Arts and Culture Magazine

Le storie sui muri: il Graffiti Writing

22 febbraio 2012 by Vittoria Barbiero
Quello che i muri possono dirci: un viaggio attraverso le strade delle città per comprendere un fenomeno culturale e artistico che va ben oltre la territorialità, e che è espressione della nostra cultura.

______________________________

13 Luglio 1977. Un enorme blackout spegne completamente la città di New York, fatta eccezione per il sud del Queens e una piccola zona di Long Island. E mentre quello che sarebbe normale durante un blackout è rimanere a casa, armarsi di candele e raccontarsi storie di paura, a New York fu il caos totale: la gente si riversò nelle strade, si armò di spranghe e pistole e creò una storia di paura. Intere zone della città vennero saccheggiate, in particolar modo, logicamente, i quartieri più disagiati.

Ma facciamo un passo indietro, e cerchiamo di capire perché un episodio che a rigor di logica dovrebbe comportare solamente qualche disagio in più si è invece trasformato in una sorta di rivolta urbana.

Bisogna anzitutto osservare in quale situazione economica e storica versavano gli Stati Uniti in quel periodo: la guerra del Vietnam era terminata nel 1975 con la caduta di Saigon (come ben sappiamo, questo conflitto inflisse un duro colpo all’economia e alla crescita demografica statunitense, e la mattanza coinvolse duramente anche le comunità nere e ispaniche, dalle quali venivano estratte molte delle leve da mandare alle truppe in Vietnam). Il Black Panther Party, le Pantere Nere, un’organizzazione di stampo comunista-maoista fondata ad Oakland, California, e poi diffusasi nel resto degli States, che lottava inizialmente per la difesa dagli abusi della polizia nei quartieri afroamericani e che si impegnava in questioni sociali quali l’aiuto per i bambini disagiati – famoso fu il loro Free Breakfast for Children Program – presto iniziò il suo declino, in parte anche a causa delle violenze perpetrate ingiustificatamente da parte di alcune unità del gruppo, che portarono a dei dissensi interni al partito riguardo la linea d’azione da seguire per la lotta; secondo alcuni critici, l’eredità lasciata da questo movimento fu principalmente la cosiddetta gang mentality, ossia la propensione in alcune comunità alla formazione di bande e, conseguentemente, all’incremento della micro – e a volte nemmeno tanto micro – criminalità1.

Inoltre, è utile soffermarsi sugli avvenimenti relativi specificatamente alla città di New York: sempre nell’estate del 1977 la città era stata scossa da un’ondata di omicidi del serial killer David Berkowitz, conosciuto come Son of Sam, probabilmente affiliato a una setta satanica che avrebbe anche concorso nei delitti; ciò aveva generato ovviamente nei newyorkesi uno stato di paura, insicurezza e diffidenza nei confronti delle forze dell’ordine, che venivano percepite non come nemico, ma come aiuto inesistente. Inoltre, all’inizio degli anni ’70 la città fu teatro di un’imponente ridistribuzione urbana con la creazione dei projects, quartieri popolari amministrati dallo stato, che avrebbero dovuto fornire case vivibili e a basso costo, ma che divennero veri e propri quartieri-dormitorio senza alcuna proposta di svago o servizi, di fatto dei ghetti; questa ridistribuzione fece sì che, praticamente dal giorno alla notte, intere comunità caucasiche si trovassero a convivenza forzata con comunità afroamericane e ispaniche; un esempio della difficoltà di relazione tra i due poli fu la riapertura, dopo la pausa estiva (1971), del liceo Stevenson (situato nel project Bronx River Houses, all’interno di Soundview, uno dei quartieri del Bronx), in cui le gang di bianchi già esistenti si coagularono in una sola, dei Minister, per fare fronte comune contro quella afroamericana, i Black Spades, generando un clima di violenza tale da soprannominare il project “Lil’ Vietnam”, Piccolo Vietnam2.

Il Bronx River Houses Project in una panoramica.

Aggiungiamo a questo mix letale una delle estati più calde che New York ricordi, e avremo il brodo di coltura per lo scoppio di una rivolta urbana come quella del luglio ’77 – che portò alla luce una condizione sociale che decisamente non poteva più essere ignorata – e per l’esplosione di un movimento: l’Hip Hop. Questo fenomeno (che è a tutti gli effetti un movimento culturale, e non solamente un genere musicale) fu totalmente spontaneo, nato principalmente come forma di insofferenza degli abitanti dei quartieri disagiati nei confronti delle gang e del loro regime di terrore, e nell’ottica di trovare uno svago per uscire dal grigiore opprimente delle periferie newyorkesi.

Non mi soffermerò su cosa sia l’hip hop (prima di tutto perché richiederebbe un’analisi molto approfondita in molti campi che esulano da quello artistico, che è quello del quale andrò a parlare in seguito, e in secondo luogo perché è un argomento molto complesso che occuperebbe uno spazio molto più esteso di quello di un semplice articolo), ci basterà sapere che è diviso in quattro arti o discipline: Breaking (ossia la danza, la breakdance), MCing (ciò che fa l’MC, Master of Ceremony, il “maestro di cerimonia”; conduce le danze durante le feste animando le basi musicali con parole in rima), DJing (evidentemente, il fornire basi musicali sempre più complesse e articolate come colonna sonora per le feste, grazie alla figura del DJ o deejay, Disc Jockey) e infine quello di cui parlerò in questa sede, il Writing (ossia il graffitismo).

Quello che mi propongo in questo articolo è dimostrare che il graffitismo è qualcosa di ben lontano da un atto vandalico3, come è stato presentato nel corso degli anni, ma è invece un’espressione sociale e comunitaria ben radicata già prima della nascita dell’hip hop, ed elevata da esso a vera e propria forma d’arte, con canoni estetici e regole ben precise e codificate.

I graffiti, dicevamo, sono un’espressione. Un modo per dire qualcosa che sia visibile a tutti e che duri nel tempo. Ne sono un esempio i graffiti di Pompei, che recano slogan politici (alcuni anche molto divertenti), frammenti di poesie, citazioni, dichiarazioni d’amore: visibili a tutti, ci offrono l’opportunità di toccare con mano qualcosa che gli storici dell’epoca hanno tralasciato – o per scarsa importanza, o perché scritte non favorevoli alla propaganda –  e ci danno così un ulteriore strumento per capire qualcosa in più di una popolazione di un’epoca passata (scopriamo proprio da questi, ad esempio, che, al contrario di quello che le fonti ci hanno lasciato intendere, Nerone e Poppea godevano di un notevole affetto da parte della popolazione romana, sia come coppia che politicamente parlando4). I graffiti possono dunque essere visti in questo senso come documenti storiografici alternativi alle fonti ufficiali. Potrebbero anche i nostri moderni graffiti essere considerati allo stesso modo?

Per poter rispondere a questa domanda bisogna prendere familiarità con alcuni concetti che sono tipici del writing e dell’hip hop. Il primo è la crew, la cui etimologia aiuta già a comprendere il significato del termine: crew significa “equipaggio”, “squadra”, ed è dunque un termine dall’accezione prettamente positiva, perché indica la collaborazione dei membri al fine di ottenere qualcosa di produttivo. Opposte dunque alle gang, le crew erano gruppi di ragazzi che, stanchi di doversi guardare le spalle nei propri quartieri e di dover rischiare di pagare dazio solo per uscire di casa, iniziarono a rivendicare le proprie zone, e lo fecero in modo pacifico, sfidandosi in gare di ballo e basket. Chi vinceva la partita, possedeva il campo. Com’era possibile capire però anche nei giorni successivi alla sfida a chi apparteneva la zona? Semplicemente, marchiandola, con il nome della crew o di uno dei suoi membri. E questo ci introduce al secondo concetto chiave del writing, la (o il) tag. Partiamo anche qui dall’etimologia: tag significa “etichetta”, “contrassegno”; il termine è nato probabilmente da alcune etichette prestampate con la scritta “Hello, my name is” (“Ciao, il mio nome è”) e uno spazio bianco che poteva essere riempito con il nome del writer; un tag non è quindi il vero nome dell’artista, ma il nome d’arte, il suo contrassegno, il nome con il quale è conosciuto nel gruppo.

Un muro pieno di tag.

Segnare un territorio non è però l’unico scopo della tag. Se pensiamo anzi che la maggior parte dei graffiti si trovava e si trova tuttora sui treni, questo perde di significato, visto che, essendo in movimento, è difficile considerare un treno come territorio. Lo scopo in questo caso è dunque far conoscere il proprio nome, far vedere anche al di fuori dei confini del ghetto che c’è qualcuno che si impegna a creare una forma d’espressione artistica, giocosa e colorata, e che non disponendo della possibilità di esporre il proprio lavoro nelle gallerie d’arte, lo espone su tele in movimento nelle gallerie della metropolitana. E soprattutto, lo fa con consapevolezza e voglia di riscatto5. La dimostrazione che questa tecnica ha funzionato è la crescente attenzione verso il fenomeno, la creazione di spazi appositi nelle gallerie d’arte per la loro esposizione, e il fatto che molti di quei ragazzi che hanno iniziato come graffitisti hanno poi trovato il modo di lavorare nel campo del graphic design e della comunicazione.

Di lì a pochi anni (parliamo di poco più di un decennio) il fenomeno del graffitismo si estese dagli Stati Uniti al resto del mondo, a cominciare dal nord Europa: in Inghilterra venne aiutato nello sviluppo dalla nascita – all’incirca contemporanea a quella dell’Hip Hop – del movimento Punk, così come in Olanda; per quanto riguarda la Germania, i ragazzi di Berlino Ovest poterono disporre della tela murale più imponente che la storia ricordi (mentre dall’altra parte, nella DDR, la vendita di bombolette spray era vietata); dall’Europa il graffitismo si diffuse anche in Asia e Sudamerica, forse in un momento più tardo.

Il cambiamento del “luogo di produzione” e l’evolversi dei tentativi di stupire l’audience hanno portato allo sviluppo di diverse tecniche pittoriche, ben codificate e riconoscibili. Le più semplici, da realizzare e da interpretare, sono dette blockletter, opere caratterizzate da lettere maiuscole e facilmente leggibili, e bubble style, formate da lettere paffute. Lo stile che ha probabilmente reso famosi i graffiti come forma d’arte vera e propria (e quello che ha portato molti writer a sentirsi porre la domanda “Ma sono linee a caso o c’è scritto qualcosa?”) è l’intricatissimo wildstyle, formato da caratteri contorti e attorcigliati, ma che – per rispondere alla domanda posta prima tra parentesi – riproducono quasi sempre la firma del writer. Ad accompagnare le scritte spesso si trovano dei personaggi, detti puppet, facenti parte della cultura popolare o inventati e divenuti caratteristici del singolo writer.

Un graffito in stile blockletter di Great e Bates.

Bubble style.

Un intricatissimo wild style di Siner.

A prescindere dal luogo e dal writer, un graffito viene studiato e progettato prima di essere proposto su muro o treno: il bozzetto preparatorio viene detto sketch, e viene disegnato sull’album personale del graffitista, il cosiddetto blackbook. Una volta studiato il bozzetto, il graffito, o in gergo pezzo (da piece, abbreviazione di masterpiece), viene riproposto in larga scala sul luogo prescelto, mediante bombolette spray, aerografi, rulli, pennelli e markers (pennarelli, in genere a punta molto grossa).

Discorso a parte merita lo stencil graffiti, già sviluppatosi in Europa grazie al movimento punk prima dell’arrivo dei writer newyorkesi. Questa tecnica consente la produzione seriale di uno stesso graffito (che spesso diventa una vera e propria icona) in un breve lasso di tempo. Fenomeno di questo tipo di writing è l’inglese Banksy, ora anche regista esordiente con Exit Through the Gift Shop, che ha esportato i suoi stencil in tutto il mondo, spesso appendendoli personalmente e abusivamente nei più importanti musei, come la Tate Gallery di Londra e il Louvre; il suo inizio è emblematico: fu abbandonato dalla sua crew per la sua lentezza nel comporre dei pezzi e, inseguito dalle guardie ferroviarie, dovette passare sei ore nascosto sotto un treno; da quel momento, decise di dedicarsi agli stencil, proprio in virtù della loro rapidità6. A questo proposito, alla domanda postagli in seguito: “Credi che fare stencil graffiti sia un po’ come barare?” rispose: “Stencils are good for two reasons; one – they’re quick; two – they annoy idiots” (“Gli stencil sono buoni per due ragioni: uno – sono veloci; due – danno fastidio agli idioti”)7.

Banksy - Bambina con palloncino.

Scorcio di uno stencil di Banksy sulla barriera di separazione israeliana in Cisgiordania.

Al giorno d’oggi si parla di un movimento post-graffiti8, caratterizzato da un’ulteriore evoluzione tecnica, che commuta sui supporti che abbiamo analizzato tecniche e tematiche pittoriche affermate da tempo, in particolar modo il surrealismo, l’iperrealismo, la pop art, l’arte informale e la pittura ad olio fiamminga. Tra i più brillanti esempi al riguardo possiamo ricordare il madrilegno Dr. Hofman, nella cui opera sono evidenti i richiami alla pop art, nell’utilizzo di immagini iconiche riproposte in modo da demitizzarle, come l’immagine di Che Guevara truccato alla stregua di Gene Simmons, bassista e fondatore dei Kiss; oppure il tedesco Tasso, che ha iniziato la sua carriera nella Germania dell’Est senza bombolette e che a partire dagli anni ’90 è diventato uno dei maggiori writer fotorealisti; ancora, l’inglese MAC1 e la sudafricana Faith47, altri esempi di artisti ispirati da fotorealismo e iperrealismo; il newyorkese Tony Sub Curanaj, fra l’altro studioso di belle arti, appassionato di pittura realista e pittura fiamminga; il tedesco Seak, che dipinge particolari figure paragonabili a curiose navicelle spaziali ammantate di un’aura surrealista. Non manca lo spazio per le donne: le ragazze della crew di Tolosa Le Club 70, Fafi e Miss Van, sono diventate famose per le loro poupées (“bambole”), tanto da firmare una collaborazione con la casa cosmetica M·A·C per una collezione limitata chiamata Fafi For Mac.

Graffito iperrealista di Tasso.

Navicella spaziale dai connotati surrealisti di Seak.

Le poupées di Miss Van.

I muri raccontano delle storie. Osservando i muri della propria città, e imparando a leggerli, si può sapere esattamente chi è passato di lì, in quale momento, e che rapporti ha con i membri del suo gruppo e con il resto della città. Leggendo i disegni si può capire chi li ha generati, che cosa pensava del mondo e anche che cosa il mondo pensava della comunità che lo ha spinto a scrivere. Dicevamo che i graffiti antichi sono documenti storiografici alternativi alle fonti ufficiali. Alla luce di quanto abbiamo scritto in queste ultime righe, possiamo affermare che anche i graffiti moderni sono una testimonianza di una determinata comunità e di una determinata corrente di pensiero, e che proprio per questo non solo non hanno nulla a che vedere con degli atti di vandalismo, ma addirittura vanno oltre la mera classificazione di arte, perché diventano parte della storia di una società.

di La Ragazza con la Valigia

1 Dalla lettera al New York Times “Black Panther legacy includes crime and terror” di Hugh Pearson, nella quale fa riferimento al suo libro The Shadow of the Panther.
2 Dal capitolo “Territorialità” di Hip hop – Parole di una cultura di strada, Nicolò de Rienzo, Baldini Castoldi Dalai, 2008.
3 Per quanto riguarda la profusione di scritte nei centri storici delle città italiane, ricordiamo che nessun writer che si rispetti rovinerebbe mai monumenti e palazzi d’epoca. I veri writer scrivono su treni, cavalcavia, sottopassaggi, gallerie di metropolitane, saracinesche, o eventualmente palazzi di periferie malandate, non certo su capolavori d’architettura. Chiunque lo faccia, oltre che essere esecrabile dal punto di vista morale, è generalmente mal visto dalla comunità di writer. La scena italiana a questo proposito è diversa da quella del resto del mondo. Purtroppo Roma è una delle città più “bombardate” (e con questo termine si intende dire “riempita di tag” – le firme), cosa che non porta grande onore ai graffitisti nostrani, alcuni dei quali purtroppo sembrano aver perso di vista il significato originario del fenomeno, che non è certo deturpare. Ricordiamo inoltre che scritte quali “Giulia io e te 3msc” e “Lazio merda” non sono in alcun modo assimilabili al writing.
4 Tesi proposta da alcuni studiosi e docenti, in particolare dalla prof.ssa Francesca Cenerini, docente di Storia Sociale del Mondo Antico e Storia delle Donne nel Mondo Classico dell’Università di Bologna.
5 Dal capitolo “I graffiti: viaggio al centro della terra” di Hip hop – Parole di una cultura di strada, Nicolò de Rienzo, Baldini Castoldi Dalai, 2008.
6 Dalla pagina relativa a Banksy di Graffiti World, Nicholas Ganz, L’Ippocampo Urban Way, 2006.
7 Dichiarazione dello stesso Banksy che si può ritrovare nella sezione FAQs del suo sito www.banksy.co.uk.
8 Da Graffiti World, Nicholas Ganz, L’Ippocampo Urban Way, 2006.

4

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Posted in: Arte, Correnti Artistiche |

5 Commenti a “Le storie sui muri: il Graffiti Writing”

  1. Alessio Costarelli scrive:

    Dei tanti pregi che questo articolo posside, il migliore è forse la sua capacità di sottolineare come qualunque forma d’arte sia storicamente inscindibile dal suo contesto socio-culturale, inquanto espressione visiva dello stesso. Questo è un principio fondamentale nello studio artistico-letterario, che purtroppo oggigiorno nelle scuole si va perdendo. La tua è una critica sociologica molto accurata di un fenomeno globale e, forse, discutibile, ma che ha il grande pregio di offrire a tutti la libertà di espressione fantastica che forse più di altre meriterebbe oggi una maggiore attenzione da parte della critica. Ottimo articolo!

    p.s. Non so se ricordi quando a Parigi due anni fa ci imbattemmo, su di un muro credo del quartiere Latino (ma non ci giurerei), in un graffito rappresentante i Beatles truccati come i Kiss: chissà se il Dr. Hofman in persona aveva fatto la sua diagnosi e proprio lì scritto la ricetta?

  2. Innanzitutto grazie mille per i complimenti! Era proprio questo il taglio che volevo dare all’articolo: non un’apologia sfrenata del fenomeno (per quanto io possa essere una fan di questa forma d’arte) ma un’analisi della sua natura di fenomeno, per l’appunto.
    Penso che sarebbe interessante anche magari andare a ricercare il punto di partenza artistico di questa corrente; mi spiego meglio: se ogni corrente nasce in parte anche in contrapposizione a quella precedente, a quale si è opposta questa?

    P.S. Ricordo, e in fondo perché no? Spesso questi writer viaggiano per le varie parti d’Europa!

  3. Massimo scrive:

    Articolo bellissimo! Per altro a Bologna credo ci siano dei murales di Blu, e al mamBO c’è una piccola sezione sul movimento dei graffiti di New York. Ci si può lavorare parecchio

  4. Infatti! Ce n’è se non sbaglio più di uno, in via Stalingrado e forse uno in via Azzogardino.. e questi sono solo quelli che mi ricordo di aver visto, ma so che ce ne sono altri in giro!
    Al Mambo non sono andata a vedere, ma se mi dici così, bisogna che corra! 😀

  5. […] invade la città, cortocircuiti da trasformare Bologna nella New York del grande blackout del 1977 (cliccare qui per sapere che diamine sto dicendo), esplosioni di lavatrici da far impallidire gli esperimenti […]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Follow

Get every new post on this blog delivered to your Inbox.

Join other followers:

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: