Arts and Culture Magazine

Questo indiano non è un indiano

28 dicembre 2015 by Vittoria Barbiero
La Disney e la “questione americana”: spunti di riflessione sulla rappresentazione dell’Altro in un’America cresciuta a pane, colonialismo e senso di colpa, a partire dal film d’animazione Pocahontas.

Il 33° classico Disney non è stato il successo che la casa produttrice aveva auspicato. D’altronde, ci sarebbe voluto un vero miracolo per sorpassare, sia al box office che per la critica, il capolavoro d’animazione dell’anno precedente, il Re Leone, probabilmente il miglior cartone della Disney e indiscutibilmente culla dei suoi più complessi personaggi e del miglior cattivo. Eppure Pocahontas non è un film da buttare.

Su un piano più superficiale, è il secondo film Disney ad avere un’eroina che non si limita semplicemente a vivere la propria vita svaporando allegramente tra un albero e un altro cadendo come una pera cotta e aspettando di essere baciata a vita nuova (come la sventurata Aurora, dotata dalle fate di una bellezza pari a quella di Grace Kelly, una voce da usignolo che farebbe impallidire Minnie Riperton, ma sfortunatamente non dell’intelligenza, che speriamo abbia ereditato geneticamente – vogliamo essere positivi e immaginare che Serena, una delle fate, avesse in mente proprio l’arguzia come ultimo dono prima dell’arrivo di Malefica; o come Biancaneve, così perspicace da non capire che una vecchiaccia vestita di nero come la morte e mai vista prima, che passa da casa tua offrendoti mele, potrebbe non rivelarsi la dolce nonnina di Cappuccetto Rosso; o ancora come quella povera senza autostima di Cenerentola, che deve aspettare che il suo principe la tolga dalle grinfie della cattiva matrigna, riconoscendola non dalla sua spiccata personalità, non dal suo brillante acume, ohibò! nemmeno dalla sua avvenente bellezza, ma dal numero di scarpe). Pocahontas segue le orme della tanto apprezzata e amata Belle: loro non aspettano che arrivino un colono odiato dalla propria patria o una Bestia scorbutica a salvarle, ma piuttosto si formano un’opinione sul mondo, leggono libri e ragionano, finendo poi, viceversa, per togliere i loro amati dai guai.

Incisione del 1616 di Simone van de Passe raffigurante Pocahontas (Matoaka).

Inoltre, è il primo film Disney ad essere basato su un personaggio storico e una vicenda vera, per quanto romanzata (sarà in questo seguito solo da Mulan) e il primo ad avere un’eroina non caucasica (ancora, seguito da Mulan e dalla Principessa e il Ranocchio). Pocahontas, reale soprannome di Matoaka, è la dodicenne figlia del capo di una grossa confederazione di tribù della Virginia del 1600, Wahunsunacock (giudicato comprensibilmente poco pronunciabile dal target standard della Disney e conseguentemente ribattezzato Powhatan, come il nome della tribù stessa); nella realtà, si suppone che lei salvi il colono allo sbaraglio, un po’ rinnegato dalla madre patria, John Smith, dopo la sua cattura da parte della tribù; nel cartone, i due si innamorano. Per una volta, la Disney non stravolge la vicenda storica: si limita ad edulcorarla un minimo per i bambini (ad esempio, aumentando l’età della protagonista, che altrimenti renderebbe la sua supposta storia d’amore con Smith leggermente inquietante; oppure riferendosi alla madre di Pocahontas come morta, mentre nella realtà il capo della tribù Powhatan era poligamo e le concubine venivano generalmente allontanate dopo aver svolto le loro mansioni), ma la storia non viene alterata più di tanto, e non mancano i dettagli violenti (come la morte di Kocoum).

Ma volendo fare un’analisi un po’ più approfondita, il film riesce, in parte volutamente, e in parte no, a centrare un tema tutt’altro che infantile: la questione dell’Altro durante la conquista americana, e più in generale durante tutti gli incontri/scontri etnico-culturali.

Per spiegare la vicenda, la Disney propone tre poli: da un lato, i nativi Americani, dall’altro, i coloni inglesi e, in mezzo, la coppia formata da Pocahontas e John Smith, entrambi incompresi dalle rispettive tribù e mediatori di pace. Sebbene saremmo portati ad identificare i primi con i buoni, i secondi come cattivi e i terzi come buonissimi, ritengo che si possa guardare un po’ oltre; inizialmente la divisione forse sussiste, nella misura in cui chiaramente la tribù Powhatan viene fatta coincidere con tutti quei valori che dagli anni ’70 in poi si sono associati ai nativi Americani, il rispetto per la natura, la profonda comprensione dei cicli vitali di ciò che ci sta intorno, la connessione spirituale con le essenze del mondo, tutti pregi che i detrattori del cartone potrebbero definire come banali, melensi e sdolcinati, ma che in realtà mai come oggi andrebbero ben tenuti a mente e inculcati nelle menti dei più piccoli, perché troppo spesso inneggiati ma mai veramente messi in pratica.

Tuttavia, con l’avanzare della pellicola e l’emergere del terzo polo, la divisione buono/cattivo si perde, perché i nativi e i coloni diventano i due lati di una stessa medaglia: l’incomprensione dell’altro. E proprio da un’incomprensione infatti (il casus belli è la morte di Kocoum e la cattura di Smith, causata da un equivoco) nasce il momento a mio avviso più intenso del cartone (tacciato peraltro di aperto razzismo in pieno stile Disney, ma francamente in questo caso non sono d’accordo), ossia la preparazione della battaglia, quando le due fazioni ballano intorno ai fuochi accusandosi reciprocamente di barbarie; qui vengono a contrapporsi due culture differenti, quella del sacrificio e quella del massacro: da un lato, la società amerindiana, che basa la propria struttura e stabilità sul sacrificio, operato mediante specifiche ritualità atte a saldare la coesione del tessuto sociale (che infatti ha un solo uomo al patibolo, Smith), dall’altro, la società europea, perpetratrice in tutta la propria storia coloniale del massacro, di indiscriminate uccisioni che mai verrebbero praticate in patria, perché andrebbero a minare il tessuto sociale, e che quindi vengono messe in pratica nei confronti dell’Altro, estraneo alla società “conosciuta” (e infatti troviamo l’intero gruppo dei coloni pronti a sterminare la tribù)1. Insomma, due gruppi etnici che, se nel cartone e nella specifica vicenda storica di Pocahontas alla fine evitano lo scontro, nella generale storia della conquista delle Americhe non hanno potuto fare altro che finire in guerra, perché fondamentalmente incapaci di vedere l’Altro per ciò che è, ossia un Altro, non una proiezione di ciò che dall’Altro ci si aspetta.

Pocahontas, in mezzo alle foglie mosse dal vento (sua madre) e alle fronde del salice (la nonna).

In mezzo a tutto ciò spicca, molto più che quella di John, la personalità di Pocahontas, che non solo è, al pari della propria controparte maschile, la “diversa” del gruppo che finisce col mediare, ma è incarnazione di quel principio universale che è la Terra, la Vita, la Madre: Pocahontas, nella sua sensualissima, vitale figura, si muove spinta da una forza che va oltre il voler salvare il suo amore (pur nobile causa!), e vuole evitare che ancora una volta si compia un delitto che andrà ad impastare di sangue la terra che ci ha dato la vita; non a caso, la Pocahontas disneyana è l’ultimo gradino di un matriarcato naturale che parte da Nonna Salice e che continua con sua madre, rappresentata dal vento che soffia, e sembra quindi inevitabile che sia Pocahontas, simbolo della Terra stessa, a chiedere con forza che si ponga fine all’inutile guerra.

Irene Bedard e Christy Turlington, due dei modelli per la rappresentazione di Pocahontas.

Ironicamente la Disney, pur essendo riuscita in questo caso a creare una assai reale situazione di conflitto e a identificare bene i poli antagonisti, non stigmatizzandoli nella classica divisione fiabesca di bene/male, e pur avendo dato all’eroina delle fattezze che ben ricalcano il suo ruolo di madre universale, è incespicata proprio sull’apparenza della protagonista. Per creare Pocahontas i disegnatori si sono ispirati a vari modelli di diversa provenienza etnica e geografica, quali la doppiatrice stessa, Irene Bedard (nativa dell’Alaska e dalle origini Inupiat, Yupik, Inuit, Cree and Métis), la collaboratrice al film Shirley Little Dove Custalow (di origini Powhatan), la studentessa Dyna Taylor (di origine filippina) e la modella Christy Turlington (californiana di origini salvadoreñe)2. Non hanno quindi preso come matrice il volto di una precisa donna amerindiana, o quello che ci resta delle rappresentazioni della vera Pocahontas, ma un mash-up di varie donne semplicemente non caucasiche, per dare all’eroina un aspetto genericamente “etnico”, che non risponde perfettamente a nessun gruppo3. Sebbene ci piaccia pensare che sia poeticamente perché la Terra è di tutte le etnie, e quindi Pocahontas deve incarnare nel suo aspetto la sensualità e le caratteristiche fisiche più attraenti di tutto il globo (a maggior ragione dato che gli altri della tribù sono più realistici), temo che in realtà i disegnatori siano scivolati proprio nel succitato problema di definizione dell’Altro: l’Altro non è un qualcosa di specifico, caratterizzato da precisi connotati fisici che si differenziano enormemente spostandosi anche solo di pochi chilometri, ma è un indefinito “qualcosa” che è semplicemente un generico opposto del conosciuto (in questo caso, Ariel, Aurora, Biancaneve, ecc.), non ha il beneficio della specificità; l’Altro in questo caso è solo una donna, bellissima secondo i canoni europei, indefinitamente etnica, semplicemente non-bianca.

Ancora più ironicamente, è la stessa Pocahontas a spiegare, nella battuta che riassume tutto il film, cos’è l’Altro per la Disney (e purtroppo non solo): “Quello che intendi è: non come te”.

di Vittoria Barbiero


1 Tzvetan Todorov, La conquista dell’America – Il problema dell’«altro», Torino, Einaudi, 1992, p. 175 ss.

2 Jason Cochran, Pocahontas needed an ethnic look, in Entertainment weekly, 16 giugno 1995 (→link).

3 The Pocahontas Project by Northwestern University Students, Representations of Pocahontas, in www.nupocahontasproject.wordpress.com, 12 marzo 2013 (→link).

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