Arts and Culture Magazine

NOVECENTO – Arte e Vita in Italia tra le due guerre

30 marzo 2013 by Alessio Costarelli
Dal 2 febbraio al 16 giugno si tiene presso i Musei di San Domenico a Forlì la mostra dal titolo “NOVECENTO: Arte e Vita in Italia tra le due guerre“: un’occasione unica per osservare con occhio finalmente scevro da pregiudizi uno dei periodi più controversi della storia del nostro Paese.

Non c’è che dire, Hobsbawn aveva ragione: con i suoi imperi e le sue rivoluzioni, con la sua scienza e la sua ricerca dell’ancestrale, con i suoi grandi ideali, con le sue frivolezze intellettuali e il suo realismo vicino soprattutto a chi fece del sangue e della terra una ragione di vita, l’Ottocento era durato davvero a lungo, mentre il Novecento – che, un po’ come si diceva del Ducato di Parma alla metà del Cinquecento, «nacque in una notte» – con il suo continuo e precipitoso mutare è stato un “secolo breve”. Breve perché un secolo di “crisi” in senso etimologico, di trasformazioni rapidissime, di grandi espansioni e fulminei tracolli di equilibri aviti. Fino al 1914, quel procrastinarsi della Belle Époque sembrava non dover finire mai: poi d’improvviso l’Europa s’addormentò e dormì un sonno agitato fatto di guerre e sogni infranti e quando infine si destò, tutto intorno a lei, tutto dentro di lei era cambiato.

Il Novecento iniziò così. Se prima si viveva di illusioni, d’improvviso si fu ricolmi di quelle che parvero certezze: la sofferenza, l’ambizione, la personalità, l’identità furono parole dal significato chiaro, preciso, univoco. Vi erano popoli che stavano per sprofondare in una crisi economica che li avrebbe condotti verso un abisso ancora più oscuro, e ve n’erano altri che dalle macerie stavano riemergendo, che si sentivano forti e vittoriosi, necessariamente predestinati ad una futura felicità la quale, invece, si sarebbe rivelata non meno gravosa. L’arte ha molte facce, e prima ancora che riflettere sul passato o annunciare festante il futuro, essa s’interessa di descrivere il presente, con entusiasmo o con ferocia: ma il nuovo presente dell’Italia, intessuto di miti romani e imperiali, era un passato ciecamente proiettato nel futuro.

Significativamente, quasi con un coup de theatre, la mostra si apre enunciando un desiderio. La Città ideale, la splendida tavola della fine del Quattrocento cui tutt’oggi non si riesce ad assegnare un autore, è l’obbiettivo, è ciò che dalle macerie si vuole ricostruire, un’ambizione presto attualizzata dalla tela di Giorgio De Chirico intitolata Souvenir d’Italie (Piazza d’Italia) (1924-25), opera che per una volta si spinge oltre la metafisica calpestando un terreno più concreto: quello di una razionalità architettonica che doveva rispecchiare un rappel a l’ordre (come avrebbero detto gli artisti parigini del momento), una rinascenza all’insegna della disciplina e della orgogliosa consapevolezza, innanzi a terreni vuoti che lascino lo spazio per edificare l’utopia, e al diavolo i pruriti futuristi! Di qui, il piano terreno e il succedersi delle sale diviene la narrazione della storia di una folle ideale e di un uomo: nascita e declino del Fascismo, aurora e crepuscolo del Duce.

Si comincia rammentando le sofferenze della Grande Guerra: Massimo Campigli, la cui tela Zaino in spalla (1927) – oscillante tra classicismo e scomposizione cubista – sottolinea l’anonima fatica dei fanti, nuovi eroi della modernità, e Arrigo Minerbi, la cui scultura La Vittoria del Piave (1917) ripropone una Nike mascolina e aggrappata alla vita che già annuncia i lineamenti marcati e l’espressione accigliata delle statue d’atleti dello Stadio dei Marmi, dettano l’incipit del cambiamento, festantemente accolto da una gioiosa e spensierata Rivoluzione Fascista (1930) di Plinio Nomellini, quando ancora Divisionismo e Liberty avevano qualcosa da tramandare alle nuove tendenze.

Poi il Duce, il DVX LVX in tutte le sue declinazioni, dall’attualizzazione davidiana e napoleonica di Primo Conti (La prima ondata, 1929-30) ad un triste, grottesco e rinascimentale Condottiero (1928) di Cesare Sofianopulo, che non sa scegliere tra il Duca di Montefeltro e la Proserpina di Dante Gabriel Rossetti, fino alla sintesi fisionomica di Thayhat e al geniale, immutabile, assolutizzante Profilo continuo (1935) del Duce di Renato Bertelli; il tutto scandito dalla prolifica arte grafica di una nuova e ruggente produzione pubblicitaria – che dai manifesti della Campari muove alla Mostra Nazionale del Grano ed alla Fiera di Tripoli, fino al roboante annuncio della Crociera Aerea Roma-Chicago-New York-Roma per il decennale del potere fascista –  e dai progetti urbanistici che vedevano al centro dell’interesse Roma, ma anche la stessa Forlì, che a tutt’oggi conserva alcuni dei migliori esempi della classicista e razionale architettura di quegli anni. Progetti urbanistici e industriali il cui spirito fu meravigliosamente interpretato da Mario Sironi e che, come ogni cosa, avevano un loro sogno nel cassetto: l’allestimento del Foro di Mussolini (oggi Foro Italico) e soprattutto delle strutture per l’Esposizione Universale di Roma del 1942 (E42), con il celebre Palazzo della Civiltà Italiana progettato da Giovanni Guerrini e Ernesto Lapadula.

Infine, il tracollo. Allora la figura del Duce, da modello di virilità da riproporre all’infinito, si prestò alla satira e divenne una maschera, fortemente tipizzata, non troppo dissimile da Pulcinella o Balanzone. E se Ottone Rosai, con la solita, fluente delicatezza della sua pennellata, poteva dipingere una vignettistica Caricatura di un’adunata (1933), Mino Maccari ora schiaffeggiava soddisfatto il mito del Duce in una trentina di oli su tavola che lo mostrano sul palcoscenico di teatrini oppure in bordelli o, fatalmente, trascinato nel fango dal re, a gambe aperte e senza braghe.

Fine primo tempo.

Il secondo atto di questa mostra è quello che da bella la rende emozionante e, sinceramente, ammirevole. Se il piano terra è stato una grande prolusione storica sull’Italia del Ventennio e sulla sua guida carismatica, il primo piano focalizza lo sguardo sui temi cardine del Fascismo, sui suoi leitmotiv, su tutto ciò che davvero influiva sulla vita e sul pensiero dei cittadini.

E allora ogni sala è un nucleo concettuale, un focus culturale, una lente d’ingrandimento su gusti e abitudini, indagati e mostrati non solo tramite pittura e scultura, ma anche con l’arredamento e la moda, in un’unità espositiva difficilmente componibile, ma perfettamente riuscita nell’alternarsi di alta borghesia e umile agricoltura che però, non diversamente dalla Roma delle origini, vuole essere elevata a medesima nobiltà. E’ quindi la riscoperta e rivalutazione della terra e dei suoi prodotti e del sudore per raccoglierli che riecheggia nei primi ambienti, come per la Bonifica (1940) di Alessandro Pomi e il commovente trittico di Pietro Gaudenzi Il grano (1940), liberi da ogni retorica propagandistica e colmi d’una sincerità che rievoca Fattori e i Macchiaioli; è poi l’Italia vista dall’alto e modificare il punto di vista, come per Incuneandosi nell’abitato (1938) di Tullio Crali o per il Trittico della velocità (1925-27) di Gerardo Dottori, ove insopiti ancora affiorano i miti e lo stile dei futuristi; e un ruolo centrale hanno i culti della giovinezza (come nel bronzeo e magro giovane che Orlando Italo Griselli chiama Apollo, 1924), dello sport (esemplificativi sopra ogni altro sono i molti bronzi raffiguranti pugilatori), della “vocazione al Mediterraneo” degli italiani (potente ed eloquente è L’alzana, 1926 di Cagnaccio di San Pietro) e soprattutto del richiamo alla classicità romana (di cui forse il miglior esempio è la tela di Giorgio De Chirico intitolata Gladiateurs s’amusant à l’école, 1927).

Ma in tutto questo c’è di nuovo posto per l’irriverenza e per la ferocia satirica, che si origina dal moraviano “male di vivere” di una borghesia annoiata e sempre più chiusa in sé stessa per giungere fino alla angosciante e graffiante inquietudine di pagliacci e demoni che si trastullano in macabri carnevali colorati di maschere, le quali però, memori della lezione di Ensor e Poe, al di sotto di esse possono celare il volto orribile della Morte, come nello sconvolgente quadro di Sofianopulo dal titolo Maschere (1930).

Da ultima, vi è la speranza in un futuro migliore, nel miracolo della vita e nel miracolo ancora più grande della maternità, che non a caso accoglie il quadro simbolo della mostra, in assoluto uno dei più commoventi: quella Maternità (1916) di Gino Severini che in linee decise e cromie pastello sintetizza nella sua dolcezza tutte le speranze di una generazione turbata e tutte le conquiste stilistiche della storia dell’arte.

E’ una mostra completa questa di Forlì, una mostra sfaccettata che arricchisce il visitatore, offrendogli per una volta uno sguardo puramente artistico (quindi votato alla bellezza) invece che pregiudizialmente critico su una società piena di errori ed inganni, ma che almeno aveva il merito della fede in sé e nel proprio essere Nazione, un merito che oggi volentieri scambierei con buona parte delle conquiste democratiche della nostra contemporaneità. Aggirandomi tra i plastici dei progetti per l’E42, sono giunte alle mie orecchie le parole inconsapevolmente argute che un uomo scocciato e borbottante rivolgeva ad una moglie affranta dal non riuscire a chiarirgli il significato intrinseco di tutta quella produzione artistica: «questi pittori dipingono aerei che non possono volare e contadini che non sanno zappare». Senza saperlo, egli aveva compreso la mostra molto più della consorte: l’arte fascista mostrava utopie oggetto di una tale urgenza e speranza che quasi le concretizzava e permetteva loro di esistere; quasi, perché in realtà potevano solo essere concepite, mai partorite, però esaltate da quella che io considero l’ultima dirompente stagione dell’arte italiana, espressione di un passato che, nel bene e nel male, è diametralmente lontano da noi e che questa mostra ci offre finalmente il giusto destro di riscoprire.

di Alessio Costarelli

6

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Posted in: Arte, Recensioni Mostre |

Un Commento a “NOVECENTO – Arte e Vita in Italia tra le due guerre”

  1. […] ci fate ancora qui? Correte a leggerci e […]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Follow

Get every new post on this blog delivered to your Inbox.

Join other followers:

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: