figlio di un ramo cadetto di Thutmosis I, sposa dunque la sorellastra per legittimare la propria ascesa al trono, ma muore poco dopo, lasciando un figlio, nato anch’esso da una concubina, il futuro Thutmosis III, ancora troppo piccolo per regnare. Hatshepsut allora, chiamata a regnare come reggente al posto del giovane figliastro, lo scavalca completamente, inventando una precedente coreggenza con il padre Thutmosis I, supportata da un mito di “giustificazione” (è frequente trovare, in occasione di ascese al trono più o meno lecite/faticose, miti ambientati in un passato dorato – spesso il regno di Snefru, della IV dinastia – che preannunciano la venuta del sovrano che ha commissionato la storia). Hatshepsut comincia così a governare, aiutata dal precettore della figlia Neferure, Senmut, ovviamente subito additato dalle malelingue come amante della regina, e da altri personaggi di rilievo, come il sacerdote di Amon Hapuseneb, al quale dobbiamo lo straordinario complesso funerario a terrazze di Deir el-Bahari, incastonato come un gioiello nella falesia calcarea retrostante, o il visir Nehesy, organizzatore dell’unica spedizione all’estero ordinata dalla regina. Il regno di Hatshepsut fu quasi totalmente cancellato dalla paziente opera di damnatio memoriae messa in pratica dal suo successore, Thutmosis III, grazie al quale abbiamo perso gran parte delle modifiche da lei fatte al tempio di Amon a Karnak (come i due obelischi di granito rosa ricoperti in elettro, eretti dal di lei capo-maggiordomo Amenhotep). Il ricordo di Hatshepsut rimane così soprattutto nei suoi resti archeologici: i vari rilievi che elencano i nomi dei sovrani della XVIII dinastia, come quello del tempio funerario di Sethi I ad Abido, non riportano mai solo due titolature, quella di Hatshepsut e quella del “faraone eretico” Amenhotep IV/Akhenaton.

Deir el-Bahari

Colossi osiriani di Hatshepsut a Deir el-Bahari

Parlando di Akhenaton, uno dei numerosi cambiamenti che possiamo notare all’interno della cosiddetta rivoluzione amarniana – il periodo di riforma artistica, architettonica, politica e religiosa promossa da questo re – riguarda proprio la rappresentazione della consorte regale: per la prima – e oseremmo dire unica – volta, la regina e il faraone vengono raffigurati in atteggiamenti intimi e affettuosi, come il tenersi per mano, che testimoniano come Nefertiti abbia avuto un preciso ruolo, oltre che (ci piace pensare) nel cuore di Akhenaton, anche nella definizione della regalità: lei e Amenhotep IV, uniti insieme come mai prima d’ora sono stati due sovrani nell’arte egiziana, sono la perfetta ipostasi della famiglia divina; senza di lei, il re mancherebbe di una parte importante della propria divinità, che è ciò che rende anche la sua sovranità legittima.

Un’altra sovrana che ha sopportato non poche ostilità da parte dei contemporanei e dei posteri, nonostante il suo regno debba essere stato economicamente positivo, è Tauseret9, sposa di Sethi II e reggente per il figliastro Siptah; gli Egiziani hanno fatto passare alla storia lei e il cancelliere Bay (ovviamente, come Senmut prima di lui, tacciato di aver sedotto la regina, un escamotage assai banale ma sfortunatamente usatissimo in ogni epoca storica per screditare l’operato di qualunque figura politica femminile) come due personaggi che hanno mandato allo sbando l’Egitto, al punto tale che a lui non viene nemmeno concesso il vero nome sui documenti10: per la concezione magico-religiosa della letteratura egiziana, scrivere un nome equivale a dare vita alla persona che lo porta; viceversa, chiamare quella persona con uno pseudonimo le impedisce un’esistenza dopo la morte. Théophile Gautier farà invece Tauseret protagonista del suo Romanzo della mummia, descrivendola in un sensuale ritratto come una splendida donna, perfetta esemplificazione dell’ideale di bellezza egiziano, dal profilo “leggermente africano” e gli occhi allungati delineati con l’antimonio11.

Particolare del sarcofago in scisto di Ankhnesferibra.

L’ultima, grande figura di importanza capitale, peraltro mai messa in discussione nel corso della storia egiziana, è quella di una casta sacerdotale: quella delle Divine Adoratrici di Amon. Questa carica nasce in seno alla XXI dinastia, quando il potere dei Sommi Sacerdoti di Amon è ormai talmente grande da formare una sorta di dinastia parallela a quella degli effettivi sovrani, spesso finendo addirittura per essere più potenti dello stesso faraone. La prima Divina Adoratrice è Maatkara, la figlia del sacerdote Pinegem, uomo forte d’Egitto nel tardo XI sec. a.C.; la Divina Adoratrice unisce in sé le due precedenti cariche di Sposa Divina di Amon (una carica nata con Neferuptah, figlia di Amenemhat III, assegnata generalmente alle consorti regali in modo da rafforzare il legame tra il faraone e il dio, essendo la Sposa Divina moglie allo stesso tempo sia del re che di Amon) e di Superiora delle Recluse di Amon, e serve, ancora una volta, a rafforzare il legame politica-religione, due ambiti così saldamente connessi nella concezione egiziana. Dal momento che questa sacerdotessa sceglie la successiva per adozione, a partire dalla XXI dinastia molti re cominciano a legare le proprie parenti a questa posizione, in modo da garantirsi sempre un rapporto privilegiato con quell’Amon i cui sacerdoti erano ormai diventati degli pseudo-faraoni. Questa personalità diventa talmente importante che è addirittura ipotizzato12 che Shepenupet I, sorella di Takelot III, prima Sommo Sacerdote di Amon e poi faraone della XXIII dinastia, abbia ricoperto questa carica (praticamente regnando su Tebe) avente gli stessi privilegi e prerogative del Sommo Sacerdote stesso, ruolo lasciato vacante dal fratello divenuto re. La Divina Adoratrice ha talmente tanto successo nel panorama politico del Terzo Periodo Intermedio che Shabaka, il secondo re della XV dinastia, è costretto a ripristinare la carica di Sommo Sacerdote, caduta in disuso nel giro di poche dinastie, per darla al figlio: ma anche dopo questo provvedimento il potere di Amon e – soprattutto – i proventi dei suoi templi restano saldamente in mano alla sacerdotessa Amenardis prima, e a Shepenupet II dopo13 (per quanto alla fine si ricadesse sempre in casa; queste due donne sono infatti rispettivamente la sorella e la nipote di Shabaka: sembra che la stirpe etiopica abbia saputo come mantenersi vicina a questa casta sacerdotale!). L’ultima Divina Adoratrice sarà  Ankhnesneferibra, figlia di Psammetico II della XXVI dinastia, che rimarrà in carica fino alla conquista persiana.

In conclusione, nonostante le donne regnanti non siano moltissime nella storia egiziana, e nonostante la maggior parte di loro abbia subito la pena dell’oblio perpetrata dai successori, esistono comunque fulgidi esempi di sovrane capaci, e non per forza ricordate solo per le loro doti di seduttrici (a questo proposito, ho scelto di non parlare di Cleopatra perché, per quanto si tratti probabilmente dell’Egiziana più famosa, è una donna che appartiene totalmente a un’altra cultura, quella ellenistica, e che con l’Egitto ha ormai ben poco a che spartire). E quello che, a mio parere, emerge da questa breve rassegna di regine, è soprattutto il fatto che la donna, per quanto abbia effettivamente regnato solo in alcuni casi, abbia avuto ugualmente un ruolo fondamentale nella storia egiziana, ossia quello di tramite tra la sovranità e il divino; avere come madre la consorte ufficiale del faraone precedente, sposare la personificazione di Maat, formare con una regina la rappresentazione terrena della famiglia divina, dare in mano ad una sacerdotessa le chiavi del potere della divinità più potente d’Egitto: sono questi gli elementi che garantiscono la legittimità di un faraone; come dire che, nella terra del Nilo, la regalità passa attraverso la figura femminile.

di La Ragazza con la Valigia


1 Nicolas Grimal, Storia dell’Antico Egitto, Bari, Editori Laterza, 2014, p.111.

Manetone è un sacerdote vissuto in Egitto alla fine del IV sec. a.C., sotto i regni di Tolomeo I Soter e Tolomeo II Filadelfo, che ci ha lasciato un elenco di faraoni suddivisi in dinastie, basandosi probabilmente sugli archivi dei templi. Il Canone di Torino è un papiro risalente alla XIX dinastia che riporta i nomi e gli anni di regno dei re dall’unificazione di Alto e Basso Egitto fino al momento della redazione.

3 Erodoto, Storie, II, 100.

4 Erodoto, Storie, I, 185-187, nell’edizione BUR Classici greci e latini, marzo 2014, p. 279, nota 224.

5 Lexikon der Agyptologie, Wiesbaden 1975-1987, IV, 513-14

6 Erodoto, op. cit., 134

7 Erodoto, op. cit., 126

8 Nicolas Grimal, op. cit., p.222-223.

9 Ricordiamo che la lingua egiziana appartiene alla famiglia camito-semitica, e come tale non trascrive le vocali, che vengono di solito reintegrate deducendole dalle fonti greche o copte, oppure utilizzando la vocale convenzionale e: per questo troviamo questa regina anche come Tausert o Tahoser.

10 Papiro Harris, I, 75, 2-6: Bay viene chiamato Iarsu, termine che può significare “uomo che si è fatto da solo”, ovviamente da interpretarsi in senso spregiativo.

11 Théophile Gautier, Le Roman de la Momie, cap. I

12 Nicolas Grimal, op. cit., p.421

13 Nicolas Grimal, op. cit., p.441

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Posted in: Percorsi storici, Storia |

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