Arts and Culture Magazine

Lady GaGa: Fenomenologia di un mito pop – Parte I

9 gennaio 2012 by Redazione

La Quinta Inattuale

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‹‹Qui ogni riga gridava la rinuncia, la negazione, la rassegnazione;
qui io guardavo come in uno specchio il mondo, la vita e la mia propria anima, grandiosi di orrore;
qui, simile al sole, il grande occhio dell’arte mi fissava, staccato da tutto;
qui io vedevo malattia e guarigione, esilio e rifugio, inferno e cielo››1.

In quattro righe troviamo tutto lo strumentario di cui necessitiamo per intraprendere questo pretenzioso cammino: un periglioso pellegrinaggio nei chimerici sobborghi del possibile, passi arroganti che pretendono d’esser decisi, qualche ardita piroetta sugli ermeneutici sentieri. Dunque partiamo da Nietzsche: abbiamo l’attiva rassegnazione di fronte alla passività del mondo, un mondo a cui si è logorata la lingua nel continuo sforzo di pronunciare, inesausto, le medesime parole; abbiamo la rinuncia ad ogni monolitico presupposto ideologico, a quelle teorie irrigidite nella catechesi di sterili epigoni; abbiamo la negazione del dato, del porto e dello sporto, l’abolizione spavalda di quanto si da nella propria immediatezza d’uso. Ci troviamo d’innanzi al più autoritario dei Tribunali della Ragione: non vi sono arguti avvocati o mirabolanti arringhe che possano persuadere questo dittatoriale giudice, nessuna clemente giuria, lasciatasi impietosire dall’umanità di un imputato d’eccellenza, potrà attenuare l’incontrovertibile giudizio; è una condanna senza appello, una sentenza di morte. Dio è morto e con lui tutto quello che è accaduto da Socrate in poi: ogni metafisica è caduta, tutte le religioni sono state esautorate, non un valore morale si è salvato; nella mattanza violenta e brutale non ha trovato riparo la scienza, nessuna grazia è stata concessa alla politica, neppure la filosofia ha avuto scampo. Siamo di fronte a un vuoto pregno di conseguenze: in esso consustanziamo il nostro esistere, ne siamo compartecipi in un’intimità sconvolgente, viviamo nell’orrore in questo vuoto, di questo vuoto. Ma, in tale sprofondare, troviamo l’angoscioso gioco della possibilità che ad altro non porta se non alla meraviglia della libertà: siamo messi nella condizione di poter sfuggire all’inabissamento reinventandoci nell’atto stesso di una libera scelta; non c’è alternativa all’orrore dell’annientamento ma è nell’annientamento stesso che si apre lo spiraglio del nuovo, il colore del possibile, il sentore di una nuova verginità. Ecco che la distruzione di ogni esistito è allo stesso tempo sintomo incurabile e farmaco necessario, il vuoto si fa unitamente territorio estraniante e grembo materno, lo sprofondare ha l’odore dello zolfo ma il sapore dell’ambrosia. In questo nuovo mondo, che altro non è se non la negazione del nuovo, sì avrà necessità di un uomo diverso: solo chi avrà la forza di guardare nell’abisso spalancato potrà farsi carico della Morte di Dio, superare la triste condizione della propria umanità, e abitare questa nuova dimensione della vita. Tale Oltre-uomo (che non fa altro che superare se stesso per ritornare in se stesso) saprà farsi carico della libertà profilatasi dalla filiazione tra quel Giano Bifronte della possibilità e quell’inquietante destinazione nichilista: non avrà altari a cui genuflettersi o corone da riverire, egli sarà dominatore assoluto di se stesso e in se stesso, orientando, così, il proprio governo al godimento terreno, alle gioie autentiche del corpo e della vita.

Ora, nella citazione iniziale, sostituiamo, nel libero ed irriverente gioco dell’arbitrio, la parola immagine2 alla parola riga e rileggiamola. Non si pensi che sia del tutto fuori luogo come operazione: noi siamo gli abitanti della dimensione dell’immagine, in essa siamo cresciuti e con essa è stato allattato il nostro modo di percepire il reale; dunque troviamo una prima e banale forma di legittimazione, in questo nostro sostituire, nel fatto che con immagini, ci piaccia o meno, dobbiamo avere a che fare. Piegando Nietzsche ai nostri voleri, apriamo alla dimensione visuale: una manifestazione visiva che si fa luminoso fendente nella fitta coltre dell’acquiescenza, un autoporsi come diagnosi del vecchio e, contestualmente, come paradigma del nuovo. Nietzsche ci parla di noi, è come se la lungimiranza d’un folle che abbraccia i cavalli avesse travalicato i limiti del cronologico per strabordare in un presente intimo, prossimo, un presente che per noi è realtà. Tanto sterile è certa filosofia cattedratica, quanto fertile quella dei pensatori borderline3. Siamo, quindi, alla ricerca di un’immagine che sia allo stesso tempo sussunzione critica di ciò che è stato e apertura propositiva a ciò che verrà; vogliamo un dirompente immaginativo che ci costringa a ritrovare quel grande occhio dell’arte che mai si stanca di fissare. Quale immagine potrà farsi carico di un simile compito? Chi, o cosa, potrà fare di sé il veicolo di uno snodo tanto cruciale? La risposta, data la natura di questi articoli, è semplice: Lady Gaga.

Prima di addentrarci nell’ardito compito di definire filosoficamente Lady Gaga, occorre risolvere preliminarmente alcune questioni di notevole importanza (almeno ai fini di un’adeguata comprensione di quanto segue).

Perché andare alla ricerca di un potenziale Oltre-uomo nel mondo del Pop? Innanzitutto perché l’orizzonte in cui è più proficuo muoversi è quello della così detta popular culture: anello di congiunzione tra l’alto e il basso, essa si configura come quell’orizzonte culturale che più partecipa alla dimensione della condivisione e che più si presta al carattere dell’immediatezza. Questa caratterizzazione mediana della cultura di massa la rende passibile di indefinite contaminazioni, in essa si liberano infatti dinamismi eterogenei e sono possibili inedite alchimie umane. L’ampiezza di pubblico, ad essa connaturata, la rende inoltre egemone nel generale panorama culturale, e i supporti mediatici che essa implica la mettono nella privilegiata condizione di darsi quasi senza filtri, secondo i potenti crismi dell’immagine4. Risulta evidente (e, anche in questo, non si tradisce l’impulso nietzschiano) il perché, in un simile contesto, si assuma come territorio privilegiato la Pop Music: le regole che ne governano il mainstream e le modalità del proporsi artistico rendono tale genere l’incarnazione più importante della cultura di massa.

Chiarito questo aspetto ci si potrà ora chiedere: perché Lady Gaga? Perché questa ragazza sulle scene da così poco tempo e non altri artisti, forse più legittimamente candidabili a ricoprire il ruolo di Oltre-uomo? Risulta evidente che una simile risposta verrà esaustivamente articolata nel seguito dei prossimi articoli; ora come ora, per non lasciare troppo aperta una questione così fondamentale, dobbiamo accontentarci di un paragone con quella che, comunemente, viene ritenuta l’indiscussa regina del Pop: Madonna5. Miss Ciccone, dall’esordio nel 1982 fino ai giorni nostri, si è posta come una macchina-da-guerra-pop inarrestabile: 11 album registrati in studio, 4 raccolte, 3 album dal vivo, 3 colonne sonore e 2 extended play; secondo il Guinness dei primati e il Billboard Magazine, inoltre, questa cantante ha venduto, nei soli Stati Uniti, 64 milioni di album e 200 milioni di singoli; nel mondo, invece, si contano 400 milioni di album venduti6. A legittimare la sua corona, oltre ai dati statistici, concorrono i riconoscimenti istituzionali ottenuti nei vari settori in cui Madonna si è spesa (musica, danza, cinema, produzione e moda) e la vasta influenza che ha avuto sulle tendenze e sul gusto dell’opinione pubblica. Madonna, nel suo darsi come artista, ha fatto di se stessa un paradigma: tra i primi a legare indissolubilmente arte e marketing ha fatto del proprio nome un marchio pubblicitario, delle proprie iniziative musicali una garanzia di successo, del proprio corpo un feticcio della trasgressione. Questa cantante ha posto la propria personalità artistica come simbolo di decostruzione perenne e di perenne resurrezione, incarnando, così, l’immagine secolarizzata di un messia musicale avido di proselitismo transgenerazionale. Mantenendo sempre forte la dimensione musicale e, al contempo, travalicandola, Madonna ha fatto del suo essere un centro nevralgico di impulsi dissonanti e polisensi, trasformandosi, in questa reificazione multimediale, in una vera e propria fenice pop.

Per Lady Gaga, ridimensionando il tutto secondo il canone del tempo, potremmo fare lo stesso identico discorso (e non è un caso, infatti, che Madonna sia una delle sue muse ispiratrici). Tuttavia, la differenza tra le due risiede proprio nella compenetrazione estetica tra produttore di arte e prodotto artistico: Madonna è un’artista che produce arte, Lady Gaga è un’artista che fa di se stessa la propria opera d’arte. Lady Gaga porta a compimento ciò che Madonna ha inaugurato: è l’immagine dell’artista contemporaneo fuso con la sua stessa opera d’arte. Contemporaneamente Lady Gaga è il simbolo dell’artista che straripa dai confini della sua arte per raccogliere in sé la frammentazione di un mondo estetico, un mondo che non è più solo una dimensione di nobile intelletto, ma che si prostituisce, concedendosi, in egual misura, tanto alla sublimità culturale quanto all’economica imprenditoria. Questa esteticizzazione del mercato, che rende artistico l’imprenditore e imprenditoriale l’artista, trova in Lady Gaga la sua più alta realizzazione, il suo frutto ultimo e più pieno. La cifra stilistica della trasformazione è propria di Madonna: le fasi della sua carriera si susseguono con un fare quasi epico e sono intimamente connesse a un suo mutamento corporeo (alle volte anche vocale). Lady Gaga fa propria anche questa istanza ma la declina nella frenesia della nostra attualità: se Madonna cambia look ogni anno, Lady Gaga lo fa ogni settimana7.

Eccoci, dunque, entrati nel vivo della dimensione che ci accingiamo a trattare, ed ecco che a questo punto dobbiamo arrestarci. Risulta evidente che questo articolo si presta ad essere giusto un’introduzione per quelli che verranno, altro non è che una dichiarazione d’intenti, un manifesto programmatico. Da questa premessa si dipanerà quella che tenta di essere una rassegna critica rivolta non tanto a quello che Lady Gaga è, e forse ancor meno a quello che Lady Gaga fa: l’attenzione sarà interamente rivolta a quello che Lady Gaga rappresenta o, ancor meglio, potrebbe rappresentare8. La tesi di fondo ormai è limpida: Lady Gaga altro non è che la trasposizione carnale dell’Oltre-uomo nietzschiano. L’ambito privilegiato in cui si esplica la tanto fraintesa volontà di potenza è proprio l’arte e Gaga, nella sua strafottente autoaffermazione artistica, ci sembra la degna erede di Wagner.

di Mattia Macchiavelli

NOTE

a. cfr. Fenomenologia: Da intendersi come Scienza di ciò che appare, è qui concepita come una rassegna significativa dei fenomeni artistici in cui è possibile, secondo l’autore, condensare la produzione di Lady Gaga.
b. cfr. Mito: ‹‹Il punto di partenza di questa riflessione era il più delle volte un senso di insofferenza davanti alla “naturalità” di cui incessantemente la stampa, l’arte, il senso comune, rivestono una realtà che per essere quella in cui viviamo non è meno perfettamente storica […] volevo ritrovare nell’esposizione decorativa dell’ “ovvio” l’abuso ideologico che, a mio avviso, vi si nasconde. La nozione di mito mi è parsa sin dall’inizio render ragione di queste false evidenze […] il mito è un linguaggio […] e quanto ho cercato in tutto questo sono delle significazioni. Saranno le mie significazioni? […] Voglio dire che non posso consentire alla tradizionale opinione che postula un divorzio di natura tra l’oggettività dello scienziato e la soggettività dello scrittore, come se uno fosse dotato di una “libertà” e l’altro di una “vocazione”, ambedue atte a schivare o a sublimare i limiti reali della loro situazione: pretendo di vivere pienamente la contraddizione del mio tempo, che di un sarcasmo può fare la condizione della verità››. Roland Barthes, Premessa, in Miti d’oggi, I CLASSICI DEL PENSIERO, Fabbri Editore, Milano, 2004.

1 Friedrich Wilhelm Nietzsche a proposito de Il mondo come volontà e rappresentazione di A. Schopenhauer, frammento del 1867, in La comunicazione filosofica, Domenico Massaro, Paravia, Torino, 2002.
2 Si usa la parola immagine nel senso di figurazione emblematica: un paradigma che si struttura su di un supporto visivo.
3 F.Nietzsche fu certamente innovativo e, per certi versi, clamoroso nell’originalità del suo pensiero; oggi, tuttavia, è diventato uno di quegli autori alla moda, banalizzato dal revisionismo ideologico, o, al limite, prostituito nelle bocche di adolescenti che fanno della ribellione uno status e che credono di aver in mano la chiave per il ribaltamento del mondo.
4 Non si vuole essere apologeti della cultura di massa: l’accento, in questo passaggio, non può che essere su quegli aspetti più interessanti per la tesi di fondo dell’articolo, ma non si intende fornire alcun giudizio di valore in proposito. Per uno studio più approfondito delle società di massa si rimanda alle opere degli esponenti della Scuola di Francoforte e alle iniziative culturali di Raymond Williams e Richard Hoggart.
5 Si ringrazia Irene Pasini per aver suggerito la necessaria rilevanza del paragone tra le due cantanti.
6 Dati ricavati dalla pagina Madonna (cantante) di Wikipedia.
7 Suggestione mutuata da Lady Gaga, Maureen Callahan, Mondadori, Milano, 2010
8 Il semiologo, ci ripeteva, è colui che quando va in giro per la strada, la dove gli altri vedono fatti ed eventi, scorge, fiuta, significazione. L’essersi appuntato sull’idea che c’è sempre, intorno a noi, della significazione, più che sul compito dizionariale di tradurre ad uso dei turisti sociologici i significanti multipli in significati univoci e stabiliti una volta per tutte, questa è stata l’eredità di Barthes.›› Umberto Eco, frammento di un intervento al convegno di Reggio Emilia su Roland Barthes del 13-14 aprile 1984, raccolto nel volume Mitologie di Roland Barthes, a cura di Paolo Fabbri e Isabella Pezzini, Pratiche editrice, Parma, 1986.

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4 Commenti a “Lady GaGa: Fenomenologia di un mito pop – Parte I”

  1. Non vedo l’ora di sapere come continua la “saga”! 😀

  2. Silvana scrive:

    Non avrei mai immaginato che da una cantante come Lady Gaga si potesse far scaturire un signor post, oserei dire un piccolo saggio.
    Veramente complimenti.

  3. Bibi scrive:

    Io non ho intenzione di addentrarmi in discussioni filosofiche su Lady Gaga però una domanda mi lascia senza sonno e mi sfinisce da tempo: ma qual’è il rapporto perverso tra Lady Gaga e le vasche da bagno? Quale riferimento del subconscio la costringe in quasi ogni video a fuoriuscire da vasche da bagno o doccie? Una citazione riguardante la sua rinascita dal brodo promordiale? Problemi di igiene personale? O partners particolarmente zozzi?
    Ecco…più che l’anamnesi musicale è questo quello che più mi intriga del personaggio.
    a.y.s. Bibi

  4. Mattia scrive:

    Scusate per l’abominevole ritardo con cui rispondo ma è stato un periodaccio!
    Ringrazio tutti per i complimenti e spero di non deludervi nei prossimi articoli.
    Per quanto riguarda la fuoriuscita gagaiana dalla vasca da bagno, debbo ammettere che pure io mi sono spesso interrogato su questo! E una qualche strampalata risposta credo di essermela data… La scriverò in seguito!
    Mattia

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