Arts and Culture Magazine

Nicosia, ultima Berlino

20 giugno 2013 by Alessio Costarelli
Una breve riflessione su di una delle ancor tante divisioni dell’Europa unita: il “muro” di Nicosia.

E pensare che in origine era solo un alleato. Braccia accoglienti che cingevano la vita di uomini, proteggendone i valori. Quando poi le comunità si allargarono, si fece protettore dell’intero gruppo, che da questa tutela trasse un’idea di unione e comunanza. Ma come spesso accade in filosofia, l’essere è nettamente diviso dal non essere ed il noi si definisce come “altro da loro”: così il muro, da principio unificatore, si fece sempre più mezzo di distinzione e quindi separazione, ironicamente ancora in nome di un desiderio di collettività.

Di muri e muraglie la storia è ricolma e quello tragico e celebre di Berlino non è stato, né certo sarà, l’ultimo. Si è però rivelato il peggiore, e questo non tanto per il terribile numero di vittime di cui è stato teatro e spettatore, quanto piuttosto per la netta ferita culturale aperta con la sua costruzione, tanto più evidente per la sua ubicazione. E’ risaputo infatti che esso non correva lungo lande desolate a separare due Nazioni, due popoli da sempre distinti anche se vicini, come tutt’oggi accade nei lunghi tratti fortificati sul confine tra Stati Uniti e Messico, ad arginare un massiccia immigrazione; né all’interno di una piccola nazione “artificiale”, a separare due comunità in tutto diverse ma accomunate da origini nemmeno troppo “mitiche”, come nel caso di Israele; né tantomeno tra selve e montagne a separare imperi civilizzati da mutevoli orde barbariche, come per la Grande Muraglia Cinese od il Vallum Hadriani. Il muro di Berlino (come in parte anche quello a noi più vicino di Gorizia) divise da un giorno all’altro un popolo che era sempre stato unito e che unito aveva compiuto, nel bene e nel male, imprese grandiose; non vi erano in esso differenze di lingua o religione, non erano la razza o la storia a scinderlo: eppure si trovò ferito, attraversato da una cesura che per quarantaquattro anni pretese di insegnare ai tedeschi a non essere più tedeschi. La vera tragicità di quel muro stava nel dividere una città, nell’aver creato un confine all’interno di un’unità.

Ma, abbiamo detto, Berlino non fu un unicum. In seguito al Trattato di Zurigo dell’11 febbraio tra Grecia, Turchia e Regno Unito, il 16 agosto 1960 Cipro ottenne l’indipendenza dal governatorato inglese, che ne reggeva più o meno ufficialmente le sorti fin dal 1878. Un referendum del 1950 avrebbe auspicato, per desiderio di ben il 93% della popolazione, l’unificazione con la Grecia: storicamente infatti i Ciprioti, abitanti di un’isola verde luogo di transito e snodo di culture eterogenee, si sono sempre sentiti Greci in virtù di un’influenza linguistica e culturale che perdura fin dall’Età del Ferro (XI – VIII sec. a.C.) e che da allora non ha fatto altro che intensificarsi. Tuttavia l’agguerrita minoranza turca, sostenuta dal governo di Istanbul, non poteva certo accettare una simile soluzione e sia prima che dopo l’indipendenza si mantenne su posizioni oltranziste difese anche con i modi della guerriglia armata. La situazione, già tesa per i molti attentati terroristici in corso fin dal 1971 ad opera di gruppi paramilitari greco ciprioti (tra cui EOKA ed il più estremista EOKA-B) al fine di impedire qualsiasi pacifica risoluzione alla divisione, precipitò con il colpo di Stato del giornalista e uomo politico greco Nikos Sampson (sostenuto dal regime di Atene) il 15 luglio 1974, evento causato dal tentativo del presidente cipriota Makarios III (nonché arcivescovo della Chiesa ortodossa di Cipro) di liberare lo Stato dal controllo dei colonnelli greci e che offrì il destro alla Turchia per un’occupazione armata dell’isola, la quale risultò così tagliata in due metà: una greca, in cui ben presto il golpe militare fu soffocato, ed una turca, che l’anno successivo fu proclamata Stato Federato Turco di Cipro per poi divenire, il 15 novembre 1983, Repubblica Turca di Cipro del Nord (riconosciuta a tutt’oggi dalla sola Ankara): in mezzo, ancora un volta, una città, la capitale Nicosia.

Nella loro parte dell’isola, gli occupanti turchi provvidero a scacciare immediatamente tutti i greco-ciprioti: interi piccoli paesi della parte greca, come Episkopi e Erimi, furono destinati ad accogliere questi profughi compatrioti. Ma a Nicosia la guerriglia fu aspra e molti greci furono freddamente trucidati dai turchi, benché anche anche gli ortodossi non si siano dimostrati propriamente cristiani verso molti innocenti islamici.

Attualmente, per fortuna, la situazione non è tragica come quella tedesca. Quest’Ultima Berlino non assiste infatti ogni giorno all’uccisione di disperati che tentano di oltrepassare la divisione solo per poter rivedere il sorriso dei propri cari, né le comunicazioni tra le due metà sono del tutto annullate (tra l’altro, almeno i cipro-greci hanno libera facoltà di transito) e segnali incoraggianti – anche se a dir poco vani – cominciano talvolta ad affiorare, come ad esempio la simbolica apertura, da parte dei greco-ciprioti, nel marzo 2007 di una faglia nel muro in Ledra Street (in pieno quartiere commerciale), che andò ad aggiungersi agli altri già cinque valichi aperti nel gennaio dello stesso anno dai turco ciprioti. D’altro canto, tuttavia, si persiste a vivere in una sorta di stasi giacché – differentemente dai berlinesi – i ciprioti greco-ortodossi e quelli turco-islamici non hanno alcuna intenzione di riunirsi, come ha palesemente dimostrato l’esito del referendum sulla riunificazione del 2004 in occasione dell’entrata nell’Euro, referendum nel quale la parte turca si pronunciò a favore, ma ben i 3/4 dei greco-ciprioti si oppose: anzi, molti di questi ultimi, pur avendone la facoltà, si rifiutano per principio di varcare la frontiera. La stessa identità culturale di ambo le parti (che finisce col mostrare tutto eccetto l’esistenza di un’autonomia insulare) viene costantemente sottolineata per evidenziare la differenza con l’altra: e se appare quasi naturale che la bandiera della Repubblica Turca di Cipro sia sempre affiancata, senza eccezione, a quella della Turchia, di cui è anche graficamente figlia, fa molto più effetto osservare i colori ellenici sventolare sempre a fianco della bandiera della Repubblica Democratica di Cipro, bandiera che nella sua uniforme isola “ocra-rame” su di un candido fondo bianco quanto mai neutro vorrebbe da sempre auspicare una ritrovata unità nazionale.

Nicosia è dunque, nei fatti, il confine tra due mondi, separati dalla cosiddetta Green Line, una lunga fascia di edifici abbandonati che funge da confine (non esiste qui infatti un vero e proprio muro) e che si apre, ad esempio, con una dogana sita in una strettoia viaria che, in fondo, è anche una strettoia politica. Passeggiando per la parte greca, ci si aggira non troppo spaesati in quella che è a tutti gli effetti una comune città europea, nemmeno troppo bella, con le sue vie commerciali ed i segni di anni di tensione che qua e là ancora affiorano, ma che risultano comunque ben integrati nel panorama urbano. Rispetto a Roma, Parigi o Londra, mancano giusto i “kebabbari”, ma qui non è solo una questione di “tradizione del gyros”. Perdendosi dentro viuzze tortuose costellate di case dai muri scrostati e spesso dai portoni rovinati, si giunge fino ad un piccolo slargo che stringendosi ad imbuto al capo opposto fa scivolare dentro la frontiera; prima, solo qualche negozio di souvenir ed un monumento: una base circolare in pietra, riportante un testo in greco in lettere metalliche poste a spirale continua e trafitta al centro da aste d’acciaio confitte in coni di cemento. Inoltrandosi nella strettoia, si attraversa un tratto affiancato da due edifici abbandonati ed in rovina, terra di nessuno occupata solo da tristi giovani da centro sociale che giocando a carte e tracannando birra picchettano slogan anti-capitalistici scritti su logori teli o sporchi fogli di carta: come se fossero i capitalismi i “mattoni” del “muro” di Nicosia… ma forse quei ragazzi credono di essere ancora a Berlino. Oltre, come precipitando nella tana del Bianconiglio, si è catapultati d’improvviso in un mondo arabo fatto di vie strette e tortuose, affollate di gente e negozi di stoffe e spezie, mentre nei pochi tratti di cielo scoperti dalle tende dei bazar svetta talvolta un minareto ed il canto del muezzin si sparge per ogni anfratto. In centocinquanta metri si passa da Atene ad Istanbul: se non fosse nel contempo tragica e magica, la cosa sarebbe ilare, tanto che a noi italiani facilmente potrebbe far sovvenire alla mente l’esilarante scena della frontiera nel celebre film di Troisi e Benigni Non ci resta che piangere (1984).

Da quasi quarant’anni i Ciprioti sono divisi e vedono correre una frontiera in mezzo alla loro isola. Stranamente, anche se non ne serbano memoria, per loro non è nemmeno la prima volta: già all’inizio dell’Età del Bronzo molti archeologi (tra cui l’eminente studioso Vassos Karageorghis) hanno ragione di pensare che fosse stato eretto una sorta di muro divisorio tra gli antichi abitanti della pianura centro-settentrionale e i nuovi coloni anatolici e siro-palestinesi stanziatisi a sud sui Monti Troodos proprio in quell’epoca, al fine di arginare le tensioni suscitate dal desiderio di controllo delle preziosissime miniere montane di rame. Dopo più di quattromila anni, si trovano nuovamente divisi. Avvicinandosi per loro la soglia dei quarantaquattro anni berlinesi, speriamo riescano anch’essi a far sì che la Green Line divenga memoria e supporto per soli messaggi di pace.

di Alessio Costarelli

5

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , ,

Posted in: Percorsi storici, Storia |

Un Commento a “Nicosia, ultima Berlino”

  1. […] Correte a leggere il post, e lasciateci la vostra opinione! Siete mai stati a […]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Follow

Get every new post on this blog delivered to your Inbox.

Join other followers:

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: