Arts and Culture Magazine

Oscar e la dama in rosa

13 agosto 2012 by Alessio Costarelli
Oscar e la dama in rosa di Eric-Emmanuel Schmitt: un libro semplice, un libro profondo, che in poche pagine riesce a mostrare la vera natura di Vita, Morte, Fede e Umanità. Una piccola perla di poesia in prosa.


Dopo un volume come Il vangelo secondo Pilato (1995), in cui si narrano gli ultimi giorni della vita di Gesù attraverso gli occhi di Cristo stesso ed i giorni immediatamente successivi alla sua crocifissione nelle lettere che Pilato invia al proprio fratello, ed il grande successo di Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano (1999), da cui nel 2003 è stato tratto l’omonimo film con Omar Sharif, Éric-Emmanuel Schmitt, drammaturgo, saggista e romanziere lionese di fama internazionale, nel 2002 ha sorpreso ancora una volta il pubblico licenziando alle stampe un nuovo “capitolo” del suo Ciclo dell’Invisibile dedicato alle grandi religioni monoteiste, nel 2009 divenuto anch’esso un film: Oscar et la dame rose, un libello che, a rigirarselo tra le mani ancora inesplorato, tutto può far supporre tranne l’intensità di emozioni e riflessioni di cui è veicolo.

Questo è un libro sorprendente, per certi versi inconsueto. Protagonista è un bambino, Oscar, malato terminale di leucemia che già da alcuni mesi vive nel reparto di un ospedale insieme con suoi amichetti ivi conosciuti, pazienti come lui: Einstein, così soprannominato per via dell’idrocefalia («Se lo chiamiamo Einstein non è perché sia più intelligente degli altri, ma perché ha la testa molto più grossa. Sembra che dentro ci sia dell’acqua. Peccato, se ci fosse stato del cervello, avrebbe potuto fare grandi cose»), Pop Corn, ragazzino affetto da una precoce obesità («novantotto chili a nove anni, un metro e dieci di altezza per un metro e dieci di larghezza!»), e Bacon, un bambino del reparto gravi ustionati. Ma in questa atmosfera di gioco che di per sé sembra proiettarci in una consueta ed infantile traduzione fantastica della realtà, è proprio per bocca di Oscar che, con un’ingenuità molto matura, veniamo fin da subito informati della gravità della sua situazione: «L’ospedale è un posto molto gradevole se sei un malato gradito. Io non faccio più piacere. Da quando sono stato sottoposto al trapianto di midollo osseo, sento proprio che non faccio più piacere. […] Ho capito che sono diventato un cattivo malato, un malato che impedisce di credere che la medicina sia straordinaria».

Ma in questo mondo crudo e fantastico, una figura svetta su tutte, un angelo così umano da apparire veramente divino: Nonna Rosa, un’anziana signora del volontariato che col suo camice rosa frequenta l’ospedale per divertire e dare sollievo ai bambini malati e che con Oscar ha stretto un legame tutto particolare. Ex lottatrice di catch1, lo intrattiene con gli straordinari racconti delle sue «centosessanta vittorie su centosessantacinque combattimenti» contro enormi e pittoresche donnone in slip dai soprannomi strampalati, ma lo aiuta anche a sfogarsi ed a comprendere l’essenza dell’animo proprio ed altrui. E’ lei, in un momento di profondo sconforto del bambino, a dargli l’idea su cui si fonda l’intera struttura del testo, che è un romanzo epistolare, il cui destinatario, però, è Dio. «Confidagli i tuoi pensieri» è il suo consiglio «I pensieri che non dici sono pensieri che pesano, che si incrostano, che ti opprimono, che ti immobilizzano, che prendono il posto delle idee nuove e che ti infettano. Diventerai una discarica di vecchi pensieri che puzzano, se non parli».

E’ proprio in questo continuo altalenare tra dolore e comicità, tra dimensione infantile e problematiche degne di trattati filosofici che si snoda l’intero romanzo. Appreso che gli restano appena dodici giorni di vita, Oscar si rende conto che la morte – sempre chiamata col suo nome, lungi dall’ipocrisia, dalla pena e dal timore reverenziale che regna a riguardo in ospedale – è ormai prossima. Allora, l’infaticabile, la sempre prodiga di consigli Nonna Rosa, gli suggerisce un nuovo gioco: dalle sue parti si dice che dagli ultimi dodici giorni dell’anno è possibile prevedere come andrà tutto l’anno successivo; perché non immaginare che ogni giorno sia un’intera decade della vita futura che avrebbe trascorso? E così, giorno dopo giorno, Oscar scopre le tensioni dell’adolescenza e gli amori dei vent’anni, innamorandosi e conquistando Peggy Blu, una bambina così chiamata per il lieve tono azzurro della sua pelle dovuto al sangue troppo ossigenato che non scambia correttamente anidride carbonica nei polmoni («Era sdraiata sul letto, sembrava Biancaneve quando aspetta il principe, quando quei coglioni di nani credono che sia morta, Biancaneve come la foto della neve in cui la neve è azzurra e non bianca»); sopporta le preoccupazioni e le responsabilità dei trent’anni e commette le stolte leggerezze dei quaranta, ogni giorno invecchiando, ogni giorno sentendosi più stanco e più vicino alla morte. Ma nel prolungato astio verso i propri genitori, apprende anche il senso della debolezza e della natura umane, per arrivare infine a comprenderle e perdonarle. Grazie a Nonna Rosa, soprattutto, impara il valore della Fede: non in sé e per sé, come se fosse giusto e necessario avere Fede, ma si arricchisce dell’insegnamento di vita che questa può dare. Particolarmente significativa è la scena in cui, entrato nella cappella dell’ospedale, vede per la prima volta Dio, lassù, sanguinante ed appeso alla croce; nel suo aspetto consunto che si oppone al suo volto sereno Oscar, grazie alle parole di Nonna Rosa, apprende una distinzione fondamentale per superare qualunque difficoltà: «Bisogna distinguere due pene, Oscar, la sofferenza fisica e la sofferenza morale. La sofferenza fisica la si subisce. La sofferenza morale la si sceglie. […] Se ti piantano dei chiodi nei polsi o nei piedi, non puoi far altro che avere male. Subisci. Invece, all’idea di morire, non sei obbligato ad avere male. Non sai cos’è. Dipende dunque da te». E più avanti conclude: «Le persone temono di morire perché hanno paura dell’ignoto. Ma per l’appunto, che cos’è l’ignoto? Ti propongo, Oscar, di non avere paura ma fiducia. Guarda il viso di Dio sulla croce: subisce il dolore fisico, ma non prova dolore morale perché ha fiducia. Perciò i chiodi lo fanno soffrire meno. Si ripete: mi fa male, ma non può essere un male. Ecco! E’ questo il beneficio della fede. Volevo mostrartelo».

Nel recensire un libro come questo non ha molto senso sforzarsi a ricercarne i possibili modelli. Certo, qualcuno è probabile ci sia, se è vero com’è vero quello che la storia ci insegna, ossia che qualunque opera umana, per quanto innovativa, per quanto avanguardista, è sempre più o meno profondamente, più o meno coscientemente influenzata da modelli trascorsi di cui è figlia. Possiamo allora passare al vaglio tutta la letteratura mondiale, muovendo dalle epistole letterarie di Seneca fino a romanzi totalmente o parzialmente epistolari come le Lettere Persiane di Montesquieu, Ultime lettere di Jacopo Ortis di Foscolo o Dracula di Stoker (solo per citarne alcuni), ma nessuno di questi potrà arricchirci di nuovi strumenti per meglio cogliere il senso di questo lepidum libellum. Esso, alla pari di una raccolta di poesie, alla stregua dei Vangeli, è un mosaico di significati profondi innestati su di un racconto semplice narrato in uno stile immediato. Non è necessario dissertarvi troppo sopra, l’unica cosa sensata è sedersi, leggere e coglierne senza sforzo tutti gli insegnamenti, che qui più che altrove sono un aprire gli occhi al lettore su questioni alte e comuni, che riguardano tutti; e questo è fatto nel modo più convincente, dopo esser divenuti, noi, bambini come Oscar, bambini che devono imparare a guardare il mondo. Si badi bene, a guardarlo, non ad intenderlo, perché come al solito si sottovalutano le capacità cognitive dell’infanzia: in essa, più che qualunque scienziato, si osserva quello che ci circonda nel modo in assoluto più oggettivo, senza interpretazioni veicolate da paure soggettive spesso dovute ad un’esperienza che a quell’età ancora non sussiste; si vede il mondo per quello che è e se anche non se ne conosce il nome, se anche si ignorano le cause delle cose, tuttavia se ne comprende perfettamente il senso: il bambino non mente, quantomeno non a sé stesso. Questo Éric-Emmanuel Schmitt lo sa bene e, oltre che attraverso le figure dei genitori di Oscar, lo pone in chiaro fin da subito, nella prima pagina, ricordandoci che gli immaturi, i vigliacchi, siamo noi che sventuratamente siamo cresciuti e che, per superbia e per paura, pensiamo nella nostra quotidianità, in preda alla debolezza, di plasmare il mondo secondo i nostri canoni, con qualunque mezzo in nostro possesso, forse perché più legati ora ai nostri sogni di quando eravamo piccoli. Ma non è la banalità del continuare ad essere bambini che si predica qui, bensì il non perdere queste doti di scientifica ingenuità quando le si arricchisce con la vita. «Caro Dio» esordisce Oscar «[…] ti avverto subito: detesto scrivere. Bisogna davvero che ci sia obbligato. Perché scrivere è soltanto una bugia che abbellisce la realtà. Una cosa da adulti».

di Alessio Costarelli

1 Antesignano del moderno Wrestling, il Catch Wrestling è uno stile di lotta popolare sviluppato e diffuso in ambito anglosassone  nel tardo XIX sec. dai lottatori dei circhi itineranti.

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Un Commento a “Oscar e la dama in rosa”

  1. […] libro e un articolo da non perdere! Correte a leggerlo su Clamm […]

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