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Lady GaGa: Fenomenologia di un mito pop – parte II

1 luglio 2012 by Redazione

Figures

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«La figura rappresenta una deviazione in rapporto all’uso comune, la quale deviazione è tuttavia nell’uso comune: ecco il paradosso della retorica»1. Ci troviamo, inevitabilmente, a banchettare al tavolo di questa Retorica: tipizzazioni corporee, artifici visuali, condensazioni simboliche e velleità ermeneutiche ci conducono nel regno del linguaggio; un regno del segno, un regno nel segno. Nel gioco di specchi tra il mondo artistico di Lady Gaga e la sua decodifica, ci troviamo a riflettere in un’orgia sfrenata di impulsi dissonanti: un quid visivo preciso che perennemente scivola in una sfumatura mentale tanto liquida da renderne quasi impossibile il contenimento. Nell’immediatezza di questa precisa confusione, abbiamo necessità di stabilire un confine, un punto d’appoggio, un metodologico appiglio da cui cominciare la nostra speleologia semiologica: siamo nella dimensione dell’apparire e qui vogliamo soffermarci, almeno per il momento. Lady Gaga si candida ad essere un idolo2, nel senso etimologico del termine: emblema coagulativo, totem sintetico, feticcio paradigmatico; che cosa voglia (anche se sarebbe meglio dire: che cosa crediamo voglia) incarnare è ancora troppo presto per dirlo, allo stato attuale dell’analisi accontentiamoci di misurare le condizioni di questa candidabilità artistica. Indubbiamente tale cantante ci si offre come un’anomalia, una stortura dello status quo che, al contempo, viene ricompresa completamente nella sua fruizione pubblica: una ‹‹deviazione in rapporto all’uso comune›› che viene amata ‹‹nell’uso comune››. È proprio questa usabilità della figura pubblica di Lady Gaga che ci legittima a trattarla come una sorta di tessitura simbolica da districare: proprio in questo suo porsi retoricamente trova ardito slancio il nostro analizzarla come costruzione retorica. Nel paradosso di questa identità specchiata troviamo il gusto del difforme, del dissenso, di quella disarmonia endogena che si fa cifra fondamentale del personaggio.

Roland Barthes comincia i suoi “Miti d’oggi” con un interessante saggio circa “Il mondo del catch”, ovvero un’analisi della dimensione di quello sport-spettacolo meglio conosciuto come wrestling; all’interno di queste pagine troviamo scritto: “La prima chiave del combattimento è […] il corpo del lottatore […] il fisico del lottatore costituisce dunque un segno basilare, che contiene in genere tutto il combattimento”3. Nella nostra analisi dell’apparire di Lady Gaga, è proprio dal corpo che dobbiamo cominciare: in esso è inscritta già tutta la poetica del personaggio, è il viatico della sua arte, la chiave d’accesso carnale a quel mondo onirico e ribollente vissuto e inscenato dall’artista. La fisicità di Lady Gaga, in un primo momento, ci riporta incredibilmente sul piano della realtà: Stefani Joanne Angelina Germanotta4 presenta un corpo assolutamente comune, certamente allenato, ma non dotato di una bellezza sconvolgente e apparentemente imperitura. Lo stesso vale per il viso: un volto in cui è piacevole riscontrare qualche difetto, in netta opposizione con la perfezione seriale che domina in questa società dell’immagine. Dunque, il foglio bianco sopra cui si andrà a pitturare l’artista che ci proponiamo di analizzare, è di un formato e di una consistenza alla portata di tutti; Lady Gaga, sotto questo profilo, si immerge nella folla, è nella massa, vive di una non eccezionalità corporea che la rende intima a ciascuno. Impossibile non radicare in questo dato, ingenuo e rilevante, il prodromo della sua popolarità: al di là di ogni costruzione estetica e fuori da ogni sovrastruttura pirotecnica, il personaggio Lady Gaga incentiva il processo inconscio dell’immedesimazione proprio per questa sua “normalità” di fondo, per questo suo essere quell’uno tra i tanti che è riuscito ad emergere, conservando, però, una certa dose di imperfezione; un’imperfezione familiare, che ognuno può riconoscere come propria. Tuttavia, questa prima analisi, non può che rimanere per certi versi astratta, in quanto la fisicità di Lady Gaga non ci si presenta mai pura in se stessa.

All’occhio attento, non sarà sfuggito che la supposta normalità fisica viene, già a questo primo livello di immagine, progressivamente “sporcata” attraverso l’utilizzo del tatuaggio; sulla sola parte sinistra del corpo5, infatti, la cantante ha tatuato: il simbolo della pace; la scritta “Little Monsters”6; un gruppo di tre margherite; la scritta “Tokyo love” accompagnata da un cuore7; la scritta “dad” inscritta anch’essa in un cuore8; un gruppo di rose; un unicorno avvolto in un fascio di pergamena sui cui è scritto “Born this way”9; e, infine, l’ormai celebre citazione tratta da “Lettere a un giovane poeta” di Rainer Maria Rilke10. Così facendo, Lady Gaga comincia a discostarsi dall’essere una semplice cantante, dando il via a una progressiva fusione con Stefani Germanotta: il corpo di Stefani è il primo vagito di Lady Gaga, la prima testimonianza di quella volontà di potenza che trasfigura il mondo. L’alchemica fusione tra Stefani e Gaga confonde realtà e finzione e ci permette di penetrare in quella terra di mezzo in cui l’immagine artistica della cantante vive e si nutre: perennemente al confine essa vive tra favola e realtà, sazia la sua carne con l’illusione dell’immaginazione, compartecipa della tangibilità di ciò che è e, contemporaneamente, del mistero di ciò che potrebbe essere. Lady Gaga è una creatura del limite. Dunque viene a cadere, già a questo primo elementare livello della nostra trattazione, l’annoso dubbio del “ci è o ci fa?”, l’irrimediabile questione di quanta persona ci sia nel personaggio, in che rapporto stia Stefani Germanotta con Lady Gaga: è arbitrariamente inopportuno questo tipo di domanda, proprio perché l’orizzonte di senso in cui cominciamo a muoverci non è più quello della realtà tout court, bensì quello della fiction, quel mondo di rimandi inestricabili e polimorfi che è il teatro, che vive nella scena, che si esteriorizza nella maschera; volto e maschera nascondono gli stessi occhi.  “Il pubblico si disinteressa altamente di sapere se l’incontro è o non è truccato, e ha ragione; si abbandona alla prima virtù dello spettacolo, che è quella di abolire ogni movente e conseguenza: non gli importa ciò che vede ma ciò che crede”11; dunque è un problema di poco conto se la personalità artistica di Lady Gaga sia genuina oppure sia un artefatto costruito in laboratorio, ciò che realmente conta è lo spettacolo e la sua propria catarsi, ciò che si dimostra veramente fondamentale è la finzione, con tutto il suo patrimonio di emotività e la sua eredità di aspirazioni.

A questo punto della nostra analisi ci troviamo già prepotentemente proiettati verso un livello successivo di trattazione: banale sarebbe ricamare solamente sulle semplici caratteristiche fisiche di un personaggio multimediale, in quanto ciò che rende quasi unica Lady Gaga è l’impulso artistico con il quale ella intenziona se stessa. In un moto progressivo che ci conduce dall’interno verso l’esterno, risulta ora necessario focalizzarsi sul come questa artista riveste il proprio corpo, sul rapporto che intrattiene con il mondo della moda. Anche in questo caso, che sia veramente lei a scegliere e commissionare i propri capi di abbigliamento, o che questi vengano minuziosamente studiati dal suo entourage, poco ci importa: noi ci muoviamo sul piano di ciò che Lady Gaga rappresenta e può rappresentare, non ci interessa la sterilità della biografia. Dunque ci troviamo di fronte a un’artista che ha fuso musica e moda in maniera indissolubile: dissacrante, anticonvenzionale, irrituale e prepotentemente sfacciato, il modo di vestire di Lady Gaga è parte integrante della propria cifra stilistica.

Il punk-trash dei primi periodi, delle esibizioni della cantante nei club newyorkesi, si è andato progressivamente arricchendosi di orpelli, di acconciature e di influenze stilistiche sempre più ricercate, sino ad esplodere nel glamour della haute couture, derivante dalla collaborazione con Nicola Formichetti12. Innamorata di Donatella Versace, amata da Jean-Paul Gaultier, divenuta musa di Alexander McQueen, Lady Gaga ha saputo instaurare un feeling proficuo con il mondo della moda, un rapporto di vicendevole contaminazione che ha condotto a un’ibridazione di musica e arte degna della mitologica chimera. Attenzione, però, a considerare il modo di vestire di Lady Gaga come rivoluzionario; al contrario, non c’è nulla di più reazionario al mondo: tutto (o quasi) ciò che indossa è già stato indossato precedentemente da qualcun altro, ogni abito è un tributo, ogni accessorio una citazione13; questa è proprio la potenza artistica di tale personaggio, che in sé celebra e fonde il passato per donare nuova verginità a un presente monotono e privo di originalità. Ma qui debbiamo arrestare le nostre parole: della cifra stilistica della citazione si tratterà nel prossimo articolo, questo ne era solamente un necessario preludio.

Lady Gaga, dunque, erompe nella monotonia dello spettacolo spezzando la ritualità immaginativa codificata fino ad ora: prepotente, schiaffeggia la convenzione, abusa dell’alto e sconfina nel basso, massifica la controcultura fino a farne una moda. “Si capisce che nel catch il pudore sarebbe fuori posto, in contrasto con l’ostentazione programmatica dello spettacolo, con quella Esposizione […] che è la finalità stessa del combattimento”14: l’assenza di pudore con la quale questa artista si presenta sulla scena, la volgarità con la quale mantiene il personaggio anche in ambiti più colloquiali rispetto al palcoscenico, sono legittimate dall’atto dell’esporsi, del donarsi al cannibalismo mediatico della fruizione. Lady Gaga è l’artista più pervasiva di questo nostro secolo, nessuno prima di lei e quanto lei è stato in grado di sfruttare tutti i canali della comunicazione: ha battuto i convenzionali sentieri del circuito musicale, e l’opulente e decadente appariscenza ha attratto su di lei le telecamere; ma la vera intelligenza mediatico-artistica della cantante è stata quella di prendersi il mondo della rete e di farne il proprio regno. Figlia di internet, ha inaugurato un nuovo modo di intendere il rapporto con i suoi fans, ha costruito una supposta famigliarità, una posticcia intimità attraverso l’uso dei social network: si è fatta più prossima a chiunque, ha prostituito l’aurea dell’artista intoccabile e inarrivabile a favore di quella confidenzialità binaria che solo un algoritmo può donare. Ed ecco il corpo dissolversi nel nulla della rappresentazione, ecco che l’ipertrofia della presenza si rivela annuncio di perenne assenza: Lady Gaga è ovunque la si voglia cercare eppure perennemente sfuggente, continuamente aliena a chiunque. Così vicina da poterne odorare il genio, ma talmente lontana da sembrare inesistente, di lei possiamo toccare solamente l’immateriale: ciò che ci trafigge, quello che possiamo palpare con lussuriosa disinibizione è solamente la Volontà di Lady Gaga; la sua potenza e la sua arte sono nel volere.

di Mattia Macchiavelli

NOTE

1 G. Genette, Figure. Retorica e strutturalismo, Torino, Einaudi, 1969

2 ‹‹Dal greco eìdolon ovvero “immagine” (voce simile a eîdos, che significa “aspetto, figura” ma con accezione di vaghezza; in quanto nell’idolo vediamo in qualche modo la cosa di cui è l’immagine): immagine scolpita che rappresenta una persona o una forma della natura personificata e riguardata come divinità; o, ancora, persona o cosa che si abbia in soverchia venerazione o a cui si porti smodato affetto›› Testo leggermente modificato, tratto da: Manilo Cortellazzo, Michele A. Cortellazzo, Paolo Zolli – L’etimologico minore. Dizionario etimologico della lingua italiana, Zanichelli, 2004.

3 Roland Barthes, Il mondo del catch, in Miti d’oggi, I CLASSICI DEL PENSIERO, Fabbri Editore, Milano, 2004.

4 Vero nome della cantante. In questi articoli si tratterà sempre e solo di Lady Gaga, intesa come personalità artistica e come “prodotto” del mondo dell’Arte. Se il “personaggio” sia o meno in linea con la persona che lo ha costruito non è interesse dell’autore. In questo caso viene utilizzato il nome reale della cantante in quanto si fa riferimento a una caratteristica fisica propria della persona reale e non della personalità artistica.

5 Sembra abbia deciso di farsi tatuare una sola parte del corpo per via di una promessa fatta al padre, il quale preferirebbe che almeno una parte della figlia rimanesse immacolata.

6 È il nome con cui ha battezzato i suoi fans. Può sicuramente essere tacciata di becero populismo, tuttavia, simbolicamente, anche questo gesto assume una rilevanza fondamentale: incide nella pelle un contatto con il suo pubblico, firma col sangue un contratto di riconoscenza verso i suoi numerosi “figli”.

7 In omaggio al fotografo giapponese Araki.

8 Un tributo al padre, con il quale è anche in società.

9 Omaggio al suo omonimo album.

10 La scritta è in tedesco, tradotta in italiano recita: “Chiedi a te stesso, nell’ora più scura della notte, se preferiresti morire piuttosto che rinunciare a scrivere. Sonda il tuo cuore, dove le risposte affondano le radici nel tuo essere, e domandati solennemente: Devo scrivere?”.

11 Roland Barthes, Il mondo del catch, in Miti d’oggi, I CLASSICI DEL PENSIERO, Fabbri Editore, Milano, 2004.

12 Di origini italo-giapponesi, Formichetti è uno delle giovani personalità della moda contemporanea più influenti a livello globale. È direttore creativo della francese casa di moda MUGLER, direttore moda di Vogue Hommes Japan e dell’azienda di abbigliamento Uniqlo, oltre che redattore di numerose riviste di moda. Di Lady Gaga è divenuto lo stylist ufficiale, ed è stato direttore artistico di molti suoi video, oltre che del Monster Ball Tour.

13 Si vedano, per esempio, alcuni abiti di scena di Grace Jones, il maquillage e le acconciature di Dale Bozzio o gli eccentrici cappelli di Isabella Blow.

14 Roland Barthes, Il mondo del catch, in Miti d’oggi, I CLASSICI DEL PENSIERO, Fabbri Editore, Milano, 2004.

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Posted in: Monografie Artisti, Musica |

3 Commenti a “Lady GaGa: Fenomenologia di un mito pop – parte II”

  1. margherita scrive:

    Lady Gaga è il sogno di ogni semiologo.

  2. Mattia scrive:

    Vero! Io però sono un profano…

  3. […] Leggi l’articolo su Clamm Magazine! […]

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