Arts and Culture Magazine

Modelli e modelle: la forma della donna tra XIX, XX e XXI secolo.

8 marzo 2012 by Vittoria Barbiero
Quanto i modelli femminili ci hanno modellate? Un’analisi delle forme assunte dai corpi delle donne dalla fine del 1800 ai nostri giorni.

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Ormai la maggior parte dei media (e non solo) sembrano aver iniziato una crociata contro l’eccessiva magrezza delle modelle che vediamo sfilare ora sulle passerelle, auspicando un ritorno a fantomatici “vecchi tempi” durante i quali erano apprezzate le donne “vere”, belle e sane.

Ma è mai davvero esistita un’epoca simile? Un tempo in cui tutte le donne erano considerate belle perché semplicemente donne? La magrezza come ideale di perfezione per la donna è veramente un prodotto di questo XXI secolo, o qualche avvisaglia era già riscontrabile in passato? Queste domande mi sono posta in questo 8 Marzo, ed è a queste che vorrei cercare di dare una risposta.

Ci sono alcuni aspetti fondamentali che vanno tenuti in considerazione se vogliamo contestualizzare la nostra argomentazione. Il primo è che anche la moda, come ogni manifestazione artistica, sociale, politica, culturale umana è un prodotto della storia, e strettamente intrecciato con le altre emanazioni della comunità. Il chè significa che un trend non può prescindere dal contesto della propria epoca. Il secondo è che la moda segue una ciclicità ben precisa: il modello preso in considerazione si ripete all’incirca ogni venti anni (quantomeno dal XIX secolo in poi) in opposizione a quello che lo precede.

Verrebbe da pensare che, almeno fino agli anni della Grande Guerra, l’ideale di bellezza femminile fosse quello della donna procace e generosa, le cui curve e pallore indicavano benessere economico e possibilità di prendersi cura di sè, e dunque di apparire belle. Questo è vero solo in parte. Se è innegabile infatti che seno, natiche e fianchi venivano messi in evidenza con imbottiture, crinoline, paniers e chi più ne ha più ne metta, è anche però immediatamente visibile la ricerca del raggiungimento di un punto vita il più sottile possibile, perlomeno dal XVI secolo, durante il quale vediamo la nascita dei primi corsetti. La cosiddetta forma a clessidra è in realtà un caso abbastanza raro nella popolazione femminile, specialmente se portato agli estremi come per i modelli del tardo Ottocento. Abbiamo già dunque preso una forma difficilmente riscontrabile in natura (ammettiamolo: la maggior parte delle donne se ha le curve, le ha anche sul punto vita, viceversa, se ha il punto vita sottile, non ha curve; il vitino da vespa abbinato a forme voluttuose è destinato a ben poche) e ne abbiamo fatto un modello apparentemente emblematico di “femmina”; si è fatto credere alle donne che un aspetto fisico irreale fosse alla portata di tutte, di più: che fosse il modello ovvio per apparire al meglio. Non era forse Rossella O’ Hara che lamentava dopo il parto di non riuscire più ad entrare in nessuno dei suoi vestiti, a meno di stringere il corsetto fino ad arrivare a una misura della vita inferiore a 47cm? Vero è che il film non è esattamente ottocentesco, ma il fatto che in una pellicola degli anni ’30 si siano presi la briga di metterlo in risalto ce la dice lunga. E in ogni caso, basterebbe dare un’occhiata alle pubblicità di intimo dell’epoca, che proclamavano costruzioni addirittura scientifiche per assicurare il benessere della donna, dimenticando casualmente di accennare ai frequenti svenimenti, alla deformazione della cassa toracica e conseguenti problemi respiratori, allo spostamento e riposizionamento degli organi interni.

Se dal primo conflitto le donne hanno rivisto un barlume di comodità nei costumi con la caduta in disuso dei busti in favore di indumenti più morbidi atti a lavorare mentre i mariti erano al fronte, non significa che il fisico ideale fosse diventato più a portata di mano. E’ proprio negli anni ’20 che prende vita un modello che avrà addirittura un nome: la flapper (dall’omonimo film con Olive Thomas). Essere una flapper – attributo che andava ben più lontano della mera apparenza fisica e sul quale non mi dilungherò in questa sede – significava tra le altre cose essere priva di qualsivoglia abbondanza o procacità. Queste donne scanzonate, trasgressive, che amavano le sigarette, il jazz e Coco Chanel, avevano portato sotto i riflettori forme praticamente maschili (da cui l’appellativo francese, garçonnes), senza seno, senza fianchi, scattanti, nervose, futuriste. Non uso quest’ultimo termine a caso, in quanto a mio avviso le avanguardie in campo artistico hanno giocato un ruolo alquanto importante nel cambiamento. Anche questi comunque, a ben pensarci, sono attributi non frequentemente riscontrabili nei fisici di tutti i giorni, che tuttavia presero piede in molte parti del mondo, dai sopracitati Stati Uniti e Francia, alla Germania, fino addirittura a Cina, India e Giappone, dove presero l’appellativo di modern girls (opportunamente traslitterato nelle rispettive lingue). Nonostante la sua popolarità, questo modello non sopravvisse al crack di Wall Street del ’29; forse perché la loro vita fatta di piaceri sarebbe diventata ormai un lontano ricordo?

Gli anni che vanno dalla crisi del ’29 alla fine della Seconda Guerra Mondiale sono anni prevedibilmente contraddittori, e la bellezza femminile varia moltissimo da paese a paese. In generale, possiamo notare due tendenze praticamente opposte, che si possono riscontrare sia in Europa che negli Stati Uniti. Da una parte la donna procace, mediterranea, “femmina”, incarnata in America dalla sexy bombshell Jean Harlow (veniva considerata così all’epoca.. sul fatto che fosse effettivamente “abbondante e voluttuosa” a mio avviso si potrebbe aprire un dibattito), e in Europa dalle evidenti propagande naziste e fasciste che volevano la madre, non la donna, prosperosa e capiente. Dall’altra parte, una nuova accezione di garçonne, non più solamente vagamente mascolina, ma addirittura militare, come la fascinosa Marlene Dietrich, diva delle truppe dai tratti somatici aggressivi, che non a caso ebbe un enorme successo sia in Europa che oltreoceano.

Dalla fine della guerra si ritorna invece altrettanto prevedibilmente alla procacità e alla sensualità esplicite, evidente indizio di voglia di tornare al benessere e alla vivacità. Dalla fine degli anni ’40 e per tutti gli anni ’50 le icone saranno tutte morbide e goderecce; non a caso è in questi anni che prende il via la figura della pin-up, che come la flapper negli anni ’20 caratterizzerà il decennio. Prendiamo ad esempio Rita Hayworth, Anita Ekberg, Bettie Page, Marilyn Monroe: forse possiamo affermare che, nonostante la scomodità nei vestiti reintrodotta dalla guepière del New Look del caro Christian Dior alla fine degli anni ’40, fossero proprio questi gli anni in cui le donne finalmente potevano aspirare a forme plausibili e il cui raggiungimento non comportasse rischi di salute. Fisicamente parlando, probabilmente è stata questa la vera età d’oro per le donne in epoca moderna.

Dagli anni ’60 fino alla fine degli anni ’70 assistiamo a un radicale e prepotente cambiamento. Ancora una volta in contrapposizione al periodo precedente, le donne si erano stancate di dover essere costantemente all’altezza di un modello femminile da “gran signora” che ormai veniva sentito come obsoleto e costrittivo. La donna moderna ora è giovane, un’eterna adolescente, allegra, spensierata e che non vuole più curarsi di apparire perfetta in società, ma che vuole stare al passo con i tempi, con le nuove forme artistiche; una ragazza agile e filiforme, di nuovo come la flapper degli anni ’20. Basti pensare a Audrey Hepburn, Edie Sedgwick o Twiggy, scriccioli ossuti che con i loro occhi enormi e ciglia finte lunghe oltre l’immaginabile segnarono un’epoca. E le ragazze comuni? Ancora una volta sono le pubblicità e i prodotti di largo consumo che ci danno un’idea di quanto questa immagine fosse ormai di dominio pubblico e non solo relegata a quel mondo curioso e a sè stante che è Hollywood; Barbara Hulanicki, stilista creatrice della casa cosmetica e di abbigliamento Biba, che ebbe nella Londra degli ’60 e ’70 un successo sconvolgente, tanto rapido nell’ascesa quanto nella caduta, descriveva le sue ragazze, quelle che avevano il cosiddetto Biba look o Dudu look, come “rinfrescanti puledrine con le gambe lunghe, visi radiosi e rotondi occhi da bambole, ragazze del dopoguerra che sono state private di nutrimento proteico nell’infanzia e si sono trasformate, crescendo, in bellissime ragazze magre: il sogno di uno stilista”. Dopo un’affermazione del genere, sarebbe il caso di ridimensionare il ruolo di Kate Moss nel diffondersi dei disturbi del comportamento alimentare.

Gli anni ’80 (e buona parte degli anni ’90) vedono un rinnovato amore per le forme, a mio avviso anche per il nuovo disinibitissimo approccio visivo alla sessualità, che dopo essere stata tolta dallo status di tabù nella fine degli anni ’60 e poi per tutti gli anni ’70, è arrivata a questo punto all’estremo opposto, la commercializzazione. La sovraesposizione al sesso figlia dell’edonismo degli ’80 è a mio avviso comunque diversa dalla mercificazione che se ne fa ora, perché era ancora uno strascico e una sperimentazione ulteriore di quelli che erano stati i movimenti di liberazione sessuale dei decenni precedenti, e conservava dunque una spontaneità che oggi risulta quasi commovente; resta comunque il fatto che un tale boom di seni esuberanti e prosperi deretani – nuovamente abbinati ad un vitino sottile – doveva avere una qualche conseguenza. Se le icone cinematografiche, televisive e musicali assomigliavano a delle sanissime e statuarie Barbie California, è ovvio che le donne comuni dovevano adeguarsi, anche aiutate dalle sempre più affidabili tecniche della chirurgia plastica.

Dall’inizio degli anni ’90 si insinua nella moda un nuovo trend che in breve tempo è destinato ad offuscare le bellezze dell’epoca e che terrà banco fino al primo decennio del XXI secolo. Nel 1990 viene offerto a Kate Moss il primo incarico come modella: assistiamo ancora una volta al “lato magro” dell’altalena del fisico femminile nella storia; anche questa tendenza ha un nome, ma la differenza con gli anni ’20 e gli anni ’60/’70 è che non è un nome che inneggia alla vita frizzante e moderna; il cosiddetto heroin chic vuole infatti ragazze dalla magrezza malsana, emaciata, un po’ da artisti maledetti alla Kurt Cobain. Questo è stato il modello che ha ufficialmente portato di moda (prendiamo il termine con le pinze in questo caso) malattie come anoressia e bulimia; ma come abbiamo visto la magrezza era stata in voga anche in altri momenti storici, quindi ritengo che le cause scatenanti vadano cercate altrove – e non in questo articolo.

Il modello fisico femminile è dunque variato letteralmente dal giorno alla notte nel corso degli anni, e l’insorgere di problemi sia fisici che psicologici legati al voler raggiungerlo non è da imputare solamente a chi propone i modelli, ma anche alle donne che li accettano, senza ricordare che la moda passa, e anche piuttosto in fretta: questo significa (senza voler incorrere in ripetute quanto importanti considerazioni che riguardano l’accettazione di sè stessi, l’autostima, il pensare che anche le modelle hanno la cellulite, ecc.) che prima o poi nell’arco della vita di una donna ci sarà una qualche tendenza che la indicherà come tipo ideale.

E per questo periodo? É un po’ presto per dirlo, perché ci siamo in mezzo, ma sicuramente da un paio d’anni a questa parte – guardacaso alla fine di un decennio – noto un’accresciuto interesse, anche nell’alta moda, per le modelle definite oversize..

di La Ragazza con la Valigia

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Posted in: Percorsi |

6 Commenti a “Modelli e modelle: la forma della donna tra XIX, XX e XXI secolo.”

  1. hetschaap scrive:

    Ma che bell’articolo! Come sempre hai fatto un’analisi esaustiva ma mai noiosa. Sul discorso del modello della magrezza a tutti i costi e come non sia un’invenzione moderna mi viene da pensare anche alla Principessa Sissi e alla sua ossessione per un fisico filiforme. Studi abbastanza recenti la descrivono proprio come anoressica. E si parla della seconda metà dell’Ottocento…

    • Grazie mille!
      Hai ragione, in fondo Sissi e Rossella O’Hara erano più o meno contemporanee, con la differenza che la prima è effettivamente esistita, mentre la seconda no, il chè rende il tuo esempio anche migliore di quello trovato da me 😀
      Inoltre si potrebbe addirittura dire che Sissi avesse anticipato Kate Moss: era anche lei una rinomata consumatrice di cocaina xD

  2. Silvana scrive:

    Leggendo il pezzo mi è venuto in mente come esista, anche, una correlazione tra forme femminili idealizzate e lo stato dell’economia del momento storico.
    In periodo di crisi il modello femminile di riferimento è prosperoso ed abbondante mentre in periodi di benessere il corpo femminile smagrisce, si assottiglia quasi a scomparire.
    Comunque rimane sempre valido il motto della mitica Coco: la moda passa, lo stile resta.
    Bellissimo ed interessante pezzo.

    • Ci avevo proprio pensato!
      Ho anche tentato di esplicitarlo nella trattazione, ma arrivata agli anni ’40 mi arenavo tristemente a causa della loro ambiguità..
      si può dire che non sia proprio una costante, ma sicuramente è vero per molti periodi storici!
      Grazie mille!

  3. Alessio Costarelli scrive:

    Simili alternanze nell’intendere i canoni di bellezza femminile possono riscontrarsi anche nell’Arte, ove però il discorso è più complesso giacché: non si alterna regolarmente ma segue piuttosto, talvolta anche sovrapponendosi, le ideologie che guidano il succedersi degli stili; la tendenza alla procacità rimane sempre preferita per ovvi vantaggi di resa delle forme, anche se forse si potrebbe distinguere, forse in modo leggermente arbitrario, tra la pittura, altalenante ma più spesso pro oversizes, e la scultura, più tendente invece al filiforme che ben si presti a pose plastiche. In generale, potremmo dire che se nella moda queste preferenze variano circa ogni 20-30 anni, l’Arte si assesta su di un’alternanza più che altro secolare. ma questo meriterebbe uno studio a sé. In ogni caso, davvero tanti complimenti per l’articolo: mi avevi preannunciato una piatta cronologia ed invece mi sono imbattuto con piacere in una personale riflessione storica.

    • In fondo a ben pensarci è tutto strumentale: le oversizes nella pittura per esaltare le forme e le silfidi nella scultura per imitarne la plasticità; come le donne nella guerra: giunoniche per procreare e “sostituire” con nuovi individui quelli morti al fronte, forti come uomini per sostituirli nel lavoro.
      Anche la moda, a parte in questi ultimi secoli, ha avuto alternanza più che altro secolare (sempre che ora non arrivino orde di studenti di Culture e Tecniche del Costume e della Moda a smentirmi miseramente). E un po’ anche l’arte ha fatto come la moda nel XX secolo, no? 😀
      Grazie del complimento, mi rassicura, visto che temevo davvero di averlo fatto troppo didascalico :)

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