Arts and Culture Magazine

Quando Ariosto suonava Prog Rock

11 novembre 2011 by Lorenzo Berti
Tra atmosfere epico-cavalleresche e progressive in puro stile inglese, il Banco Del Mutuo Soccorso si presenta con un primo album destinato a fare la storia della musica.

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«Lascia lente le briglie del tuo ippogrifo, o Astolfo.
Sfrena il tuo volo dove più ferve l’opera dell’uomo.
Però non ingannarmi con false immagini
Ma lascia che io veda la verità
E possa poi toccare il giusto»

Probabilmente vi starete chiedendo: perché Ariosto, perché rock? La risposta è semplice: perché proprio con questo richiamo ad “Astolfo sulla luna” inizia l’album di cui voglio parlare. Siamo negli anni ‘70 ed il rock progressivo, oltre che in Inghilterra, prende piede in Italia su vasta scala: uno dei gruppi che con i suoi brani meglio rappresenta questa corrente musicale è il Banco Del Mutuo Soccorso.

Il gruppo nacque nel ’68 fondato dai fratelli Nocenzi (entrambi tastieristi), ma ebbe la sua svolta negli anni ’70 con l’arrivo del dotatissimo cantante Francesco Di Giacomo e del chitarrista Marcello Todaro. Questa formazione raggiungerà altissimi livelli artistici, arrivando ad essere messa sotto contratto, come i loro colleghi della P.F.M, niente di meno che dalla Manticore (l’etichetta discografica di Emerson, Lake & Palmer, non certo gli ultimi arrivati in campo progressive). Insomma, un vero pezzo di storia della musica italiana.

Perla indiscussa del progressive nostrano, il loro primo ed omonimo album, targato 1972, ha attirato la mia attenzione non solo per il suo valore musicale, ma anche per la profondità dei testi e la loro vicinanza al genere epico cavalleresco/ariostesco da me tanto amato.

È il brano In Volo ad aprire il disco: ascoltandolo, veniamo circondati da una atmosfera magica e dai tratti quasi surreali (proprio come nell’“Orlando Furioso”), in cui il testo del poeta reggiano viene abilmente recitato dai membri del gruppo. Intro più teatrale che musicale, anch’esso è comunque veicolo di un forte impatto emotivo.

Dopo averne assaporato l’iniziale magia, veniamo catapultati nel mezzo di una frenetica battaglia con il brano R.I.P., dove una chitarra rock ’n roll e una tastiera particolarmente ispirata ci fanno vivere, come fossimo in prima persona, le battaglie tra cristiani ed infedeli. Straordinario è anche il testo della canzone, in cui si narra di un soldato che, nel bel mezzo della battaglia, viene ucciso; e proprio con la morte il brano raggiunge il proprio apice, mentre voce e pianoforte cantano insieme con un’intesa lirica da brividi (io ho anche versato una lacrimuccia…). Non nascondo che questo è il brano che preferisco.

Dopo l’emozione del brano precedente, il gruppo ci concede un attimo di pausa con il breve divertissement Passaggio, suonato con il clavicembalo.

Le cose si fanno nuovamente serie con Metamorfosi, brano nella più classica tradizione del prog inglese. Quasi interamente strumentale, è un brano ricco di cambi di tempo e caratterizzato da un’alternarsi di riff di chitarra/tastiera, quasi a voler riprendere la precedente battaglia. La conclusione arriva dopo un improvviso rallentamento del tempo e con una breve parte cantata, che ci da la sensazione della calma dopo la grande battaglia.

Ma è con Il Giardino del Mago che l’album (ed a mio giudizio l’intero progressive italiano) raggiunge il suo apice. Brano che supera i 18 minuti, diviso in 4 piccole suite di una qualità musicale straordinaria. Vi si narrata la storia di un uomo che per sfuggire al mondo ed ai suoi problemi si rifugia in un magico giardino, popolato da strane creature come gli gnomi, e dove la morte non ha dominio. Questo brano mi è sempre piaciuto, più che altro per il parallelismo letterario che mi porta a fare tra la situazione del protagonista e quella di ariostesca memoria dei cavalieri prigionieri del castello del mago Atlante: nella rocca, infatti, i cavalieri continuano ad inseguire ciò che più desiderano senza mai raggiungerlo e questo li porta ad una, seppur involontaria, immobilità e ad un estraniamento dalla vita; tuttavia, il protagonista della canzone sceglie volontariamente di rinchiudersi nel magico giardino a causa della sua paura di affrontare la durezza della realtà. Forse che il mago della canzone non sia poi in fondo tanto diverso da Atlante, avvalendosi della paura del mondo, più che del desiderio, per trattenere a sé i propri ospiti? Ma questo è solo pensiero, un mia riflessione, dovuto alla magia di un brano capace di farmi sognare e fantasticare su mondi e luoghi fantastici.

L’album si chiude con la breve e allegra Traccia, che nulla aggiunge alla perfezione di questa prima prova del gruppo.

Dopo la loro prima e straordinaria prova musicale, il Banco produrrà altri due album di altissima qualità: Darwin, un concept sull’evoluzione, in cui la vena progressiva viene messa al servizio della storia dell’uomo; Io sono nato libero, dove tra citazioni poetiche e testi di denuncia viene chttp://www.clammmag.com/wp-content/uploads/2011/11/banco-del-mutuo-soccorso-04.jpgosì inanellato il terzo grande successo della band. Con il passaggio alla Manticore, il gruppo vedrà pubblicati i propri brani migliori anche in lingua inglese e la discografia successiva si manterrà su buoni livelli, senza però mai raggiungere nuovamente i picchi dei primi tre album.

Da ricordare infine è il particolare formato della copertina con cui uscì il primo disco: aveva infatti la forma di un salvadanaio, dalla fessura del quale era possibile estrarre un cartoncino con le foto dei componenti del gruppo. Ovviamente ricercatissima dai collezionisti (ed io ho avuto la fortuna di vederla!!).

Come non innamorarsi quindi di un gruppo che già dalla sua opera prima è stato capace di raggiungere simili vette artistiche? Non so se siano i richiami letterari, la bellezza della musica o la perfezione del cantato di Di Giacomo, ma da quando ho sentito per la prima volta il Banco del Mutuo Soccorso la mia opinione sulla musica del nostro paese non è stata più la stessa. In tempi bui come questi, in cui la musica italiana produce solo artisti che non sono né carne né pesce, riscoprire una band come questa dalla straordinaria qualità non può che essere un toccasana per l’anima (e per le orecchie!).

di Lorenzo Berti Arnoaldi Veli

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Posted in: Monografie Gruppi, Recensioni Album |

8 Commenti a “Quando Ariosto suonava Prog Rock”

  1. Silvana scrive:

    Mi ha fatto venire la curiosità di ascoltare i brani proposti.
    Provvederò a soddisfare la mia curiostià.

  2. brtee scrive:

    Mi fa molto piacere! spero che in qualche modo riescano a trasmetterti ciò che hanno trasmesso a me!

  3. Francesco Coco scrive:

    Bellissima recensione! Rende davvero giustizia alla caratura del gruppo!

  4. Bibi scrive:

    Il banco…mmm bei ricordi.
    Il progressive è un contenitore molto ampio dove si trovano ottime cose e smarronate notevoli (un album su tutti Tales from Topographic Oceans degli Yes..grande successo ma ancora adesso IMHO una cagata pazzesca..).
    Del Banco amo particolarlemte la leggiadra ed eterea “non mi rompete”
    a.y.s Bibi
    P.S. bello ..se si parla di musica passerò volentieri spesso e complimenti per l’inizio

    • clammmag scrive:

      Grazie per i complimenti Bibi! E sì, in questa sezione si parlerà solo di musica, e speriamo spesso! Quindi passa pure, ci farà molto piacere!!!

  5. Francesco Coco (quello originale-non betti) scrive:

    Facendo presente all’amico e sodale betti che ledendo il mio diritto all’uso esclusivo e personale al nome si espone a possibili (quanto probabili) azioni legali, mi congratulo per l’articolo di berti. Magari in futuro (forse) aggiungero’ questo gruppo alla mia platinum collection di cori degli alpini. Bravi, continuate cosi’.

  6. dariXSound scrive:

    1974, Villa Ada Roma, il mio primo concerto del B.M.S. Avevo sedici anni, praticamente un’epoca fa del rock intelligente. Voi supporosi brufolotti dovreste studiare sui banchi del vostro rispetto la storia del progressive per poter avere in bocca la parola musica. Caro blogghista, niente male, promosso!

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