Arts and Culture Magazine

Prove tecniche di trasmissione – Il mondo degli OfflagaDiscoPax

29 aprile 2012 by Lorenzo Berti
“Bachelite”, secondo album del gruppo reggiano, ci riporta indietro nel tempo con le sue numerose storie capaci di rapire l’ascoltatore dalla prima all’ultima nota.

Nell’interessante panorama della musica indipendente italiana, un gruppo in particolare ha attirato, da un anno a questa a parte, la mia attenzione meritandosi ripetuti ascolti: gli OfflagaDiscoPax.

Gli Offlaga sono un trio composto da Max Collini (voce), Enrico Fontanelli e Daniele Carretti (entrambi si alternano a chitarra, basso, moog e synth) nato nel 2003 in quel della bassa reggiana. Dopo la vittoria del Rock Contest (gara tra band emergenti che si svolge annualmente), pubblicano il loro primo lavoro, Socialismo Tascabile (2005), che porta una ventata di aria fresca nella musica nostrana, grazie anche al grande successo del singolo Robespierre.

Ma con l’acclamazione arrivano anche le critiche, poiché gli OfflagaDiscoPax sono un gruppo che si ama o si odia, non ci sono vie di mezzo. Ma cosa li rende così particolari? si chiederà  il lettore che non li avesse mai ascoltati: semplice, gli Offlaga mescolano basi elettroniche, new wave e synth pop a testi di una intensità fuori dal comune, vere e proprie storie, poesie, testi narrativi scritti e decantati dal Max; si badi bene alla parola “decantati”, giacché la voce infatti non canta, bensì recita, interpreta e riporta le proprie storie al ritmo di bit ben costruiti. Ascoltare un cd, o anche solo un brano, di questo gruppo è come sedersi ad ascoltare un antico cantastorie.

Queste storie, questi testi sono di una bellezza straordinaria, capaci di far ridere, riflettere ed a volte commuovere; ricchi di una forte nostalgia del periodo ‘70/’80 in cui la rossa Emilia era spinta da idee socialiste ormai scomparse.

È del loro secondo lavoro, Bachelite (2008), che vorrei parlare in questa sede: è l’album che di loro mi ha fatto innamorare e che trovo, finora , il più solido dei tre pubblicati.

Il disco si apre con Superchiome: un ritmo di chitarra quasi ipnotico ci racconta la storia di una ragazza, Carlotta, nata al tempo del punk ed amante del pattinaggio, che si distingue per le chiome rosse ed arancioni; non è molto profonda («parla spesso di niente / ma con piglio personale») e nemmeno granché amata dal cantante/poeta Max («quando la incontrate usate il napalm»). Storia di facile immedesimazione, perché – diciamocelo – chi non conosce una “Carlotta” od un “Carlo”?

Segue Ventrale (primo singolo dell’album), in cui attraverso un ritmo electro-noise Collini racconta di aver assistito al primato mondiale di salto (2,35 m) in alto stabilito nel 1978 dall’atleta russo Vladimir Yashchenko. La storia ci viene raccontata con la meraviglia di un bambino che assiste quasi ad un miracolo, un salto ventrale all’altezza di una cabina telefonica! Citati nel pezzo sono anche gli altri atleti che nulla poterono contro il saltatore russo, oltre ad un divertente richiamo ad una serie televisiva dell’epoca («e se ne vada a spendere anche il doctor Who / che con una cabina del telefono ci viaggiava nel tempo»).

Arriviamo così al pezzo più divertente, Dove ho messo la Golf?. A suon di synth ascoltiamo la vicenda della vecchia e scassata Golf di Collini, soggetta a numerose multe, tanto che il cantante prova a circuire la vigilessa («un’altra volta le lascio un messaggio sul cruscotto. / “Morgana ti amo, non farmene un’altra!”»). Il fallito tentativo di “corruzione” porta alla rimozione della macchina, che il cantante riuscirà a recuperare in modo rocambolesco ed esilarante. («Io non avevo mai rubato niente; / poi una volta ho rubato una macchina davanti a tre poliziotti della stradale / non molto interessati alle presidenziali brasiliane: / che fosse mia non aveva, quella sera, grande importanza»).

Dopo le risate arriva, quasi come un pugno nello stomaco, Sensibile, traccia di straordinaria intensità sulla strage della stazione di Bologna nel 1980. Questa viene rievocata a partire dalle figure di Francesca Mambro e “Giusva” Fioravanti, terroristi neri degli anni ’70 ai quali fu imputata e per la quale si sono dichiarati però innocenti. Quel che scatena la rabbia di chi canta, ed ascolta, è la definizione che Fioravanti diede della Mambro, ossia “sensibile”: questo porta facilmente ad ironizzare sulla dichiarazione («Che razza di tipacci fossero gli altri ragazzi che aveva frequentato, non ci è dato sapere / di sicuro Francesca con gli uomini non è stata fortunata») e soprattutto a distaccarsi ed a condannare non solo tali individui, ma un intero periodo storico di grande tensione politica («per evitare di confondere la sensibilità con l’eversione fascista e stragista, stabiliremo dei limiti. / Definiamo quindi neosensibilismo il nostro modo di essere sensibili, che in tutto si distacca dalle ambiguità di Francesca Mambro, / da cui ci dissociamo per l’uso sconsiderato ed irresponsabile del vocabolario.”). Il pezzo si chiude con l’amara constatazione che i due ex terroristi sono al momento fuori di galera.

Con la quinta traccia facciamo un nostalgico passo indietro nel tempo. In Lungimiranza, durante una serata all’A.R.C.I. Collini è in cucina a preparare un panino per il fonico di un sedicente cantautore che si deve esibire durante quella serata; egli ironizza tra l’altro su questi due che a detta del fonico stesso pare siano in rampa di lancio («Mi sembrano tutti fuori di testa, ma dove pensate di andare… / Ritorno in cucina a fare panini per due sedicenti futuri eroi della canzone italiana, e ridacchio alle loro spalle…») e nonostante le tante parole si esibiscono nella totale indifferenza del pubblico. Dopo l’ironia arriva però la rivelazione: i due sono diventati davvero famosi, e non poco, («il cantautore ha fatto davvero la sua luminosa carriera, / mentre il fonico si gioca da anni con un modenese il primo posto nell’immaginario collettivo»). Nonostante il gruppo non abbia mai rivelato chiaramente chi fossero i due artisti, vari indizi lasciano supporre che il cantautore fosse Vinicio Capossela ed il fonico Luciano Ligabue.

Con il ritmo post-rock di Cioccolata I.A.C.P. rimaniamo nel passato del cantante, che racconta un episodio della sua adolescenza «trascorsa in un blocco di caseggiati dell’Istituto Autonomo Case Popolari»: e vediamo amici che assumono eroina, ed una zona dominata da un solidale spirito socialista. Centro di questo piccolo mondo era il “campetto”, e proprio li tutti i giorni veniva Barbara, colei per cui tutti stravedevano («Capelli biondi stratinti, rossetto da vaccona autoprodotta, naso tempestato di punti neri e quindici anni molto randagi»). L’episodio che segna la giovinezza di Collini avviene un giorno in cui accoglie Barbara in casa e le dà qualche cosa da mangiare: sconvolgente è la ricompensa ricevuta dalla ragazza («Sei stato carino. / I miei amici grandi sono solo degli stronzi, non sono come te. / Sei un ragazzo pulito e perbene. / Adesso… adesso… ti faccio un p*****o»), certo non facile da dimenticare. La sorpresa e la gioia per l’inatteso gesto erotico viene però subito cancellata dalla conclusione del pezzo: Barbara morì di overdose dopo pochi anni, lasciando di sé uno strano ricordo ed un ritratto («Barbara dovrebbe aver lasciato una figlia, una figlia che oggi avrà poco più dei suoi anni di allora / Vorrei poterla conoscere, quella figlia, e rivedere in lei i punti neri sul naso che aveva sua madre»).

Con Fermo! torniamo di nuovo all’ironia. Vi viene infatti narrata la quotidiana lotta di una specie protetta di gambero, il Chircocefalo, che vive solo nel lago di Pilato, tra Umbria e Marche. La figura di questo crostaceo viene elevata a simbolo della lotta per l’indipendenza, per il solo fatto che esso tenta continuamente di uscire dalla sua pozza («Il desiderio del caparbio crostaceo di uscire dal suo alveo per combattere il pensiero dominante è infatti una delle forme più originali di resistenza conosciute»): il gambero rivoltoso è costantemente respinto e costretto nel proprio habitat, distruggendo così ogni suo sogno di indipendenza («Il grido: “Fermo!” imposto dal forestale marchigiano all’invertebrato in fuga dall’eterna palude, reclama la vendetta di ogni sincero democratico…»).

Con Onomastica arriva il pezzo più ballabile del disco, contraddistinto da un basso martellante e da un ritmo marziale scandito anche da alcune incursioni di sax (qui suonato da Andy dei Blu Vertigo).  In modo divertente, vi vengono elencati i nomi alternativi che venivano dati nella Reggio Emilia del Pci, come Aderito, Enver, Demos, Liuscia, ecc., mentre qui, eccezionalmente, è la musica a risaltare sul racconto.

Il disco si chiude con Venti Minuti, pezzo commovente sul difficile rapporto di Collini con il padre ormai defunto. L’occasione per parlare del genitore viene data da una telefonata che il cantante riceve ogni natale da un amico che con il padre aveva fatto il militare in giovinezza e che lui ha visto solo davanti al suo letto di morte («Da allora quell’uomo ha deciso che io sono mio padre. / Ogni anno, la vigilia di Natale, chiama, / parla con me venti minuti di cose che non so e di un periodo in cui non ero ancora nato. / Ha il tono cameratesco che usava con lui, e si sbaglia perfino a chiamarmi per nome”). Max ricorda il proprio rapporto difficile con il padre e di come non riesca a riconoscerlo attraverso i racconti dell’amico, a lui tanto devoto («una devozione che non è nemmeno paragonabile alla mia, che è quasi assente»). L’episodio si chiude ricordando il gesto che il padre faceva tutte le vigilie di Natale, ora ripreso dal vecchio amico, di chiamare il figlio nonostante la tensione che correva, un gesto fortemente simbolico ed un grande sforzo per il suo orgoglio («talmente grande che ancora non si è esaurito»).

Non bisogna lasciarsi ingannare dal fatto che mi sia soffermato più sui testi che sulla musica: essi sono infatti di straordinaria potenza evocativa; ma bisogna ricordare che gran parte della loro magia sta proprio nell’essere accompagnati da basi perfette capaci di sottolinearne i momenti più intensi ed in alcuni episodi (come in Onomastica) di scavalcarli completamente.

Ascoltare Bachelite (od una qualunque canzone di questo gruppo) è una esperienza quasi “mistica”, capace di proiettare chi ascolta indietro nel tempo in un “mondo rosso” ormai scomparso e di farlo immedesimare in ogni singolo episodio: impossibile non sentirsi appagati ed arricchiti dopo questo straordinario ascolto.

di Lorenzo Berti Arnoaldi Veli

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Posted in: Musica, Recensioni Album |

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