Arts and Culture Magazine

Qu’ils mangent de la brioche!

8 dicembre 2011 by Vittoria Barbiero
Sofia Coppola ci regala uno dei più bei film “leggeri” degli ultimi anni: una rilettura in chiave pop dell’aristocrazia settecentesca, con una Kirsten Dunst realistica e coinvolgente.

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Nonostante l’interpretazione come sempre fenomenale di Kirsten Dunst e una delle migliori colonne sonore di sempre, questo potrebbe essere agevolmente liquidato dai meno attenti come il film con maggiori inesattezze storiche dopo 300.

Si potrebbe partire parlando degli erroracci riguardanti l’etichetta: impossibile che la Du Barry, una donna tanto intelligente da essere riuscita a diventare la favorita del re, sostituendo peraltro la famosa e amatissima Mme de Pompadour, si fosse permessa di emettere flati a una cena con tutta la corte. Allo stesso modo, non sarebbe stata ammesso a una Duchessa di Polignac ancora sconosciuta alla regina di entrare nel palchetto dei reali a teatro senza un inchino e una degna presentazione. Corretta invece la scena – che parrebbe un’esagerazione ironica – della vestizione della regina: non solo il rituale è riportato com’era effettivamente svolto, ma addirittura viene rappresentato esattamente l’episodio in cui la futura sovrana deve attendere in déshabillé che una caritatevole dama di compagnia le porga la veste, rituale costantemente interrotto dall’arrivo di una signora di rango più elevato (l’episodio in questione è ricordato in Mémoires sur la vie privée de Marie Antoinette, suivis de souvenirs et anecdotes historiques sur les règnes de Louis XIV-XV di Mme Campan, prima cameriera di Maria Antonietta); tradizione questa che la Delfina volle abolire subito dopo la sua ascesa al trono – forse memore del raffreddore buscatasi?

Inoltre viene data un’immagine della Reggia di Versailles molto poco plausibile. Nel film – e non solo in questo.. diciamo in qualunque film nonché nell’immaginario collettivo – il castello è in ordine, pieno di fiori, impeccabile. Nella realtà, come ci raccontano anche molti personaggi dell’epoca (basti nominare al riguardo l’epistolario di Horace Walpole), Versailles era un’accozzaglia di odori nauseabondi. L’acqua era vista con grande sospetto, e visto quello che nascondevano le falde acquifere di Parigi non c’è da stupirsene; proprio per questo a corte era inusuale lavarsi, mentre era più accettabile profumarsi con varie essenze per coprire gli olezzi, o mettere striscioline di tessuto imbevute di sangue in mezzo alle acconciature per attirare i pidocchi onde evitare che si spargessero per la testa, piuttosto che lavarsi i capelli; sicuramente diede scandalo Maria Antonietta, che pretendeva di farsi un bagno ogni giorno. Ma non è finita qui: la toilette era un lusso che giusto il sovrano poteva permettersi, ed ecco allora che tutta la corte doveva arrangiarsi come poteva nei sottoscala, negli anfratti, nei giardini, e in buchi appropriatamente nascosti nelle carrozze. Alla luce di tutto ciò, non possiamo biasimare Sofia Coppola per aver scelto di non rappresentare il conte d’Artois accovacciato dietro una tenda ad evacuare.

Non si contano le sviste storiche. Per brevità, ricorderò solamente la gravidanza della contessa di Provenza; questo figlio tanto temuto dalla madre di Maria Antonietta non arrivò mai: il matrimonio tra Maria Giuseppina di Savoia e il conte di Provenza (fratello di Luigi XVI e futuro re Luigi VIII) non fu consumato – pare a causa della bruttezza di lei e dell’obesità di lui che gli impediva qualsivoglia movimento.

Infine, e questo mi servirà per introdurre la mia critica, c’è un inesatto uso dei colori: certo Versailles non era la corte più modesta del mondo ma, nonostante il grande sfarzo a tratti assolutamente stucchevole, sicuramente il magenta non veniva utilizzato con tale frequenza come vediamo nelle scene del film. Anzi, per la precisione, il magenta non venne utilizzato affatto (perlomeno nella sfumatura che conosciamo ora) fino al 1859. Certo il rosa esisteva, ma non rientrava tra i colori di gran moda: recandoci a bere un thé con i reali avremmo piuttosto trovato poltrone di un affascinante tonalità di Pulce, ad esempio Testa di Pulce o Pulce Giovane; o ancora un abito in pendent con i capelli di Maria Antonietta, nel colore Cheveux de la Reine, in altre parole una gradazione fra il biondo tiziano e il biondo cenere; oppure, perché no, se l’invito al thé dovesse essere stato posteriore alla nascita del piccolo Luigi Giuseppe Saverio Francesco di Borbone, vi sarebbe toccato indossare un abito nel colore Caca Dauphin (vi lasciamo immaginare da cosa derivasse tale denominazione). Insomma, sicuramente non avreste visto un parrucchiere entrare negli appartamenti della regina con un completo fucsia.

Ma proprio da queso vorrei partire per trovare i punti di forza di questo capolavoro. Dobbiamo innanzitutto ricordare chi è la regista. Sofia Coppola non è un’insegnante di storia. Quelli che crea sono film intimi, che ci fanno entrare, più che nella testa, nel cuore dei personaggi che rappresenta. Nelle loro vite private e nei loro sentimenti. E specie nell’intimità femminile si è saputa sempre addentrare, come ci ricorda prepotentemente il suo primo e delicatissimo e insieme scioccante film, Il Giardino delle Vergini Suicide. Nessuna meraviglia, dunque, nel fatto che qui scelga di rappresentare la ragazza Maria Antonietta, e non la regina, e che lo faccia in modo da rendere ancora più personale quello che è già considerato e idealizzato da molte donne come uno dei personaggi più incompresi della storia.

Ripartiamo allora dai colori. La tavolozza usata dalla Coppola in tutti i suoi film – e non solo – va dal pastello al pastello. Se nelle Vergini il colore che la fa da padrone è il rosa cipria, con un corollario di beige, panna, crema, rosa antico, in Lost in Translation sarà quell’azzurro livido e un po’ romantico che c’è solo all’alba (colore questo che peraltro ritroviamo alla grande anche in Marie Antoinette, come vedremo più avanti), e nella pubblicità di Miss Dior Chérie sarà declinato nelle nuances lilla, ciliegia, mela, i colori dei macarons di Ladurée. Banalmente, potremmo dire che se l’intento della Coppola è fare film sul delicato mondo femminile, quale scelta più azzeccata di girare i suoi film seguendo questo preciso fil rouge – anzi, fil rose?

Sempre riguardo la fotografia, un altro tratto che, come accennavo, caratterizza il lavoro della regista, è l’ambientazione in un preciso momento della giornata, ossia l’alba. Quel momento in cui tutto è avvolto in un’atmosfera ovattata, un po’ nebbiosa, assonnata, romanticamente emaciata, come quando si è stati svegli a far baldoria tutta la notte e, arrivati al culmine della decadenza notturna, si nota che il cielo è già lattiginoso, e si decide di aspettare di veder sorgere il sole. Un’alba che non è l’inizio di una nuova giornata, ma la fine di quella precedente. Atmosfera magicamente rappresentata in ben tre momenti del film, alla fine del ballo in maschera, alla conclusione della festa per i 18 anni della regina, e proprio alla fine, durante la fuga da Versailles.

A mio avviso, l’intento della regista è presentarci questo personaggio storico secondo un’ottica che viene spesso solo accennata nei libri di scuola: l’età di Maria Antonietta. 14 anni al momento del fidanzamento, 19 al momento dell’ascesa al trono e 34 al momento in cui scoppia la Rivoluzione Francese. Un percorso di vita qui analizzato come se si trattasse di una donna contemporanea. Cosa succederebbe se prendessimo una quattordicenne intelligente e indisciplinata e la mettessimo al centro della città più glamour del mondo, con possibilità d’accesso a un budget statale annuale – com’è riportato da Papillon de la Ferté, intendente dei festeggiamenti a corte, e anche nelle Mémoires di Diane de Polignac – di circa trenta milioni di lire dell’epoca (una lira era pari a circa dieci euro attuali)? Ve lo dico io: spenderebbe. Farebbe feste lussureggianti, farebbe shopping, farebbe i capricci. Si farebbe prendere la mano. Ecco perché i colori che vediamo nel film sono fucsia, magenta, lilla: guardacaso, tutti quelli che andavano più di moda negli anni ’80 del 1900, l’epoca del consumismo sfrenato per eccellenza. Ecco perché i dolci che vediamo sono prodotti – di nuovo un leitmotiv della Coppola – da Ladurée, maison fondata nel pieno della Belle Epoque e ancora oggi uno dei simboli della Parigi-joie-de-vivre. Ecco perché, in una scena che, per come la vedo io, è la chiave di lettura di tutto film, in secondo piano vediamo per pochi secondi un paio di Converse All Star color fiordaliso. Non un enorme scivolone anacronistico, ma un indizio ben preciso che ci indirizza verso una corretta visione della pellicola.

Quando poi questa ragazza, con l’avanzare dell’età, dovesse capire che l’epoca degli eccessi sta finendo, inizierebbe ad adottare una condotta più moderata; questo specialmente se si mettesse a leggere gli scritti di un certo Rousseau e si facesse prendere dal mito del bon sauvage, decidendo così per un più semplice e leggermente meno dispendioso ritorno alla natura, anche se in una visione un po’ idillica della campagna; come ben sa chiunque abbia visitato l’Hameau de la Reine nei giardini di Versailles, la vita rurale di Maria Antonietta era decisamente diversa da quella di un villico che deve sopravvivere con i frutti del proprio lavoro. Ma anche qui la Coppola ci sa trascinare nella mente di questa ragazza, che decide che è sopraffatta dai fasti e dai cerimoniali inutili della corte e si ritira nel suo “rifugio segreto”, il Petit Trianon; che pensa che la natura sia fatta di picnic sull’erba e piccoli servizi di porcellana di Sèvres atti a contenere latte appena munto da una deliziosa capretta. Un momento di tranquillità, prima della tempesta.

Perché quando arriva la tempesta, non è più una bambina viziata. E’ una donna adulta, che decide di rimanere a fianco del re anche quando le era stato consigliato di scappare, una persona dignitosa fino al momento della reclusione alla Conciergerie (dignità che verrà ammirata persino da alcuni capi rivoluzionari).

Sofia Coppola sceglie – perdonatemi il gioco di parole – di tagliare il film prima della condanna a morte. Tutti sappiamo come terminò la storia di Maria Antonietta, e poiché come dicevo questo non è un film storico, non c’è bisogno di ricordarlo. Il momento in cui si conclude il film è il momento in cui si conclude un periodo della vita stessa della donna, il momento felice, al quale guarda già con rimpianto, forse consapevole di quello che l’aspetta. Una fuga all’alba, ed è di nuovo un’alba che è la fine di qualcosa, e non l’inizio; in questo caso fine di tutta un’era; della vita nell’agio e della giovinezza della regina, certo, ma anche di tutto il mondo dell’Ancien Régime, del neoclassicismo e della tradizione; un’uscita di scena turbolenta che già annuncia i tumulti del secolo successivo. Ed ecco l’emblematica frase finale: Maria guarda gli incantati giardini della reggia per l’ultima volta dal finestrino della sua carrozza, e alla premurosa domanda del marito “Ammirate il vostro viale di tigli?” risponde: “Dico addio per sempre”.

di La Ragazza con la Valigia

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Posted in: Recensioni Film |

13 Commenti a “Qu’ils mangent de la brioche!”

  1. hetschaap scrive:

    Davvero bellissime queste impressioni su un film che anche io amo moltissimo. Hai centrato il punto su tante cose. In primis il fatto che questo non sia e non voglia presentarsi come un film storico con intenti realistici. E’ quello che ad ogni ragazza piace sognare sia stata la vita di Maria Antonietta. Un’idea romantica di questo personaggio. Hai fatto centro anche quando parli dei colori e delle atmosfere anni 80. Sono quelle che la Coppola stessa ha vissuto da adolescente. E’ per questo che sceglie di utilizzarle perché sono quelle che lei conosce direttamente. E poi è molto bello anche quello che osservi sull’alba: non più inizio di un nuovo giorno ma fine di quello precedente.
    E ora mi sa che corro a rivedermelo. Mi hai fatto venir voglia 😉

    • Hai ragione sul fatto che sono le atmosfere che la Coppola ha vissuto da adolescente, questo era un fatto al quale non avevo pensato, ma in effetti era una ragazzina proprio negli anni ’80. Ottima osservazione!
      Grazie mille dei complimenti, e sono molto contenta che ti abbia fatto venire voglia di riguardartelo, io ormai lo so a memoria! 😀

  2. LadyLindy scrive:

    … meraviglioso il film e anche la tua descrizione. Hai proprio centrato tutti i punti. E sempre riguardo agli anni ’80, trovo geniale la scelta della musica (toh, proprio di quel periodo), che ha fatto storcere il naso a qualcuno perché non “d’epoca”. Anche in questo caso, artisti come i Bow wow wow o Siouxsie and the banshees sono coerenti con le converse…

    • grazie mille Lady! E chiunque non abbia apprezzato la colonna sonora perché non “d’epoca” non ha assolutamente capito il senso del film. e poi in effetti come non apprezzare, oltre agli artisti da te già citati, una colonna sonora in cui compaiono anche i Cure?

  3. Carla scrive:

    Ottimo pezzo.
    A dire il vero sono belli ed interessanti tutti i post di tutte le sezioni.
    Complimenti

  4. cescocesto scrive:

    credo di aver visto il film solo una volta (in quarta serata su canale5), ma mi aveva molto colpito. e dopo aver letto questa recensione, penso che me lo rivedrò.
    interessanti le osservazioni sulla coppola (di cui, oltre a questo film, ho visto solo lost in translation).. somewhere l’hai visto?

    • Ottimo! Quando l’hai rivisto fammi sapere cosa ne pensi allora! 😀
      Somewhere l’ho visto solo in parte perché mi ha subito annoiato, è l’unico della Coppola che non mi è piaciuto! Ti consiglio anche le Vergini Suicide comunque, è un primo lavoro e si vede, ma penso che potrebbe piacerti!

  5. Silvana scrive:

    E’ uno dei migliori film che abbia visto più o meno recentemente.
    Consiglio, vivamente, a Cesco di riguardarlo che ne vale la pena!

  6. […] chiave di lettura pop, dalla musica moderna, dagli errorini storici… e correte a leggere questo articolo che spiega tutto meglio di quanto possa fare io. Insomma, godetevelo,  ne vale la pena. Voto: […]

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