Arts and Culture Magazine

La Strage degli Innocenti

7 agosto 2012 by Redazione
Diamo uno sguardo ad un quadro meraviglioso, elegante e potente, dal perfetto equilibrio drammatico, perla della Pinacoteca Nazionale di Bologna: la Strage degli Innocenti di Guido Reni

Guido Reni era originario della città di Bologna, in cui nacque nel 1575. Stando a quanto ci narra Carlo Cesare Malvasia nel suo Felsina Pittrice (1678), dopo essersi formato nella bottega bolognese del pittore fiammingo Denijs Calvaert, in cui rimase per dieci anni, nel 1594 Reni entrò a far parte dell’Accademia Degli Incamminati, fondata dai tre Carracci nel 1580. La corrente secentesca animante tale bottega era – come è noto – il Classicismo, il quale andava sviluppandosi parallelamente al Barocco (di cui talvolta accoglieva alcune influenze) e si poneva come obiettivo quello di privilegiare un linguaggio semplice ed immediato, posato e lontano dai leziosi eccessi manieristi, capace di raggiungere qualsiasi osservatore. Il Classicismo secentesco – che non deve in alcun modo essere inteso come una ripresa dell’Età classica! – mostrava dunque tutto il gusto per la paesaggistica e le scene di genere e tendeva a rappresentare ogni cosa nella sua spontaneità; a differenza del Realismo di Caravaggio e dei suoi epigoni caravaggeschi (prima fra tutti Artemisia Gentileschi), tuttavia, rifuggiva ogni qual drammaticità e crudezza della rappresentazione, volgendosi piuttosto ad una sorta di idealizzazione tutt’altro che ingenua (quale, in un certo senso, sarebbe stata quella del futuro Neoclassicismo) ed invece vera eredità dell’equilibrio dell’arte classica attraverso il filtro della lezione raffaellesca.

Guido Reni fu a Roma nel 1600 circa, dove studiò le opere di Annibale Carracci e di Caravaggio, ma si dedicò anche allo studio appassionato di Raffaello. Nonostante si fosse formato presso i Carracci, mostrò presto però di condividere solo in parte la lezione dei maestri, maturando invece uno stile che in più d’un caso sarebbe parso voler domare la tragicità barocca mantenendone tuttavia vivo l’effetto; la sua arte fu moderatamente intrisa di naturalismo classicheggiante e più pervasa da un’aspirazione alla beltà ideale. Egli ricercava una bellezza non comune, tendendo a rappresentare una perfezione più che umana, quasi divina.

Le opere che eseguì tra il 1604 e 1614 mostrano il superamento dei canoni manieristi per lasciare il posto ad un modo di dipingere decisamente più personale, in cui prevalesse l’armonia delle forme e l’equilibrio della composizione. Tra le opere di questo periodo è la Strage degli Innocenti, che prese corpo in un forse momentaneo ed inatteso ritorno in patria (ma la questione è tutt’ora sub iudice). L’opera, una pala d’altare originariamente destinata alla Cappella Berò della chiesa bolognese di San Domenico, risale al 1611 ed è oggi conservata alla Pinacoteca Nazionale di Bologna, ove fu collocata nel 1815 dopo che nel 1769 era stata trafugata dall’esercito napoleonico. Soggetto è il ben noto massacro di bambini che Re Erode ordinò con lo scopo di uccidere il neonato Gesù, “Re dei Giudei”.

L’episodio evangelico (Mt. 2,16) è rappresentato in tutta la sua brutalità: le madri, terrorizzate e strattonate, tentano disperatamente di salvare i figlioletti dai pugnali di implacabili sicari che incombono su di loro. Pur intendendo raccontare questo episodio senza tradirne la tragicità, Reni evitò di indugiare su particolari cruenti, riuscendo così a sintetizzare e mitigare nel suo personale classicismo la veridicità realista e la drammaticità barocca. Rispetto alle scene rinascimentali, spesso popolate da una miriade di personaggi, egli si concentrò unicamente sull’azione in sé, cercando di coglierne il punto di maggior intensità emotiva ed offrendoci così un quadro pieno di movimento e di rara intensità drammatica, in cui a risaltare sono soprattutto le figure delle madri disperate. Fulcro della tela, dunque, è l’essenza del dramma: il gesto dei due sicari armati di pugnali e gli sguardi sconvolti delle madri sembrano fermare la scena su un angoscioso fotogramma. La tragedia risiede tutta nei gesti e negli sguardi; non v’è alcun bisogno di particolari raccapriccianti, quando la morte è così crudamente e dolcemente dipinta in quei pallidi corpicini che giacciono a terra composti, come addormentati.

L’intero dramma è pervaso da una impeccabile armonia: le cinque madri e i due sicari si collocano in una composizione di perfetta compostezza e di grande effetto, dalla quale però emerge un’intensa poesia drammatica. Reni scelse di concedere l’espressione di sentimenti solo alle madri ed ai bambini, attraverso i loro volti e i loro occhi pieni di paura ed orrore ed i gesti concitati che rivelano angoscia. I carnefici, al contrario, piombano dall’ombra: i loro volti non rivelano alcun sentimento umano, mentre la luce illumina soltanto le braccia e le mani che stringono i pugnali; i gesti violenti esprimono forza e tensione, permettendoci di percepire tutta la tragicità della scena. In realtà, però, i corpi statuari e i drappeggi degli abiti delle madri, attenuano l’effetto intensamente drammatico della scena, rendendola all’apparenza meno cruenta di quanto in realtà non sia. Sullo sfondo, le architetture infondono un leggero slancio verticale all’opera; tutti i corpi sono invece organizzati in una composizione a triangolo che ha il vertice in basso tra le due madri e che si chiude in corrispondenza della linea formata dalle braccia degli assassini. Il pugnale brandito da uno dei due sicari segna l’asse di simmetria dell’opera: una simmetria perfetta.

Sappiamo da fonti documentarie che Reni prese ispirazione da Raffaello, modello principe dei suoi studi giovanili. A questo proposito, probabilmente, più che alla Strage degli Innocenti di Raffaello (di cui oggi possediamo solo un’incisione del 1511-12 di M. Raimondi e, forse, un disegno preparatorio autografo), in cui la composizione è regolare, orizzontale, con una figura al centro e due sviluppi ai lati, movimenti puliti, con pieni e vuoti distribuiti regolarmente, possiamo ricollegare la Strage di Reni ad un arazzo di medesimo tema attribuito alla cosiddetta “Scuola Nuova di Raffaello”. Lo spazio infatti si fa verticale, le figure sono assai espressive e si trovano violentemente contrapposte in un intreccio di corpi, portati tutti verso l’esterno della superficie. Di questo arazzo, Reni mantiene la forma verticale, le figure laterali della donna afferrata per i capelli e di quella urlante, lo sfondo architettonico e la posizione molto avanzata dei corpi sulla scena, vicini all’osservatore.

Lo storico dell’arte Cesare Gnudi non ha mancato di sottolineare l’evidente incontro con la pittura di Caravaggio. Possiamo infatti agevolmente accostare quest’opera reniana al caravaggesco Martirio di San Matteo (1600-01). I punti di contatto con quest’ultimo possono essere il bambino urlante all’estremità destra del quadro, ma soprattutto il candore e l’intera figura del carnefice armato di spada; anche la composizione generale delle figure, disposte secondo spinte centrifughe molto ai lati ed assai avanzate sulla scena, è notevole ed entrambi, Caravaggio e Guido Reni, sono debitori di Raffaello.

Prima e dopo Guido Reni, il tema è assai diffuso nella storia dell’arte: ma un’ultima tela assimilabile alla lezione di Reni è quella di Nicolas Poussin, quasi un suo contemporaneo, il quale dipinse una Strage degli Innocenti (1625-29) in cui solo ciò che è essenziale viene messo in scena. In essa la tragedia si consuma attraverso i gesti di pochi soldati che si stanno avventando sulle vittime, le cui madri cercano invano di fermarli, urlando tutto il loro dolore.

di Camilla Lucrezia Ruzzi

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Posted in: Arte, Opere |

3 Commenti a “La Strage degli Innocenti”

  1. […] Venite a leggere il resto del post su Clamm! […]

  2. CamillaL scrive:

    Che emozione!

  3. […] con gli studenti del Liceo Classico Minghetti di Bologna (se vi siete persi la prima puntata, eccovi il link)! E continua anche il nostro viaggio artistico tra i versetti biblici. Questa volta è il turno […]

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