Arts and Culture Magazine

Pardon, old fathers…

2 novembre 2012 by Giacomo Teti
Il culto dei morti ed il sovrannaturale nell’opera del grande poeta irlandese William Butler Yeats.

«Pardon, old fathers, if you still remain
Somewhere in ear-shot for the story’s end»

È l’incipit di una poesia di William Butler Yeats, il grande poeta irlandese di cui oggi ho scelto di parlarvi per dare il mio contributo a una degna celebrazione della mia festa preferita: Halloween. Sono due versi giustamente celebri, talora assunti quasi come manifesto dell’opera del poeta,  e non a torto; anzi, direi io, forse più a proposito di quanto si potrebbe pensare. L’immagine in essi condensata è infatti pregna di significati, che ora mi propongo di enucleare.

Già di per sé, l’allocuzione diretta agli “old fathers” cui s’intitola il componimento, in linea con la tradizione poetica delle invocazioni proemiali, ha un valore programmatico, perché ha l’effetto di catapultarci istantaneamente in un mondo nuovo, in cui gli antichi padri, gli spiriti dei defunti che come Lari osservano e vegliano sui viventi, sono avvertiti come sempre presenti vicino a noi, tanto da poter essere invocati come numi tutelari del viaggio poetico che ci si accinge a compiere. È questo il mondo di Yeats: un mondo in cui fantasmi e creature ultraterrene sono di casa, in cui la fantasia invade prepotentemente la realtà e le si compenetra, in cui la percezione del presente è inestricabilmente intrecciata alla memoria del passato e al presentimento del futuro. I versi e le prose di questo estroso irlandese sono una finestra spalancata su un mondo alogico, non esplorabile con gli strumenti tradizionali dell’indagatore raziocinante, un cosmo libero dai vincoli della realtà materiale quali la consequenzialità e il principio di non contraddizione. In un mondo siffatto chi è altrove può nello stesso momento sedere al nostro fianco e chi non è più può ancora esistere da qualche parte intorno a noi, alerte sentinella, curioso osservatore o semplice passante. Sulle ali della poesia l’animo può spezzare le catene del tempo lineare, e attingere la purezza del tempo mitico degli albori, un tempo planare e ripiegato su se stesso, sì da diventare ciclico e creare infinite corrispondenze fra i suoi punti (ciò che Baudelaire, uno dei maestri di Yeats, definiva “analogia universale”). L’intento è quello di ridurre tutti i piani dell’essere ad un medesimo livello, così da accomunarci ai trapassati (che siano cari estinti, illustri sconosciuti o grandi personaggi di un’antichità remota e leggendaria) e a anche a coloro che non sono mai esistiti nella realtà fattuale, gli uni e gli altri in fondo identici a noi in ispirito, che è quanto dire in essenza; giacché, tanto per usare la terminologia aristotelica, la realtà è un mero accidente, è il regno del transitorio e del contingente: vale a dire, le cose sono andate così, ma sarebbero potute andare anche in un altro modo, e in mille altri ancora, indifferentemente; nella realtà storica una sola possibilità si realizza, ma sul piano degli assoluti esse hanno tutte lo stesso valore. Quei fantasmi, echi del ricordo e della fantasia, ombre di ciò che fu o che sarebbe potuto essere, non sono dunque che questo: potenzialità (momentaneamente) inattuate, di fatto indistinguibili da noi, solo che ci si sforzi di scostare dagli occhi la cortina del pregiudizio culturale (idolum, l’avrebbe chiamato Bacone) che ci fa velo: se ci sentiamo diversi da loro, è solo perché casualmente esistiamo; ma l’esistenza non è una qualità essenziale.

Tale è l’atmosfera che si respira, ad esempio, nelle Autobiografie: l’andamento dell’opera è incoerente, accidentato, interrotto da digressioni, resoconti di aneddoti, intermezzi mistico-magici, l’ordine cronologico talora è sovvertito, la narrazione non si sviluppa lungo una sola direttrice ma segue una pluralità di indirizzi (donde il plurale del titolo). Il risultato è una realtà fittamente intessuta di invenzioni immaginose, corretta e resa più sapida da una buona dose di fantasia, al punto che la linea di demarcazione fra le due sfuma fin quasi a svanire, lasciando che esse confluiscano osmoticamente l’una nell’altra e si uniscano in un divino sposalizio, che rammemora il matrimonio di Cielo e Inferno del poeta Blake, tanto caro a Yeats. Il messaggio che l’autore vuole darci è che una storia, qualunque storia, recalcitra alle categorie razionali della narrazione, non si lascia circoscrivere entro gli angusti limiti di un racconto di tipo tradizionale senza abdicare alla sua natura più profonda. «Né il Cristo né il Buddha né Socrate scrissero un libro, perché scriverlo equivale a scambiare la vita per un processo logico»: così si esprime Yeats al riguardo.

Ma se le cose stanno così, quale compito rimane allo scrittore? Quale storia può e deve essere raccontata?  A questo proposito ci viene in soccorso il secondo verso del distico proemiale: gli antichi padri infatti sono presentati come personaggi di un racconto che hanno ormai esaurito il loro ruolo al suo interno, sono usciti di scena, eppure sono riluttanti ad andarsene, e indugiano, rimanendo in ascolto, raccogliendosi intorno ai nuovi venuti che hanno preso il loro posto, per scoprire come va a finire. E qual è mai questa storia che emana una fascinazione tanto profonda da tenere avvinto anche chi non vi ha più luogo, se non la storia, anzi la Storia per antonomasia, il cammino del mondo e dell’umanità? È questa infatti la sola dimensione in cui si può essere narratori: non inseguire una storia che aderisca ad una pretesa realtà o a parte di essa, che si ritagli un suo spazio autonomo e si professi altra e indipendente rispetto a chi la narra e a chi l’ascolta, ma raccontare la storia universale, la storia di tutto e di tutti, con lo sguardo del viandante che dall’arce di un crinale montuoso abbraccia l’intero orizzonte senza escluderne nulla, la grande storia di cui i singoli racconti sono tasselli che rimandano gli uni agli altri in un gioco di infiniti rispecchiamenti, la storia a cui tutti partecipano e di cui tutti sono a un tempo attori, narratori e spettatori. Così dovevano suonare, alle orecchie di Yeats bambino, i racconti tradizionali con cui i contadini irlandesi accendevano di bagliori fantasmagorici le fredde e buie notti del Nord, che egli ascoltava durante le villeggiature nella campagna intorno alla natia Dublino. In quelle notti la barriera fra i mondi doveva essere incredibilmente sottile, le figure evocate dovevano parer lentamente prendere corpo dalle tenebre degli angoli oscuri; in momenti come questi il mondo cessa di esserci estraneo, grigio e vacuo come cosa rimorta, per farsi al contrario vivido e pulsante di vita dentro e fuori di noi, più reale, più vicino e ogni notte rinnovato attraverso una vera e propria mito-poiesi (prerogativa di tutte le culture orali). «Il mondo esiste solo per essere raccontato», si spingerà a dire più tardi il nostro poeta, abbracciando l’ideale simbolista dell’Arte che sublima la Natura, distillandone l’essenza superna. Il racconto ha il potere di ricreare e rifondare l’esistenza, restituendole la primeva purezza; fornita la metamorfosi, la Natura sarà perfetta, vivrà secondo categorie non più naturali, ma artistiche.

L’adesione al simbolismo e il contatto con alcuni indirizzi della cultura coeva fecondano l’animo dello scrittore, e danno corso ad altri sviluppi. Per intanto, l’idea dell’indistinguibilità e della sostanziale indistinzione fra realtà e sogno, fra bugia e verità, matura nella sua mente e lo conduce alla convinzione della relatività e quindi dell’insufficienza di tutte le forme di conoscenza. In lui si fa strada pian piano il bisogno ineludibile di non accontentarsi mai di un solo sapere, di una sola tradizione, ma di frugarle tutte in quanto tutte ugualmente valide e fertili. È così che Yeats approda a quel sincretismo di matrice rinascimentale, accostabile per esempio a quello di Pico, che è la cifra di molte delle sue opere più “impegnate”. È il caso di Rosa alchemica, in cui l’ortodossia cattolica, pur apparentemente scelta dal protagonista-narratore come rifugio sicuro in cui trovare scampo dalle insidiose illecebre del paganesimo, è in realtà ricusata dall’autore (dietro la maschera dell’iniziato Michael Robartes, vero portavoce del suo pensiero) come ingenua e insoddisfacente, e trascesa in una dimensione in cui un cristianesimo cupo e goticheggiante, recuperato sul piano dei simboli ma deformato dalla lente di un gusto decadente ed estetizzante, si può coniugare agevolmente con il druidismo e con l’annuncio della rinascita delle antiche deità celtiche; un incontro mediato, secondo un diffuso motivo letterario, dalla cultura classica, con le divinità dell’Olimpo chiamate quasi a far da officianti al rito. Quanto ai legami con altre tradizioni, basterà dire che Yeats sposa senz’altro l’idea di pervenire all’universale attraverso il particolare, e che quindi nella sua opera si trovano spesso punti di contatto con culture e religioni da lui non direttamente conosciute, ma raggiunte per vie oblique e nascoste, grazie all’apertura mentale che gli consente di comprendere tutto spontaneamente nel suo sistema; a titolo d’esempio, si può citare Elémire Zolla, che, parlando delle analogie fra le riflessioni di Yeats e quelle di alcuni maestri orientali, osserva: «Egli ignorava il passo di Ibn ‘Arabī che insegna la facoltà di riconoscere gli archetipi soltanto dopo essere diventati come animali: era giunto da solo a questa scoperta» (Lo stupore infantile, 1994).

Peraltro le vie elitarie e sofisticate del simbolismo estetizzante e del sincretismo misteriosofico non sono le uniche battute dal nostro autore, che conserva sempre un amore sincero e spontaneo per il folklore e le leggende della sua terra natale e per questo mondo fiabesco, conosciuto nell’infanzia, dove il soprannaturale è parte integrante della quotidianità come dato costante e universalmente acquisito. L’impressione che si ha dalla lettura delle sue raccolte di fiabe irlandesi non può che essere quella di un contatto costante con gli esseri magici e di una assidua comunione con gli antenati, nonché di una vicinanza spesso problematica del mondo degli spiriti. In un passo dei Racconti di Hanrahan il rosso, che ho sempre trovato molto divertente, si riporta il piagnisteo di quel tale che, sorpreso sulla via di casa dal calar delle tenebre, non sapeva più come fare per raggiungere il suo abituro, giacché, qualunque strada avesse preso, questa o quella sinistra apparizione oltremondana sarebbe venuta a sbarrargli il passo. Ma il legame con la terra e la campagna dell’Irlanda (al cui ricordo si dice che egli, di quando in quando, si struggesse di dolce nostalgia) deve aver influenzato Yeats anche in un altro modo: la saggezza dei contadini, legata al ritmo dei raccolti, ben conosce infatti la ciclicità, l’eterna vicenda delle stagioni, l’incessante rinnovellarsi della Natura; è una sapienza primordiale, non mediata, scevra di tutta quella costruzione intellettuale che in seguito proietterà il cerchio su una retta, dando al tempo una direzione, una durata e la dimensione della linearità. Questo può essere stato il suo primo contatto col sentimento dell’assenza di un prima e di un dopo e del continuo ritorno del e dal passato (fantasmi compresi). Da questa prima suggestione Yeats può aver mosso per giungere a tutte le conclusioni sopra esposte e dare vita al suo mondo poetico, materiato di fiaba e di sogno.

Quest’ultima considerazione ci porta finalmente a parlare un po’ di Halloween. Già, perché questo è il significato autentico e originario della festa (o meglio, uno dei significati): il nostro 31 ottobre per i Celti era il primo giorno dell’anno, il giorno in cui si celebrava la fine dell’estate e con essa il risveglio a nuova vita del mondo, che andava propiziato con opportuni rituali. In questo giorno si credeva che fosse restaurata la primitiva compenetrazione fra i mondi, che si “spalancassero i cancelli della Morte”, che le anime dei defunti tornassero a visitare i vivi e legioni di spiriti e creature magiche di ogni sorta (fra cui ve n’erano anche di ostili e temibili) camminassero sulla terra. In questo giorno ci si intratteneva a colloquio con i cari scomparsi e li si onorava con offerte. Il costume di rendere omaggio ai propri morti in questo periodo era talmente diffuso che anche il cristianesimo, sia pur con riluttanza, dovette accoglierlo, spostando però la data della ricorrenza al 2 novembre, e così di fatto subordinandola alla festività di Ognissanti.

Quello che è interessante è la sensazione che questa festa ci trasmette. La paura ancestrale che si ridesta in noi in questo giorno, la paura dei fantasmi, che tutti abbiamo provato almeno una volta nell’oscurità della nostra stanza, ha un valore archetipale, si spiega con l’attaccamento ormai radicato in noi all’esistenza terrena e materiale, a cui sentiamo talvolta di poter essere strappati; le espressioni tradizionali, usate nei racconti, per descrivere il pericolo che avvertiamo (essere rapiti dagli spettri, portati nel mondo delle ombre) sono metafore della perdita di sé e della propria identità che nasce dal ricongiungimento con la totalità della Natura, e della scomparsa della realtà storicizzata di fronte alla ritrovata comunione  con l’eternità.

Perciò questa festa piace tanto ancora oggi anche a chi non lo ammette, riesce sempre a insinuare qualche brivido anche in chi si trincera dietro la presunta razionalità della nostra tradizione per rifiutarla; e perfino gli illuminati, coloro che amano il soprannaturale e lo rispettano, continuano a chiedere agli spiriti un altro anno, esponendo una zucca intagliata sul davanzale, per avvertire il vecchio Jack o’Lantern, l’eterno ramingo, che per quest’anno non si è pronti ad accoglierlo e che dovrà cercare altrove un luogo per stabilire la sua dimora.

di Giacomo Teti

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Posted in: Autori, Letteratura |

6 Commenti a “Pardon, old fathers…”

  1. […] noi possiamo raccontarvelo! Venite a leggerlo su […]

  2. serena scrive:

    Anche se un po’ iin ritardo desidero ringraziarti per questo articolo chelegittima a viverci( noi,gli “old fathers”,gli inesistenti nel mondo fattuale) come essenze gettate nel.contingente (un limite come le forme della logica per le storie forse?) ma che.ciononostante “coesistono”, arrivano a toccarsi… E questo ci attira e al contempo ci spaventa forse perchè, in questo caso piú che mai, ci rifiutiamo di dare ascolto a quella parte di noi ancestrale,autentica, “essenziale” che cerca il contatto con’ universale.
    Grazie
    p.s.ci sarebbero molte cose da dire, interessantissima la commistione di realtá e sogno/finzione.delle. Autobiografie cosí come i riferimenti all ‘irlanda e alla cultura celtica…
    Serena

  3. Giacomo Teti scrive:

    Grazie, Serena, hai capito perfettamente quel che volevo dire, sono molto contento che tu l’abbia apprezzato! Anzi, a dir vero mi hai suggerito un interessante risvolto della riflessione che non avevo considerato abbastanza, cioè che noi stessi, pur essendo individui contingenti, abbiamo una parte essenziale che partecipa dell’universale, perciò possiamo vedere gli Old Fathers come specchio di noi stessi: in definitiva, come hai detto, gli Old Fathers siamo noi.
    Grazie Serena!
    P. S. Non so se il tuo punto interrogativo richiedesse proprio una risposta, però voglio dartela lo stesso: esatto, il contingente è un limite come la logica è un limite per il racconto, perché la logica è necessariamente un attributo del contingente (l’assoluto, per definizione, è al di là e al di sopra delle relazioni, interne o esterne che siano, dunque rifiuta qualsiasi forma di articolazione logica).

    • serena scrive:

      Si,mi trovi assolutamente concorde!
      Si, il riferimento ai limiti della logica era uno spunto di riflessione.interessante secondo me, perchèmi sembra ció che ci permette di comprendere la realtá e al contempo il nostro limite piú grande nel coglierci come parte dell’assoluto..tuttavia non possiamo fare a meno di cercare di uscire dal contingente e tentare di ricongiungerci con l’eternitá,.come dici, e questo avviene in continuo conflitto con la “logicitá” strutturale che ci caratterizza esprimendosi in un’affascinante dialettica. Possibile?

  4. Giacomo Teti scrive:

    Possibile sì, tanto che non quasi non ho altro da aggiungere! Se non forse, che la logica è senz’altro uno strumento nobile e utilissimo per capire il nostro mondo, che è certo reale, ma non è né l’unico né l’unico possibile: per questo è salutare, di tanto in tanto, evadere dalle strette maglie della logica, (ri)scoprire altri mondi o altri modi di vedere il mondo (il che è in fondo la stessa cosa: di nuovo il concetto di esistenza potenziale); in questo ci soccorrono spesso arte e letteratura, fornendoci gran copia di mezzi per farlo. Per collegarmi anche al tuo bellissimo articolo su “La mano che teneva la mia”, una strada può essere anche soffermarsi su particolari apparentemente secondari e riguardare con angoli visuali inediti, spezzando l’opaca convenzionalità dello sguardo, L'”abitudine al mondo”, e riscoprendo in tal modo la Vita.

    • serena scrive:

      È proprio vero! Si, anche quello è un modo(grazie!!!), un’ occasione in cui si presta ascolto alla voce della Vita che da flebile eco diventa qualcosa di tangibile e sconvolgente. Ogni volta è una novitá, una scoperta perchè di fronte all'”analogia universale” si èc come i bambini, l’approccio alogico prevale su quello ligico e si affrontano queste esperienze con entusiasmo sempre nuovo. Viene da chiedersi come mai questi momenti siano considerati secondari dai più ma la prispettiva logica è certamente più rassicurante e forse senza di essa non saremmo in grado di apprezzarli pienamente

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