Arts and Culture Magazine

Le riserve di Nettuno

2 novembre 2015 by Alessio Costarelli
È notizia delle ultime settimane la volontà di restaurare nuovamente, dopo 26 anni, la celebre fontana del Nettuno a Bologna: un’operazione resasi necessaria dall’incuria delle amministrazioni comunali. Una breve riflessione su questo nuovo neo per il patrimonio artistico italiano.

Nel 1989 gli avevano dato una bella lavata: certo, detto di una fontana con limpide acque che zampillano come una doccia può far sorridere, ma in effetti lo avevano proprio tirato a lucido. Il nostro dio marino riluceva come fosse nuovo, appena rinettato, e con lui il suo intero consesso acquatico. Dopo un primo impegnativo intervento nel 1762 ad opera di Rinaldo Gandolfi (con la collaborazione di Ercole Lelli, l’autore dei celebri spellati del Teatro Anatomico) preceduto e seguito da cicliche raschiature delle ossidazioni, più approfondite analisi compiute tra il 1897 ed il 1919, l’ultimo vero sistematico intervento di restauro e pulitura del colosso risaliva al 1934-36 ad opera dei restauratori romani Ambrogio e Pietro De Stefanis: dopo di che, lo spostamento al riparo negli anni della guerra, la sostanziale indifferenza degli anni Sessanta e Settanta ed infine il piano del 1984 ideato dall’Istituto Centrale per il Restauro, ritardato fino alla fine del decennio per questioni economiche. Però alla fine la fontana progettata nel 1563 da Tommaso Laureti e fortemente voluta da quell’ultimo, grande mecenate umanista che fu l’allora Vicelegato Apostolico Pier Donato Cesi era tornata a splendere. Tuttavia, come nelle migliori favole ogni incanto ha la sua condizione: quella del gruppo di restauratori capeggiati da Giovanni Morigi ed Ottorino Nonfarmale e dei chimici diagnosti non è stata però rispettata, anzi, nel corso degli anni è stata palesemente ignorata e così oggi il nostro gigante è di nuovo un po’ zozzone, per usare un eufemismo.

Era accaduto infatti che, dopo mesi di impalcature e cesellanti ripuliture, analisi e studi e persino convegni, oltre a passerelle di curiosi bolognesi ansiosi per una volta di poter guardare dritto negli occhi quel loro nume tutelare, il Nettuno fosse stato scoperto e restituito al suo ambiente urbano, nella generale soddisfazione di cittadini ed assessori della sempre rimpianta amministrazione Imbeni. Al Comune, gli addetti ai lavori di restauro garantirono la perfetta riuscita dell’intervento e la sua durevolezza per molti decenni a venire, purché chi di divere si premurasse periodicamente di far applicare le giuste sostanze protettive e di operare le necessarie manutenzioni degli impianti idrici: minimo costo per il massimo risultato. Ed invece?

Ed invece le varie giunte comunali succedutesi in questi ultimi vent’anni, nella migliore delle ipotesi troppo afflitte dall’ansia dei tagli alla spesa per far quadrare i bilanci, hanno deliberatamente ignorato le raccomandazioni, facendo torto a quanti lavorarono alla pulitura della fontana ed ai Bolognesi che hanno diritto all’integrità estetica e materica di un simbolo; alla memoria storica di quel grande fiammingo appositamente chiamato da Firenze che lo realizzò e di quell’intelligente prelato romano che lo volle; soprattutto, però, facendo torto al patrimonio culturale italiano nel venir meno all’Art. 9, c.2 della Costituzione: «La Repubblica […] tutela il paesaggio ed il patrimonio storico e artistico della Nazione». Ora, fatto il danno, come al solito si corre ai ripari, con ben maggiori spese…

Non è qui opportuno dar fiato al solito ritornello dello spreco di denaro pubblico, anche perché nelle casse del Comune ve n’è ben poco da destinare ai beni artistici (nonostante i 700.000 € che si vorrebbero stanziare in questo senso, meglio che niente…), tant’è che per la somma non coperta dagli oramai provvidenziali finanziamenti delle fondazioni bancarie o private d’altra natura, un bel festone bianco appeso ai piedi della Madonna di Piazza esorta entusiasticamente al senso civico per collette a scala urbana. Non che questo sia un male: anzi, non si sa mai che l’aver una percezione più diretta dello spendere per mantenere i tesori della propria città non aiuti i Bolognesi di oggi, sempre meno amanti delle loro vie e delle loro pietre – pronti a rispondere alla chiamata se si tratta di correre tutti insieme una mezza maratona per temi che la metà dei partecipanti nemmeno ricorda, ma timidi nel dare l’esempio per il mantenimento dell’igiene e del decoro pubblico – a meglio preservare ed apprezzare la bellezze che li circondano. Perché troppo spesso si accusa il Comune di non pulire, prima di ricordarsi di essere stati noi a sporcare! Questo però è un diverso problema.

Il Nettuno con la cancellata intorno.

Ora c’è solo da promuovere questa grande colletta e sperare che questa volta la lezione sia stata appresa. Perché è pur vero che in questo caso sul piano tecnico si potrebbe dover procedere (forse) più ad una pulitura che ad un sistematico ed approfondito restauro, ma è bene ricordare che ogni intervento, per quanto delicato e non invasivo, rappresenta comunque un piccolo trauma per l’opera. Se il cosiddetto Codice dei Beni Culturali oggi vigente ben distingue gli interventi straordinari da quelli ordinari di manutenzione, non si capisce perché il Nettuno debba essere “lavato” quasi più spesso dei caspi d’insalata che in anni oramai lontani si sciacquavano nella sua vasca; contro i quali peraltro si eresse una orribile cancellata ancora vivida nei ricordi di molti e che oggi qualcuno sta seriamente (e follemente) proponendo di ricollocare: nelle settimane dei molteplici “muri” eretti lungo i confini nazionali, evidentemente questa è diventata una triste soluzione di moda…

E non è solo questione dell’insensatezza delle troppe sedute di estetica per il povero dio. Se nei prossimi anni le future giunte ed assessori competenti in fatto di Beni Artistici faranno i compiti a casa, nuove collette civiche potrebbero essere più sensatamente destinate alla manutenzione di altre, splendide opere d’arte della nostra città troppo spesso dimenticate ed abbandonate alla consunzione del tempo ed all’offesa dei piccioni. Non parlo qui del Gregorio XIII di Palazzo d’Accursio che, anch’esso di recente restauro, dal suo nicchione cinquecentesco osserva seduto lo spettacolo di piazza Maggiore, l’oggi splendida facciata di San Petronio, ed il suo illustre propinquo pagano venir di nuovo lustrato, chiedendosi quando toccherà finalmente anche a lui, anziano e con qualche acciacco, di esser visitato e curato, frattanto raccomandandosi alla Vergine sua vicina, l’unica cui possa fondatamente affidare la propria integrità. Penso soprattutto alla Madonna sulla colonna di piazza San Domenico, i cui lineamenti sono quasi scomparsi anche alla vista di un buon teleobbiettivo sotto ampie colate nere; all’Immacolata di piazza Malpighi, che tra un po’ non saprà più che farsene delle corone recategli ogni anno dai nostri pompieri; a quei poveri quattro patroni sotto il Voltone, che non si capisce cosa attendano la Soprintendenza ed il Comune a sottrarli agli implacabili ani dei bigi vandali pennuti riparandoli in un museo e sostituendoli con copie; e così via dicendo anche per le croste nere sul San Petronio sotto alle Due Torri, per l’Immacolata dell’antico Spedale di San Biagio in via Santo Stefano, “velata” oramai da troppo tempo, e soprattutto per la chiesa di Santa Maria Maggiore, incredibilmente ancora inaccessibile dal 2012 per i danni causati dal terremoto! Tutti interventi che se potranno essere aggiunti ai saltuari ma preziosissimi rifacimenti finalmente ora in corso in città – e non solo quelli viari, ma anche della Palazzina dei Giardini Margherita, o delle molte cappelle in restauro dentro diverse chiese (ad esempio Santa Maria Maddalena, la Madonna di Galliera, ecc.) – renderanno Bologna più bella e degna dei molti turisti da ogni dove che nel bene o nel male cominciano a frequentarla da qualche anno a questa parte.

Per ora cominciamo con l’aiutare tutti insieme il Nettuno, sicché volga il suo sguardo giustamente severo solo verso coloro che, per sfuggirlo, si sono riparati in Liber Paradisus, mentre su noi cittadini che lo ammiriamo levi unicamente una paterna mano di perdono e comprensione. L’art. 1, c.2 del Codice dei Beni Culturali (d.lgs. 42/2004, integrato coi dd.lgs. 156-157/2006 e 62-63/2008) recita: «la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale concorrono a preservare la memoria della comunità nazionale e del suo territorio». Speriamo di non dimenticarcelo troppo presto.

di Alessio Costarelli

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Posted in: Arte, Critica d'Arte |

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