Arts and Culture Magazine

La stanza di Virginia Woolf: momenti dell’essere

10 febbraio 2012 by Lady Lindy
La famosa scrittrice pioniera del modernismo, che voleva catturare l’esistenza con la scrittura e infine ne venne catturata lei stessa. Sbirciamo nella sua quotidianità, nella sua opera, nel suo pensiero, per capire cosa la portò a togliersi la vita.

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Ci sono persone che vivono in periodi storici relativamente calmi, senza troppi sconvolgimenti, in cui la società si basa su valori solidi e universalmente riconosciuti. Altre, invece, si trovano a fronteggiare, più o meno consapevolmente, epoche di cambiamenti incredibili e destinati a segnare il futuro; epoche in cui ogni convinzione viene messa in discussione, sperimentata, mai data per scontata. E’ in questo clima che si staglia la figura di una delle più grandi scrittrici della letteratura non solo inglese, ma mondiale: Virginia Woolf (1882-1941), certamente ben conscia e protagonista di tali cambiamenti.

E’ straordinario come, nonostante le decine di biografie, saggi, critiche, parole spese sulla Woolf, sia tuttora difficile tracciarne un ritratto a tutto tondo. L’ostacolo maggiore, forse, sta proprio nella persona in questione: un carattere veramente complicato, sfaccettato, dai molteplici aspetti, contraddittorio. E soprattutto, molte volte frainteso, sia in vita che post mortem. Le interpretazioni del suo pensiero e della sua vita, spesso senza tener conto dell’opera, sono state distorte e fuorviate a causa del particolare clima culturale in cui venivano fornite (ad esempio, durante il Sessantotto e negli anni ’70 la Woolf veniva riscoperta e quasi divinizzata come madre e massima esponente del femminismo estremo, come se avesse voluto la prevaricazione di un sesso sull’altro: non era affatto così, anche se l’impegno per vedere riconosciuti i diritti fondamentali alle donne fu sempre costante).

Di solito, parlando di Virginia Woolf si parte paradossalmente dalla fine, ovvero il suicidio. Qualche pietra nelle tasche del giubbotto, il premeditato annegamento nel fiume Ouse (Sussex), e due lettere lasciate alla sorella Vanessa e al marito Leonard. In quest’ ultima, commovente nella semplicità e asciuttezza delle parole, Virginia parlava della sua nota malattia come la causa principale del dolore: “Sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che chiunque avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. […]“.

Nonostante l’immagine di donna snob, acida e fin troppo pungente che qualcuno ha tramandato, sappiamo con certezza che Virginia era in realtà immensamente sensibile, intelligente e curiosa di tutto, capace di amare con la stessa intensità un buon libro e un buon pudding di riso (da brava inglesina della upper class), timida quando si trattava di posare davanti alla macchina fotografica ma audace appena doveva difendersi o ribattere a opinioni che non condivideva: farà infatti dell’ironia, del sarcasmo, del suo senso dell’umorismo a volte sottile, a volte esplicito e irriverente, delle vere e proprie armi intellettuali contro i drammi che la vita le riservava. E’ da ricordare la lettera in cui lei e Leonard annunciarono allo scrittore Lytton Strachey l’intenzione di sposarsi, in cui il testo è semplicemente “Ha! Ha!” seguito dalle due firme.

Certo, Virginia la vita l’amava, con tutto il cuore e tutto lo spirito: voleva indagarla in ogni aspetto, studiare l’esistenza, sviscerare i più piccoli aspetti della mente, perciò trovò nella scrittura un mezzo adatto ai suoi scopi. Prima fu la volta di The voyage out (La crociera), a 33 anni: ma la forma del romanzo tradizionale, di stampo ancora ottocentesco, non soddisfaceva l’istinto e i fini che la scrittrice si era posta. La richiesta principale della letteratura moderna era catturare, amplificare, descrivere ogni aspetto dell’esistenza perché la si potesse analizzare. Su questo Virginia rifletté e giunse alla conclusione che lo stile più adatto era il cosiddetto flusso di coscienza. Basta dialoghi diretti, basta trame monumentali e ben delineate; via libera ai pensieri, che nascono e muoiono improvvisamente per cause diverse, via libera al confine labile fra prosa e poesia, in una scrittura sfumata piena di figure retoriche particolarmente godibili nei testi originali in inglese. Il tempo, che esiste o non esiste, è oggettivo o solo ricordato. E allora ecco che ne La signora Dalloway ventiquattro ore possono dilatarsi fino a diventare duecento pagine, grazie alle continue digressioni mentali e temporali (o “caverne”, come le chiamava lei nel suo diario), oppure in Orlando sperimenta fino a raccontare quattro secoli in sole trecento pagine. Sì, perché la chiave di tutto era sperimentare ed innovare, mettere in discussione tutto quello che le regole obsolete rappresentavano, prendendone spunto ma sviluppandole secondo la nuova visione (come contemporaneamente facevano Joyce e Svevo).

Dunque, abbiamo detto che Virginia amava tanto la vita. Aveva un marito che l’aveva scelta dal primo incontro, era ormai una delle personalità letterarie più in vista dell’Inghilterra assieme al suo Bloomsbury Group, teneva conferenze sul tema “La donna e il romanzo” in molti college, poi trascritte e pubblicate nel celeberrimo saggio/romanzo Una stanza tutta per sé, spiegandoci la sua visione del perfetto artista “androgino” (cioè che possiede una mente in perfetto equilibrio fra maschile e femminile) e regalandoci chicche di ironia per sdrammatizzare i suoi pensieri troppo moderni sulla donna: “Quellarmadio lì – mi avete detto che dentro ci sono soltanto dei tovaglioli; e se fra questi tovaglioli fosse nascosto Sir Archibald Bodkin?“. Ma allora, cosa spinse una persona all’apparenza tanto realizzata e felice al gesto finale?

Non potremo mai entrare nella mente di Virginia Woolf, ma di certo possiamo immaginare che paradossalmente il primo dolore arrivò dalla sua stessa intelligenza: la spiccata sensibilità la portava ad analizzare a fondo le cose, e spesso lì trovava del marcio. La società non era pronta per una mente come la sua, e in un certo senso nemmeno lei riusciva a sopportarsi. La genialità andava a braccetto con la costante sensazione di fallimento, di essere solo una “stravagante dotata”. Il rapporto complesso con la (bi)sessualità, gli abusi sessuali dei fratellastri su di lei e sulla sorella Vanessa, e soprattutto la malattia che assommava tutto – esaurimenti nervosi, emicranie, comportamenti di cui non poteva rispondere – furono la prova che l’amore di Virginia per la vita era ricambiato solo in parte. Possiamo supporre che la scrittrice fosse sopraffatta dalle sue stesse capacità intellettive, e le circostanze unite allo sviluppo della guerra non fecero altro che aggravare la situazione. Tuttavia, la sua eredità è grande, e il suo talento indiscusso e indiscutibile.

Qui sotto potete ascoltare un breve estratto dalla trasmissione radiofonica della BBC del 29 Aprile 1937, Words Fail Me.

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l'ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

di Lady Lindy

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3 Commenti a “La stanza di Virginia Woolf: momenti dell’essere”

  1. hetschaap scrive:

    Brava Lindy! Magnifico post che, oltretutto, sottolinea più di un’affinità tra il tuo modo di sentire e quello di Virginia :-)

  2. […] ancora non avete letto il mio ultimo articolo per ClammMag (boooo!),  cliccate qui. E buona lettura. Indovinate di cosa potrà mai  parlare? Ha […]

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