Arts and Culture Magazine

Once Upon a Time – Season I

13 aprile 2014 by Francesco Dall'Olio
C’era una volta una serie televisiva diversa dalle altre. Un’analisi fiabesca – e non solo – della prima stagione.

C’erano una volta intere generazioni di bambini, americani e non, cresciute a pane e Disney. La loro immaginazione era stata presa, modellata e costruita sulle immagini dei cartoni partoriti dalla magica casa di Burbank, che aveva donato il fascino dell’animazione ai personaggi di quasi tutte le fiabe più note della tradizione europea. Il successo era così grande che due di questi bambini, Edward Kitsis e Adam Horowitz, presero a un certo punto a immaginare cosa fosse accaduto dopo i fatti narrati dai cartoni. In fondo, è sempre brutto, alla fine di un film, salutare personaggi con cui ti sembra di aver percorso un viaggio che è durato solo un’ora e mezza, ma è sembrato riempire una vita intera. Edward e Adam decisero che no, loro avrebbero seguito i personaggi anche dopo, realizzando le fantasie di tanti bambini che hanno sempre voluto sapere com’è stata la vita di Biancaneve da sposata, se Pinocchio è riuscito a restare un bravo bambino, se Peter Pan ha mai incontrato di nuovo Capitan Uncino e così via. Ma perché limitarsi al dopo? Crescendo, Edward e Adam hanno scoperto che ciò non bastava, e hanno cominciato a risalire a prima: l’età adulta, invece di soffocare la fantasia, gliel’ha potenziata, facendo loro intuire che le fiabe possono benissimo essere rappresentazioni della vita adulta e dei suoi problemi (non si è universali per niente, no?).

Once Upon a Time

Nel 2004, la serie tv Once Upon A Time è già nata nella mente di Edward e Adam. Questo però non basta: le storie sono come bambini, hanno bisogno di tempo e stimoli per svilupparsi, altrimenti si rischia di inviarle nel mondo quando ancora non sono pronte per reggersi sulle proprie gambe. Fu allora che i due, dopo qualche fallito tentativo di proporre il progetto a vari network, ebbero la fortuna di entrare nel team di scrittura e produzione di una delle serie tv cult degli ultimi anni: Lost. La lunga, complessa e fortunata saga di J. J. Abrams insegnò ai due sceneggiatori e produttori in erba come si gestisce e si racconta una storia grande ed epica senza stancare mai il pubblico, riempiendo i quaranta minuti di ogni puntata con storie piccole ma tutte collegate e incastrate fra loro. Inoltre, fece incontrare loro un sacco di bravissimi attori, molti dei quali erano a loro volta alcuni di quei bambini sognatori di cui abbiamo parlato prima, e che si lasciarono anch’essi affascinare da queste nuove favole. Fu così che, terminato Lost nel 2010, Edward e Adam furono in grado, con il benestare della Disney (del resto proprietaria del network ABC), di iniziare, il 23 ottobre 2011, a raccontare. E quindi, a Boston, nel 2010, c’era una volta…

Emma Swan (Jennifer Morrison), 28 anni, cacciatrice di taglie, orfana, che dieci anni prima aveva deciso di dare il proprio bambino appena nato in adozione, perché non riteneva che con lei il piccolo avrebbe avuto grandi possibilità di avere una vita decente. La sera del suo ventottesimo compleanno, suo figlio, Henry (Jared S. Gilmore), si presenta alla sua porta con un libro di fiabe in mano, a raccontarle una storia incredibile. Dopo il matrimonio di Biancaneve (Ginnifer Goodwin) e del Principe Azzurro (Josh Dallas), la Regina Cattiva (Lana Parrilla) ha infatti lanciato una terribile maledizione sul Mondo delle Fiabe e sui suoi personaggi: essi sono stati trasportati nel nostro mondo, in una città maledetta chiamata Storybrooke, hanno dei nuovi nomi e identità e non si ricordano più chi sono. L’unica che ha il potere di spezzare l’incantesimo è proprio Emma, che è la figlia di Biancaneve e del Principe, mandata dai genitori appena nata attraverso un albero magico in questo mondo perché non fosse colpita dalla maledizione. Comprensibilmente, Emma è scettica, ma accetta di riportare comunque Henry a casa: e quando incontra Regina Mills, sindaco della città e madre adottiva di Henry (alias la Regina Cattiva), decide di restare per verificare che suo figlio, il figlio appena ritrovato, stia davvero bene come afferma la donna.

Già questo riassunto della situazione iniziale di Once Upon a Time permette di cogliere quali siano le grandi differenze fra questa serie tv e i numerosi film live-action che, di recente, hanno rivisitato le fiabe tradizionali. Mentre questi ultimi, con l’eccezione di Oz the Great and Powerful (Il grande e potente Oz, 2013) di Sam Raimi, hanno finito per produrre una sorta di brutte copie su scala ridotta del Signore degli Anelli, Kitsis e Horowitz hanno invece intrapreso un percorso più difficile ma dai risultati ben più profondi. Ogni puntata della serie si compone di due parti intrecciate fra loro e collegate da un tema comune: la prima racconta gli eventi che avvengono a Storybrooke nel presente, la seconda narra il passato dei personaggi delle fiabe prima della maledizione. In tal modo, i due mondi si avvicinano fino a sostanzialmente sovrapporsi. Da un lato il mondo delle fiabe diventa meno ‘fiabesco’ (i suoi regni sembrano periodicamente soffrire di mancanza di fondi, e nelle strade la gente fa la fame), dall’altro il nostro mondo acquista una dimensione di ‘epica familiare’ che lo rende magico, anche perché i personaggi delle fiabe devono affrontare sostanzialmente gli stessi problemi in entrambi i mondi.

Snow White e Prince Charming

Ciò significa che i loro ritratti tradizionali vengono radicalmente messi in discussione. Biancaneve qui viene dichiarata fuorilegge e costretta a vivere come tale, il Principe Azzurro è solo un pastore che un re avido ha adottato come figlio: la loro storia d’amore si sviluppa in un clima di avidità e di lotta. Nel mondo reale, le cose non vanno meglio, anzi, dal momento che il Principe è sposato con un’altra donna, la relazione diventa extraconiugale. Ancora più radicali gli interventi su personaggi ‘minori’ come il Grillo Parlante, il Cacciatore di Biancaneve, Cappuccetto Rosso, Brontolo, Cenerentola, il Cappellaio Matto: nelle puntate speciali a loro dedicate, scopriamo che hanno tutti dovuto affrontare scelte difficili e sopportare traumi che ancora scontano, traumi che li hanno resi ciò che sono nel bene ma anche nel male. Anche i cattivi vanno incontro a un ammorbidimento della loro malvagità. Questa volta la Regina Cattiva (che si chiama Regina anche nel mondo reale) non solo non dà la caccia a Biancaneve perché gelosa della sua bellezza, ma per un motivo ben più serio, ma soprattutto ha un cuore di madre. Regina ama il bambino che ha adottato, ne fa il centro della propria vita, e tenta di ritrovare attraverso di lui un po’ di quell’amore che il suo potere non riesce a darle. Amore e potere combattono in lei una difficile lotta, rendendola un personaggio ambiguo e complesso, cui è impossibile applicare la troppo frettolosa etichetta di villain.

Lana Parrilla e Ginnifer Goodwin in una scena del telefilm

Summa ideale di tutto ciò che abbiamo detto è il personaggio più complesso di tutto lo show: Rumpelstiltskin, alias Tremotino (Robert Carlyle), l’unico personaggio a venire direttamente dalla sua fonte (una fiaba dei Grimm) e non da un cartone Disney. Inizialmente può sembrare solo un personaggio di contorno, ma più si va avanti nella storia più si scopre come sia, in un certo senso, il centro di tutto l’universo fiabesco (e non solo perché è coinvolto più o meno in ogni fiaba, a volta in modi insospettati). Egli incarna la magia, il potere assoluto e quasi senza limiti, che gli consente di dominare sul resto della città, ma che è stato ottenuto a un prezzo altissimo: la perdita del suo stesso figlio (attenzione: questo non significa che il figlio è morto). Come Regina, Tremotino è al tempo stesso padre e demone, unendo in sé l’umanità del dolore per la perdita del figlio e l’oscurità del demiurgo che ha creato quasi tutto quello che vediamo, più o meno onnipotente e proprio da questa onnipotenza privato della cosa più preziosa. Questo perché, come ripete spesso, ogni magia ha un prezzo.

Robert Carlyle nel ruolo di Tremotino

Amore e Potere, anzi Famiglia e Potere: questi i due poli opposti entro cui si muove l’universo morale di Once Upon a Time, e che si escludono a vicenda. Tutti i personaggi sono chiamati a scegliere fra di essi, anche perché molti di loro sono vittime di cattivi genitori oppure a loro volta cattivi genitori. E’ lontano anni luce il rassicurante mondo delle fiabe a noi ben noto, dove tutto funziona bene e i cattivi vengono sconfitti con facilità e quasi senza danni. Quello che abbiamo davanti, sia nel mondo reale che in quello fiabesco, è un mondo dove i genitori educano male i figli, dove crescere e assumersi responsabilità è difficile, dove l’amore deve essere conquistato e preservato a prezzo di lotte durissime, e l’uso della magia richiede come condizione obbligatoria la responsabilità di assumersene le conseguenze. Non a caso, la protagonista della fiaba non è una bambina, ma una donna di 28 anni, Emma Swan, che dopo essere stata orfana ha rinunciato ad essere madre e deve imparare di nuovo ad esserlo, compiendo adesso quella crescita che ha rifiutato di fare dieci anni prima. Once Upon a Time è la fiaba moderna, la fiaba di un mondo che non conosce più modelli genitoriali forti, dove i ruoli del padre e della madre devono essere ricostruiti da capo, perché quelli precedenti si sono rivelati fallimentari.

Ne è dimostrazione la rielaborazione più ardita (ma anche più riuscita) di tutte, quella che coinvolge Pinocchio (Eion Bailey). Il nostro burattino preferito, qui divenuto un uomo adulto di professione scrittore, non si trova a Storybrooke all’inizio della serie, vi arriva alla nona puntata in sella ad una moto: è scampato alla maledizione per crescere, come Emma, nel mondo reale. E il mondo reale, si sa, è pieno di tentazioni, troppe perché uno come Pinocchio vi possa resistere. E infatti, così tante ne ha compiute il giramondo e affascinante scrittore, che sta tornando ad essere un pezzo di legno. E’ per questo che torna a Storybrooke: solo se convincerà Emma a credere alla magia quel tanto che basta per spezzare la maledizione egli potrà restare un uomo di carne e ossa. A noi spettatori italiani la cosa può disorientare un attimo, ma perché da noi il cartone Disney non ha mai sostituito il libro di Collodi, e fra i due c’è una grande differenza. Nel romanzo, Pinocchio conquista la sua umanità dopo un lungo, complesso e difficile percorso di crescita che ci rende del tutto impossibile credere che possa tornare indietro (anche se potremmo desiderarlo). Nel cartone, invece, il burattino diventa buono fin troppo facilmente, senza dover davvero cambiare rispetto all’inizio della sua storia, e gli autori di Once sono partiti da questo Pinocchio: un bambino cresciuto troppo in fretta, cui nessuno ha mai detto che l’umanità, l’età adulta, è una vittoria che va preservata e mantenuta giorno per giorno. Non è un caso che faccia lo scrittore, ovvero il mestiere più di tutti collegato alla bugia ma anche all’infanzia, che creando un mondo immaginario può dare speranza e rendere sopportabile le difficoltà della vita adulta, ma può anche nasconderle e finire per illudere che crescere, amare, vivere sia facile.

Tony Amendola nel ruolo di Geppetto

Detta così, sembra però che Once Upon a Time sia una serie cupa, amara, a tratti sfiduciata. Non è così: le fiabe sono state rivisitate e un po’ criticate, ma non negate. Come dice Brontolo (protagonista di una delle storie più strazianti di tutta la serie), “il mio amore mi fa soffrire, ma mi rende anche quel che sono. Mi rende Brontolo.” Quasi tutti i personaggi della serie vengono fuori dal dolore con una volontà ancora più forte di lottare per il proprio happy ending,  e alcuni di loro riescono anche a ottenerlo. Emma, che ha rinunciato dieci anni fa all’amore e alla famiglia, nel corso della serie diventa sempre più responsabile, altruista e innamorata del proprio figlio: sarà proprio accettando di essere madre che romperà la maledizione. L’amore di Biancaneve e del Principe, per quanto contrastato, non viene mai meno, e lo stesso Tremotino incontra l’amore nella persona di Belle (Emilie de Ravin), assumendo in pratica il ruolo della Bestia della fiaba tradizionale. Il messaggio di fondo a Once è che, nonostante tutte le difficoltà e le lotte, in un happy ending si possa e si debba credere, perché altrimenti nella vita non si può andare avanti: bisogna però lottare, per questo happy ending, perché non è affatto facile come ci hanno fatto credere per tanto, troppo tempo. Le fiabe in fondo servono a questo, a dare speranza nonostante tutte le avversità, a infondere in tutti noi il coraggio di andare avanti, come Biancaneve e il Principe, anche quando tutto il mondo sembra andarci contro.

E’ anche per questo che, più o meno a metà della serie, nello spettatore nasce la sensazione che spezzare il maleficio non significherà la fine della storia: svanita la maledizione, resteranno le sue conseguenze, che non saranno semplici da gestire. Resterà Regina con la sua ambiguità di madre e strega cattiva, resterà Tremotino diviso fra l’amore per Belle, l’attaccamento al suo potere e la ricerca del figlio scomparso, resterà Emma che dovrà confrontarsi con la famiglia finalmente ritrovata. Finisce la storia della maledizione, ma ne comincia un’altra, come succede nella vita, dove niente ha mai davvero fine, dove un happy ending è solo tappa passeggera, prima che la vita continui. Però almeno c’è stato, e quindi si potrà proseguire con la certezza che è possibile essere felici… almeno fino all’arrivo della prossima strega.

di Francesco Dall’Olio

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Posted in: Cinema e Teatro, Serie TV |

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