Arts and Culture Magazine

Paris-Bombay e gli artigiani di Lagerfeld

17 dicembre 2011 by Vittoria Barbiero
Una collezione per aiutare il prezioso e antico lavoro dei maestri artigiani. Karl Lagerfeld ci porta nell’India dei maharaja e del colonialismo sulle note di un sitar.

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Pre-Fall 2010-2011. Per il viaggio verso Byzance una testimonial d’eccezione: l’imperatrice Teodora, moglie di Giustiniano I. Alle sue “foto”, che troviamo ad Hagia Sophia a Istanbul e nella basilica di San Vitale a Ravenna, si è ispirato Peter Phillips, direttore internazionale della maison Chanel per la creazione maquillage, per il make up della collezione: una raffinata sebbene sontuosa linea rosso sangue sopra la palpebra, appena sotto il sopracciglio, e tanto, tanto oro, per un effetto che sembra davvero uscito da un mosaico.

Pre-Fall 2011-2012. Anche quest’anno per i Métiers d’Art Chanel presenta una collezione ispirata a una città, e anche quest’anno sceglie di farlo utilizzandone il nome antico: Karl Lagerfeld ci porta a Bombay. Una sfilata della quale il nome è già anteprima: se parliamo di Bombay parliamo di un tipo di India in particolare, non la Bombay dell’esuberante e colorato kitsch bollywoodiano, ma la Bombay dei maharaja; la Bombay che è simbolo del colonialismo inglese, tanto da doverle cambiare il nome in Mumbai. Ed ecco che allora non potevano mancare i rimandi al mondo di Passage to India e all’800, ad esempio le cuissardes con punta a colore in contrasto e arabeschi, e gli abiti che ai nostri occhi paiono eterei ed eleganti ma che probabilmente avrebbero fatto storcere il naso ad una maharani, dato il taglio prettamente maschile (molti completi della collezione nel XIX secolo si sarebbero visti su un uomo, non su una donna, e mi chiedo se sia stata una mossa post-avanguardista – passatemi il termine, intendo dire che un uomo dell’epoca l’avrebbe considerata avant-garde, ma che ora siamo decisamente posteriori al 1800 – o se invece sia stata una svista di Lagerfeld, che mi sembra poco plausibile).

La sfilata si apre in una Galerie Courbe per l’occasione trasformata nel mausoleo del Taj Mahal, e le modelle entrano sulle note di un sitar. Da qui alla fine, sarà un mix di classici abiti e tailleurs in tweed bouclé (la cui trama pare però impreziosita da fili metallici), tuniche a metà tra i sari [N.d.A. Abito tradizionale] e le toghe romane (?), caftani e camicie con cravatta anche per le donne. Il concept sembra essere quello del passaggio dall’inverno alla primavera: all’inizio sono gli abiti caldi e pesanti, anche se alleggeriti dai colori tenui e dalla luce regalata da metalli e ornamenti, che dominano la scena; verso la fine invece chiffon e lamé chiudono la sfilata con una nota più fresca.

I colori che dominano la passerella? La medaglia d’oro va ai colori neutri: passiamo dal bianco al panna, all’avorio, al crema, al nero, all’argento, all’oro pallido. A partire dal secondo terzo della sfilata, Lagerfeld ci sorprende con delle pennellate di colore, e piano piano ci rendiamo conto che rosso veneziano e soprattutto rosa caldo hanno dirottato la sfilata. Personalmente ho trovato che fosse la parte meno interessante del défilé, più che per i colori per i tagli dei vestiti ad essi abbinati: una vena un po’ troppo pop per essere hindi in quelle spalline imbottite. Ma nell’ultima parte, ecco che i colori neutri riprendono il proprio posto, questa volta abbinati a fantasie floreali, forse più tipiche degli arazzi floreali europei che non della corte di un moghul, ma che funzionano alla perfezione, ricamate non a coprire tutto l’abito, ma solo a punteggiarlo qua e là.

Per quanto riguarda i gioielli, andiamo decisamente sull’India tradizionale: i maang tikka [N.d.A. Ornamenti spesso di pietre preziose o semi-preziose agganciati ai capelli, che scendono lungo la scriminatura centrale e terminano con un pendente appoggiato sulla fronte], i nath [N.d.A. Piercing al naso spesso collegati all’orecchio] e gli haathpool [N.d.A. Gioielli indossati ai polsi e collegati alle dita dove terminano in foggia d’anelli] arrivano direttamente dai costumi tradizionali delle spose. Riproposto l’oro anche sulle unghie (come già qualche anno fa per la collezione Facettes d’Or) con Diwali, un duo-chrome oro pallido/argento, che sarà disponibile da giugno 2012. Il nome è preso da una delle più importanti feste induiste, il Diwali appunto, chiamato anche “Festa delle Luci” in cui si festeggia il ritorno di Rama dall’esilio. Infine, per il maquillage, dà quasi l’idea che Peter Phillips abbia voluto ridurre all’osso i complessi trucchi delle attrici di Bollywood, con un approccio grafico al classico khol nero, e il resto del make up totalmente naturale: ha utilizzato il nuovo Illusion d’Ombre in Nirvana. Un effetto che sicuramente risalta anche gli abiti, non distogliendo da loro l’attenzione, ma anzi, completandoli.

Vorrei in ultima analisi spendere una parola riguardo i capelli. A fianco alle modelle con scriminatura centrale e capelli lisci – alcune di loro effettivamente indiane, cosa alquanto insolita sulle passerelle – si sono viste alcune di loro con i dreadlocks, probabilmente creati per l’occasione e non permanenti (ho i brividi al solo pensiero di qualcuno che viene obbligato per il proprio lavoro a bruciarsi i capelli); penso sia davvero la prima volta che li vedo in una sfilata d’alta moda e in effetti solo Chanel poteva renderli raffinati e in tono con il resto della collezione.

Insomma, possiamo dire che questo opulento e allo stesso tempo incredibilmente armonico mash up di colonialismo inglese, esploratori della jungla, India dei Moghul, matrimoni tradizionali, Induismo, Buddhismo, pietre e metalli preziosi, haute couture e ascetismo religioso ha di sicuro prodotto una delle migliori e più esaltanti collezioni di Chanel degli ultimi anni.

Per concludere, purtroppo con l’avvento della moda a basso costo e alla produzione in grande scala, si sta perdendo l’amore per la qualità e per gli abiti fatti come Dio comanda, con la conseguente diminuzione di ateliers e negozi di sartoria che rendevano unici i pezzi indossati. Io stessa riconosco che i migliori indumenti che possiedo sono quelli confezionati a mano, e che a volte sarebbe più costruttivo possedere meno ma meglio. Questa collezione annuale è presentata anche per mettere in luce il lavoro di alcuni splendidi artigiani: la Maison Michel per i copricapi, Guillet per i fiori, Goossens per la lavorazione dei metalli, la Maison Lemarié per le piume, Massaro per le scarpe, l’Ecole Lesage per i ricami e la Maison Desrues per i bottoni. Vi lascio il video del lavoro svolto dagli ultimi due ateliers per questa sfilata, e quello del backstage dello show.

di La Ragazza con la Valigia


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Posted in: Sfilate |

8 Commenti a “Paris-Bombay e gli artigiani di Lagerfeld”

  1. hetschaap scrive:

    Davvero bella questa collezione. Da quello che mostri dalle immagini sembra essere un giusto compromesso tra sfarzo ed essenzialità. E poi mi piace molto questa scelta dei toni del bianco e dei colori neutri.

  2. Silvana scrive:

    Gli abiti ed i gioielli sono di una bellezza incredibile, hanno davvero la naturale eleganza degli abiti indiani.

  3. Violaccia scrive:

    Hai descritto questa collezione particolare in modo delizioso, come se si presentasse un raffinato set di pasticcini alla crema chantilly serviti con Tè al gelsomino: delicato, ma goloso e ricco. Il “rallenting” di una deflagrazione aggraziata a base d’ arte e moda inserita in un contesto che ha sicuramente la sua componente onirica posizionata in avanscoperta.
    Delizioso, ripeto. Brava Vitty :)
    e’ un piacere leggerti :)

  4. Alessio Costarelli scrive:

    Ottimo articolo, molto puntuale! Anche un profano come me riesce quasi ad entusiasmarsi davanti a questo tripudio di lievità e sofiscticati, ma non esuberanti, orientalismi.

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