Arts and Culture Magazine

Natale con i tuoi…

18 febbraio 2012 by Lorenzo Berti
Una famiglia numerosa si riunisce per il Natale, ma proprio quando tutto sembra andare per il meglio, un clamoroso annuncio sconvolgerà la serena aria di festa. Una delle ultime commedie di Mario Monicelli, che mette a nudo, fra mille ipocrisie, la famiglia piccolo borghese italiana.

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È da poco passato il Natale ed io, come tanti altri, ho i miei film culto che proprio in questo periodo amo rivedere. Da pochi anni a questa a parte ho scoperto un “capolavoro nascosto”, Parenti serpenti (1992) del regista Mario Monicelli che, fin dalla prima volta, è per me divenuto un must della festività rossa.

La trama è semplice, quasi banale: quattro fratelli (due uomini e due donne) si recano con le rispettive famiglie nel loro paese d’origine, Sulmona, per trascorrere Natale e Capodanno tutti insieme a casa degli anziani genitori.

Per cominciare si può dividere il film in due nuclei. Il primo ci mostra la famiglia che si riunisce, cena alla vigilia di Natale e si scambia regali; insomma tutto è bello, i rapporti, a parte qualche eccezione, sono idilliaci e la famiglia ci appare quasi perfetta. A concludere il primo nucleo narrativo ed a condurci al secondo è un inaspettato annuncio dell’anziana madre: stanchi di vivere da soli, i due genitori hanno deciso di trasferirsi da uno dei figli: chi sarà il prescelto dovranno essere i figli stessi a scegliere. Da qui in poi la patina “candita” ed allegra del film si muta: la decisione infatti si rivela la più difficile da prendere, giacché nessuno dei quattro vuole rinunciare alla propria indipendenza; i fratelli iniziano così a rinfacciarsi situazioni passate ed a sparlarsi alle spalle, al punto da smascherare addirittura un tradimento, il tutto all’oscuro dei genitori. Dopo aver esasperato la situazione fino ai massimi livelli possibili riusciranno però a trovare una soluzione.

Ma sono le quattro famiglie di fratelli (in realtà tre, poiché uno è single) a rappresentare il vero punto di forza della commedia: si pongono infatti come quattro diverse realtà che in modo sottile, ma nemmeno troppo velato, criticano la società italiana ed in particolare la famiglia piccolo borghese. Vediamo innanzi tutto Alessandro (Eugenio Masciari), che si professa comunista ma ha sposato una donna (Cinzia Leone), fortemente attaccata alle apparenze ed ai beni materiali, che lo sfrutta e vive di fatto da mantenuta, ed ha una figlia il cui sogno è quello di diventare una ballerina in televisione. C’è poi la famiglia di Milena (Monica Scattini), sposata con Filippo (Renato Cecchetto), donna depressa ed insoddisfatta del proprio matrimonio, col pensiero costante al fatto di non poter avere figli; lei ed il marito rappresentano un po’ il simbolo dei qualunquisti vuoti e retorici: questo ben si esplica in un dialogo in cui la donna passa dal professare pena verso i bambini africani a disquisire sulla bontà del vino, dimostrando di aver una profonda sensibilità che è solo di facciata. Michele (Tommaso Bianco) è sposato con Lina (Marina Confalone) ed insieme costituiscono il nucleo famigliare più comune: lei è una bibliotecaria/casalinga il cui maggior cruccio è un marito poco presente e molto “marpione”, di professata fede democristiana e che non perde mai occasione di rinfacciare al cognato comunista tutte le malefatte del suo partito, affermando come, secondo lui, sia solo grazie alla DC che l’Italia va avanti. Infine vi è l’unico fratello single, Alfredo (Alessandro Haber), omosessuale che mai ha avuto il coraggio di dichiararsi tale davanti alla famiglia, ma che sarà infine costretto a farlo dalle circostanze; in questo contesto chiaroscuro, questo è l’unico personaggio che ispira un senso di positività, in quanto è quasi al di fuori delle dinamiche interne della famiglia, ed il suo amore filiale appare come il più puro. Parlando di personaggi non si possono tralasciare i genitori: l’anziana madre Trieste (Pia Velsi), casalinga, ed il padre Saverio (Paolo Panelli), carabiniere in pensione che inizia ad accusare i più classici inconvenienti della senilità; sono, questi, persone a loro modo straordinarie all’interno dell’ordinaria negatività della nuova generazione, che rappresentano senza dubbio il vecchio popolo italiano, semplice nel suo modo di vivere, diretto e schietto come, ad ogni scena, non dimostrano di essere i loro figli.

Di primaria importanza è la voce narrante, ossia quella di Mauro, figlio di Lina, che racconta nel tema le proprie “turbolente” vacanze invernali. Per quanto assai poco invadente, la voce del bambino, secondo un’espediente narrativo non infrequente nel cinema e non solo, ci offre la possibilità di osservare la vicenda da un punto di vista al contempo vicino ma esterno, quindi obbiettivo e senza filtro alcuno: in questo modo, anche la prima parte del film ci viene infine rivelata come fondata su apparenze, poiché in realtà il conflitto è intrinseco al rapporto tra i fratelli ed ha sempre aleggiato nell’aria, tenuto fino a quel momento nascosto dalla finta cortesia e dai “dogmi” del periodo natalizio, dalle differenti e personali ipocrisie che al contempo ne sono anche la causa prima ed ultima.

Dopo una lunghissima carriera ricca di film ritenuti, giustamente, tra i più grandi capolavori della cinematografia italiana (basti pensare a I Soliti Ignoti [1958], La Grande Guerra [1959], L’Armata Brancaleone [1966], Amici Miei [1975], Il Marchese del Grillo [1981]), con Parenti Serpenti il regista romano riesce, con un soggetto quasi banale e di facile immedesimazione, a centrare l’obbiettivo di una “commedia nera” che critica in modo ironico e con straordinario cinismo la società italiana dell’epoca, sottolineando anche la spiccata abilità dell’uomo di passare, quasi istintivamente, da pecora a lupo.

di Lorenzo Berti Arnoaldi Veli

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