Arts and Culture Magazine

Metateatro o interteatro?

21 agosto 2012 by Redazione
Rompere la barriera scenica per ricordarsi di partecipare: il Teatro Sociale, una nuova occasione per confrontarsi, un nuovo modo di affrontare il disagio nel mondo.

Di tutte le linee di confine, fisiche o astratte che siano, ne esiste una sottilissima, ma particolarmente percepibile: quella che, a teatro, divide gli spettatori dagli attori. Sia che la rappresentazione si svolga su un palcoscenico, sia che avvenga in strada, con gli spettatori a distanza di metri o di pochi centimetri, il confine tra ciò che è interno e ciò che è esterno alla scena raramente si vede, ma si percepisce con chiarezza. Al di là di questa linea si apre un mondo dove tutto è lecito, dove il sangue è finto e dalla morte si risorge, e lo spettatore resta tranquillo, perché comunque è tutto finto, è tutto un gioco, e al termine dello spettacolo l’attore si rialza e si inchina.

Fin dall’antichità lo spazio del palcoscenico (quasi fosse circondato da un témenos, un recinto sacro che ne proteggesse almeno in parte l’inviolabilità) è stato utilizzato per concretizzare situazioni sociali, politiche, ma anche gli stati emozionali più diversi, dall’entusiasmo al disagio. Il pubblico infatti, sentendosi protetto da questa invisibile barriera, ne accetta la rappresentazione e la conseguente rielaborazione, in quanto il teatro era e rimane tuttora uno spazio sociale, dove la voce dell’autore può, se opportunamente ascoltata, dare luogo a pensieri, idee, talvolta scambi di opinioni, riflessioni critiche. Nella maggior parte dei casi questa linea di confine viene reputata inviolabile e infrangibile: i due mondi che separa non si uniscono se non una volta che lo spettacolo è finito, quando lo spazio scenico perde parte della sua magia, benché, camminandovi, chiunque avverta sempre la netta sensazione di fondo di trovarsi quasi in una “terra straniera”.

Esistono occasioni, tuttavia, in cui questa rassicurante barriera si spezza, lo spazio scenico si infrange, e il mondo degli attori si unisce a quello degli spettatori: è il caso del Teatro dell’Oppresso, una forma di teatro sociale che si pone come scopo quello di dare voce appunto alle oppressioni, alle emozioni sopite, ai disagi che non si possono raccontare. Il Teatro dell’Oppresso nacque in Brasile – inizialmente come Teatro Invisibile – ad opera di Augusto Boal (1931-2009) intorno agli anni Settanta del Novecento. Già il contesto in cui si sviluppò questa nuova forma di teatro è utile a comprenderne la natura: il mondo dell’America Latina era allora estremamente violento ed ostile ad ogni forma di partecipazione o di espressione del dissenso: un mondo retto da pochi oppressori e che contava migliaia di oppressi, i quali mai avrebbero denunciato la loro condizione, troppo frenati dalla paura. Boal, già regista di numerose opere teatrali che prendevano spunto dell’ideologia marxista, ebbe modo di elaborare una serie di riflessioni circa la relazione conflittuale che intercorre tra oppressi e oppressori in seguito a tre mesi trascorsi in carcere nel 1971 con l’accusa di aver praticato attività sovversive. In seguito alla detenzione, Boal fu esiliato in Argentina e anche in questo caso dovette scontrarsi con una realtà politica che mal sopportava qualunque manifestazione di dissenso, per cui anche il teatro, il suo teatro, doveva essere praticato in condizioni di semiclandestinità: nasceva così il Teatro Invisibile.

Esso consiste, brevemente, nel rappresentare una qualunque scena in un luogo che non sia un teatro, tra persone che non siano a conoscenza della finzione scenica, e che dunque non sappiano di essere spettatori, credendo quindi di essere semplicemente testimoni. Questa forma rivoluzionaria di rappresentazione (che in realtà prende spunto da un’antica forma di teatro popolare), permetteva di esternare disagi, esprimere opinioni, creare dibattiti e operare almeno in parte una denuncia sociale. L’inconsapevolezza da parte degli spettatori di essere tali consente loro infatti di  assumere un ruolo nella vicenda e di operare, in sé e negli altri, una sensibilizzazione verso il problema in questione. In questo caso, la linea di barriera esiste, ma viene celata al pubblico perché non ne venga inibito nel mettersi in gioco ed esprimere la propria opinione. In un mondo violento come quello dell’America Latina, questa forma di teatro consentiva di gettare almeno in parte le basi per una forma embrionale di denuncia sociale e di riflessione critica. Da questa prima forma di teatro sociale se ne svilupparono altre, sempre con l’intento fondamentale di dare voce a chi solitamente non viene ascoltato, di scuotere lo spirito critico del popolo affinché la paura di mettersi in gioco non lo tenga troppo sopito. Se in America Latina le tematiche maggiormente affrontate riguardavano la denuncia sociale comunitaria, in Europa (dove questa forma di teatro approdò nel 1976 seguendo lo stesso Boal, trasferitosi prima a Lisbona e poi a Parigi) l’attenzione si focalizzò soprattutto sulle violazioni delle libertà personali e dei diritti del singolo. Tra le varie forme di Teatro dell’Oppresso che si svilupparono a partire da questi primi “esperimenti”, la più diffusa è sicuramente il Teatro Forum.

 Il Teatro Forum nacque dalla collaborazione di Boal con Paulo Freire (pedagogista brasiliano) per un progetto di alfabetizzazione teatrale sviluppatosi nel 1973 in Perù, nella periferia di Lima, avente come scopo finale la conversione degli spettatori (che nella maggioranza dei casi non disponevano di una preparazione teatrale) in attori. In seguito a questa esperienza, fu quindi progettato per la prima volta lo strumento del Teatro Forum, ossia un tipo di teatro in cui è consentita la partecipazione del pubblico sì che esso venga coinvolto attivamente nello sviluppo della scena rappresentata. Durante un incontro di Teatro Forum viene scelto un tema cardine che riguardi un disagio sociale o una condizione di conflittualità, poi illustrati in alcune brevi scene; in esse gli attori seguono un canovaccio e sono indirizzati dal regista (o Jolly), che ha l’importante ruolo non solo di regista ma soprattutto di intermediario tra il pubblico e la scena, “raccogliendo” le emozioni e le opinioni emerse nel corso dell’incontro per poi analizzarle con gli spettatori. Una volta che sono state rappresentate le varie scene, il Jolly invita il pubblico a sceglierne una o due e gli attori riprendono a recitare partendo dall’inizio, con la differenza però che ora chiunque può fermare la rappresentazione e decidere di intervenire, sia sostituendo un personaggio, sia creando un personaggio aggiunto, sia esponendo i punti o i comportamenti che, a suo avviso, si potrebbero cambiare. Una volta avvenuto lo scambio, il nuovo attore (chiamato in questi casi spett-attore) ha la possibilità di rappresentare (mostrando agli altri) la propria opinione circa la tematica affrontata e di proporre una possibile evoluzione del rapporto conflittuale tra oppressi e oppressori. Ciò che è importante non è tanto raggiungere una soluzione, non richiesta, quanto piuttosto osservare le opinioni che emergono e favorire una partecipazione critica del pubblico. L’incontro si chiude con l’analisi di quanto è risultato dai diversi interventi, chiedendo al pubblico ed agli attori opinioni e sensazioni sull’evoluzione impressa alle scene analizzate. Questa nuova tecnica si presta dunque a notevoli possibilità di “estrapolazione”, in quanto tenta di offrire al pubblico il desiderio di partecipare e mettere realmente in pratica l’azione teatrale.

Il Teatro Forum ha il più delle volte un preciso intento pedagogico, in quanto l’esteriorizzazione di un determinato problema porta il pubblico ad una ulteriore consapevolizzazione, motivo per cui è impiegato sempre più spesso anche nelle scuole a fini educativi. Il più delle volte viene preceduto da esercizi di riscaldamento che hanno lo scopo di favorire un clima positivo tra attori e pubblico e viene spesso seguito da un dibattito in cui si analizzano i risultati ottenuti dallo scambio sulla scena di attori e spettatori.

Esistono anche altre differenti forme di Teatro Sociale e, se il Teatro Forum privilegia il dibattito, altre, come il Teatro Immagine, privilegiano l’impatto visivo-rappresentativo; altre ancora, come il Playback Theatre, mirano a coinvolgere maggiormente l’universo emotivo-personale degli spettatori, sempre perseguendo lo scopo fondamentale di apertura e partecipazione del pubblico riguardo a tematiche politiche o sociali, cercando nel contempo di coinvolgerne anche la sfera del privato. Dagli anni Settanta ad oggi il TDO (Teatro dell’Oppresso) ha conosciuto un notevole sviluppo e attualmente sono diverse le associazioni che lo praticano stabilmente in tutto il mondo.

La domanda che a questo punto può sorgere spontanea è: una simile “apertura” della linea di confine tra palcoscenico e platea, questa unione e mescolanza tra spettatori e attori, questa partecipazione emotiva e fisica del pubblico, a cosa portano? Quanta reale utilità ne consegue a livello sociale? Sicuramente questa forma di teatro ha notevolmente aiutato e continua ad aiutare nello sbloccare situazioni di disagio, o quantomeno a preparare il terreno per affrontare determinati cambiamenti, anche se probabilmente, a determinati livelli, deve essere coadiuvato anche da altri tipi di supporto (che possono essere psicologico, politico, giuridico, ecc. a seconda della situazione). L’efficacia di questo metodo poi può essere maggiore o minore a seconda del contesto in cui esso viene presentato: sicuramente l’impatto sul pubblico cambia se rivolto ad un pubblico di esperti in tematiche riguardanti il disagio sociale – e in tal caso l’effetto sarà stimolante per un dibattito, ma non opererebbe cambiamenti sostanziali negli oppressi veri e propri, in quanto non presenti – o ad un pubblico misto – per cui in questo caso il Teatro Forum potrà operare una sensibilizzazione maggiore o minore a seconda di quanto il pubblico sia ricettivo – oppure a seconda che l’incontro sia rivolto agli “oppressi” veri e propri.  Probabilmente quest’ultima ipotesi risulta di gran lunga la più efficace se quello che si cerca è un effetto diretto, sempre tenendo in considerazione che non vengono proposte soluzioni (o almeno, questo non è l’obbiettivo di partenza), ma un approccio critico a un problema, nel tentativo di stimolare riflessioni e, se possibile, un cambiamento.

Indipendentemente dalla reale efficacia del Teatro dell’Oppresso (per il quale Boal è stato candidato nel 2008 al Premio Nobel per la Pace), resta fondamentale il concetto di fondo che unisce queste differenti forme di teatro, al di là della motivazione sociale di base: esse rappresentano, infatti, una concretizzazione del diritto di parola, di democrazia e partecipazione. Rompendo la barriera scenica e permettendo allo spettatore di intervenire concretamente nello sviluppo della scena, non solo si rende possibile la concretizzazione di disagi o di emozioni, ma lo si rende pienamente consapevole dei propri diritti, primo tra tutti (oltre a quello di parola) quello di partecipazione. Infatti, anche se il teatro resta comunque un ambiente protetto e la messa in scena è comunque simulazione, avere la possibilità di varcare quell’invisibile confine e di agire e parlare secondo la propria opinione, è uno stimolo a rompere altre barriere più o meno visibili, più o meno condizionanti della realtà, della nostra vita, della nostra emotività: un incentivo, quindi, a comprendere che la possibilità di agire, parlare, cambiare, non è un’utopia, ma un diritto fondamentale.

di Alice Massimo

N.d.A. Qualora il lettore sia interessato a qualche maggiore delucidazione in merito, si indica il testo di Augusto Boal “Il teatro degli oppressi. Teoria e tecnica del teatro”, Ed. La Meridiana, 2011 (ed. originale 1977)

4

Tags: , , , , , , , , , , , ,

Posted in: Cinema e Teatro, Mash ups e progetti teatrali |

Un Commento a “Metateatro o interteatro?”

  1. […] Leggi tutto l’articolo su Clamm! […]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Follow

Get every new post on this blog delivered to your Inbox.

Join other followers:

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: