Arts and Culture Magazine

Ragione e Passione: il Giro di Boa dei Secoli

13 novembre 2011 by Giacomo Teti
Attraverso l’esame della faticosa transizione dall’Otto al Novecento nel mondo letterario, una riflessione sullo spirito umano e su come esso si trasformi continuamente con andamento ciclico, inseguendo ora la ragione, ora il sentimento.

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In un’epoca di grandi mutamenti e rivolgimenti del comune sentire, con le inevitabili (e spesso sottovalutate) ricadute  letterarie, qual è quella in cui viviamo, giova intrattenerci un po’ sulle trasformazioni del tutto analoghe, ancorché di segno opposto, che intervennero nella coscienza collettiva e nell’orizzonte culturale europei al volgere del secolo decimonono.

Per comprendere appieno il senso e la portata di tali trasformazioni, dobbiamo in primo luogo – e non vi paia un  proposito troppo ambizioso – sforzarci di capire una delle leggi capitali che governano l’esistenza umana. Infatti bisogna sapere che essa si fonda essenzialmente su un gioco di opposizioni tra principî antitetici e in pari tempo complementari, compendiabile, come genialmente intuì Nietzsche nel suo “La nascita della tragedia”, nel binomio apollineo-dionisiaco. Questa dialettica umana e cosmica si riverbera in maniera determinante sulla letteratura, fin dal suo principio primissimo, se è vero, come si sa fin dai tempi della “Poetica” di Aristotele (se non da prima), che la tradizione letteraria occidentale s’inaugura sotto l’egida di entrambi questi numi tutelari. Se consideriamo il primo dei poemi omerici, l’“Iliade”, notiamo che esso si apre assai liricamente con l’invocazione alla Musa, patrona della poesia; il secondo libro però introduce un elemento del tutto diverso, che taluni potrebbero persino giudicare impoetico (non ha mancato di farlo Croce): il cosiddetto catalogo delle navi, ossia nient’altro che un lungo elenco in cui vengono passate in rassegna le ingenti forze militari degli Achei. In  questo duplice cominciamento si riflette la doppia anima della ricerca poetica (e non solo); il fine dell’uomo è infatti la completezza, e non potendo, nella sua finitudine, arrivare a comprendere in sé l’intero cosmo, egli si trova davanti due vie: o affidarsi all’onniscienza divina, pregando le Muse, dispensatrici di conoscenza, di sorreggere la sua mente e renderlo partecipe della loro facoltà di vedere ogni cosa (ma in questo caso, per la limitatezza del suo intelletto, sarà obbligato ad operare una scelta e ad isolare, all’interno dell’immensurabile flusso dell’essere, solo pochi particolari: e difatti proprio sul principio della selezione sono costruiti i poemi omerici); oppure tentare di inventariare l’esistente, attraverso gli artifici umani del conteggio e della classificazione, per arrivare a costruirsi un quadro esaustivo e rassicurante, che renda ragione, almeno all’apparenza, di tutto quel che si può osservare e sperimentare in natura e nell’uomo.

Ci si soffermi un istante sui due corni dell’alternativa e subito ci si accorgerà che corrispondono pienamente, il primo al dionisiaco, il secondo all’apollineo: si tratta di scegliere fra l’abbandono irrazionale ad uno spirito collettivo che annega le distinzioni fra gli enti e le trascende in una sostanziale unità, ricomprendendo tutto in una totalità armonica, e l’indagine razionale che numera e misura, che non elimina le differenze fra gli oggetti ma anzi le enfatizza ed esaspera, pur cercando di inglobare ogni cosa in un mosaico coerente e ordinato. È questo, però, un dilemma che non si può sciogliere, se non mutandolo in trilemma e imboccando decisamente la terza via: quella di chi capisce che i due principî non possono prescindere l’uno dall’altro, che sono entrambi indispensabili e connaturati all’essere umano, e nel cammino della storia essi non possono che avvicendarsi diuturnamente, a intervalli più o meno regolari. Si capisce allora come continuamente si alternino correnti letterarie e di pensiero in cui predomina ora l’uno ora l’altro orientamento; come dal superstizioso Medioevo si passi al trionfo della ragione umana celebrato dal Rinascimento; come questo porti però in seno anche il seme di una spinta al misticismo che sarà contrastata nel secolo successivo dalla rivoluzione scientifica e dalla cultura della Controriforma , a cui farà da contraltare, per tutto l’arco del Seicento, la poesia barocca, con la sua arguzia espressiva e il suo gusto per l’invenzione ardita e per la “meraviglia”; e come, infine, nel Settecento, sorga il più grande pilastro della razionalità,  l’Illuminismo, cui farà seguito la grande stagione del Romanticismo europeo che si farà carico di liberare l’anima umana dalle catene del raziocinio.

E veniamo così al tema principale di questo breve saggio. L’Ottocento era stato un secolo di grande vitalità dello spirito, un secolo di invenzioni immaginose, voli dell’intelletto, grandi idealismi e lotte titaniche: il secolo dell’Io. Ma col volgere degli anni e delle stagioni cominciava a farsi sempre più insistente il richiamo dell’altro volto dell’interiorità umana, da troppo tempo in ombra, e già a partire dagli anni ’70 si avvertono i prodromi di un cambiamento che si annunciava inevitabile, come quelli che lo avevano preceduto. La cultura positivista si andava diffondendo, predicando la materialità dell’esistenza e la necessità di porre attenzione solo al fatto positivo, ossia concreto e verificabile, obliando la sfera dei sentimenti; la scienza mette a nudo i precordi come prosaiche entragna e li viviseziona, scomponendo la psiche (se non l’anima) nei suoi elementi costitutivi. Così nascono l’irrequietudine e l’intimo rovello di un Io, fino a questo momento organico e unitario, che si sente ora frantumato, atomizzato in un pulviscolo di pulsioni, stati e aspetti dissonanti e sempre in conflitto, totalmente slegati gli uni dagli altri. La crisi dell’ideale romantico investe gli ambienti letterarî, determinando varie reazioni: lo vediamo nella parabola narrativa di Verga, che esordisce come giovane romantico, infiammato dagli ideali della patria e dell’amore, per poi rinunciare tanto al primo (quando, scontentato dalla situazione dell’Italia post-unitaria, sconfesserà i suoi ideali risorgimentali), quanto il secondo (quando, abbracciando il Verismo, arriverà alla conclusione che in un mondo dominato dalle aride logiche dell’economia e della lotta per la sopravvivenza e per la “roba” non c’è posto per i sentimenti innocenti e disinteressati). Altro esempio significativo è la Scapigliatura, fenomeno ristretto all’Italia settentrionale, ma strettamente imparentato con il Simbolismo francese, dunque inscrivibile in un orizzonte più ampio che comprende anche il Decadentismo, l’Impressionismo e l’Estetismo di marca dannunziana (e al cui gusto non è insensibile certa produzione dell’Inghilterra vittoriana).

Gli artisti che vanno sotto il nome complessivo di scapigliati sono accomunati da un senso di scissione interiore; sono consapevoli di vivere un periodo di faticosa transizione, un travagliato “giro di boa”, e cercano un compromesso fra le opposte istanze del secolo finiente e di quello a venire, dando luogo a non poche contraddizioni. Se da una parte li contraddistinguono il rifiuto dei valori correnti, il disgusto per la società e per il “perbenismo” borghese, la ricerca dell’inedito e dell’inusitato ,e in definitiva la fuga da tutto ciò che temono possa ingessare la loro creatività e la libera espressione dell’immaginazione, dall’altro essi sentono insidiato il loro essere di uomini del XIX secolo dall’inversione di rotta della filosofia dominante, finendo così col subire il fascino della tradizione e della sua suppellettile di immagini familiari, che permette loro di ancorarsi allo spirito morente. D’altronde sono anche la fede simbolista in una forza arcana e numinosa della parola, e la sublimazione dell’arte, latamente intesa, vista come fine in se stessa (portato, entrambe, della temperie culturale di cui s’è detto), a spingerli verso un’estetica formale raffinata, coniugata con invenzioni trasgressive e disarmanti. E il desiderio di mediazione si ripercuote sullo stile dei nostri scrittori, dando vita ad opere come le novelle di Iginio Tarchetti, ove l’autore sapientemente fonde una prosa forbita, sorvegliata ed elegante con contenuti radicalmente antinomici, intessuti di temi inauditi e sconcertanti (come già nella più collaudata tradizione barocca) e di tesi volutamente eversive e provocatorie; o come le poesie di Arrigo Boito con le loro fastose architetture retoriche e i loro soggetti dissacranti; ma anche a soluzioni diverse e ancor più ardite, come lo sperimentalismo di Carlo Dossi, che attinge liberamente a tutti i possibili registri stilistici e li mescola in un impasto linguistico che infrange gli schemi usitati.
Uno dei generi più cari agli Scapigliati è quello del racconto fantastico (frequentato, non a caso, anche da Futuristi come Papini: su questo ritorneremo). È anche questo un contravveleno allo spaesamento sofferto: recuperare l’atmosfera degli albori dell’età romantica, adattandola ai tempi correnti e chiamando le sue categorie a interpretare e a rendere ragione di questa frantumazione, o lacerazione, dell’individuo.

Il tempo passa, e ai primi del Novecento i fronti sono essenzialmente due: quello di una pacata rassegnazione all’avvenuto mutamento e quello di una coraggiosa ribellione. Il primo è rappresentato dai Crepuscolari, il secondo dai Futuristi.
I poeti crepuscolari hanno ormai imparato a convivere con l’idea della morte della grande poesia ottocentesca, e hanno conseguito una soddisfacente, seppur malinconica, serenità, che riposa su un intimistico ripiegamento. Se Gozzano canta la vita ritirata, lontana dai fastigi dell’attività poetica (e molto più vagheggiata che conquistata), nelle novelle di Moretti si coglie quell’attenzione per il particolare minuto e insignificante, per il singolo particolare isolato nel grande affresco della vita, propria di chi lascia vagare pigramente lo sguardo, con una sorta di curiosità svogliata, finché questo non si appunta, senza un motivo preciso, su un oggetto qualsiasi. Così in una mela bacata che ricade mestamente nel piatto (pallida ombra di una succosa pera che non è più dato gustare) sono concentrati tutto il disincanto e il compassato distacco dalla vita di chi sente di non aver più nulla da fare. Chissà che un torsolo non possa davvero essere, come in quella vecchia canzone dei Gufi, il “tramonto infuocato” di un sogno che muore per cedere il posto alle glorie e alle miserie di una nuova epoca.

I Futuristi, dal canto loro, hanno un’idea ben diversa (e ciò spiega le affinità di alcuni di loro con gli Scapigliati, come l’interesse per il fantastico) e propongono il loro personale farmaco per la malattia dei tempi: l’ideale dell’uomo-macchina, che non è un individuo disanimato, ma al contrario colui che sa fondere e organare le suggestioni più disparate, come pure le più diverse manifestazioni dello spirito, quasi in un congegno perfetto, ovviando all’odiosa frammentazione dell’Io. L’uomo-macchina non vede più la realtà in una prospettiva diacronica e diatopica, ma al contrario percepisce tutto come contemporaneo, presente ai suoi occhi e disponibile all’uso, fino a farsi eversore dei secolari bastioni della sintassi, cui sostituisce un modello di lingua fondato sulla simultaneità, ove le parole interagiscono tutte fra loro allo stesso livello e creano una rete di analogie immediate. Ecco che allora acquistano nuovo significato anche gli esperimenti di Dossi.

Con la deflagrazione del Primo Conflitto Mondiale il credo eroico, di matrice romantica e dannunziana, ancora professato dai Futuristi, si scontra con l’orrore della guerra ed è costretto a ritirarsi; così s’inizia definitivamente una nuova epoca (non per nulla proprio nel 1914 Hobsbawm colloca l’inizio del suo “secolo breve”); sarà il momento di scrittori come Pirandello, cantore di un Io multivolo e poliedrico irriducibile a unità. Ma l’anima romantica perdurerà in seno al secolo della tecnologia e del vertiginoso progresso delle scienze, navigando incolume fino all’altra sponda. Oggi, con la conclamata rinascenza del fantastico, a torto deprecata da tanti intellettuali, e, più recentemente, con il mito del vampiro risorto a nuova vita (espressione quanto mai appropriata, giacché di redivivi emopoti si tratta!), possiamo affermare di essere giunti a un nuovo giro di boa. I  pochi alfieri superstiti del razionalismo più rigoroso, stanchi epigoni degli iniziatori dell’ultima rivoluzione scientifica, incominciano a mostrare la corda, e anche agli occhi degli scienziati la natura sta ormai aprendo le porte a un nuovo modo di considerarla. Forse è tempo per la fenice di rinascere dalle sue ceneri.

di Giacomo Teti

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Posted in: Correnti Letterarie |

2 Commenti a “Ragione e Passione: il Giro di Boa dei Secoli”

  1. Silvana scrive:

    Sapete, fanciulli, che siete veramente, ma veramente bravi?!?!

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