Arts and Culture Magazine

La rivoluzione di Betty Boop

31 luglio 2012 by Lady Lindy
Dietro alla famosissima Betty Boop, che oggi ci fa l’occhiolino come icona alla moda in vari prodotti di merchandising, si nasconde un’interessante spaccato di società americana (e non solo).


È normale imbattersi, più o meno spesso, nel visino malizioso della  flapper Betty Boop che decora magliette, borse, ogni sorta di prodotto con richiami rétro. Ormai questo personaggio è divenuto un simbolo, esattamente come altri attrici in carne ed ossa (basti pensare a Marilyn Monroe o Audrey Hepburn), che trascende il momento storico in cui divenne famoso per ritrovare sempre nuovo successo nell’attualità.

Se il fine di un simbolo è sempre lo stesso, cioè il rappresentare qualcosa, è interessante scoprire come si è arrivati a tale fine. In questo caso, un personaggio di animazione rimasto sugli schermi soltanto sette anni – per un confronto, si consideri che Topolino apparì per la prima volta nel 1928 ed è ancora oggi protagonista di fumetti e lungometraggi –  è riuscito a creare attorno a sé un intero mito sempre più celebre nel tempo. Conviene, quindi, presentare un breve excursus storico sulla nostra Betty.

Il panorama del cinema d’animazione americano, durante gli anni ’20 del Novecento, è già sotto il monopolio della casa produttrice Walt Disney Company, fondata nel 1923. Ma altri ragazzi intraprendenti si stavano affacciando al mondo dell’intrattenimento: in particolare i fratelli Fleischer, che si fecero conoscere sin dagli inizi della loro attività grazie alla rivoluzionaria invenzione della tecnica detta Rotoscope o Rotoscopio. Si tratta di filmare precedentemente un personaggio in carne ed ossa, proiettare le immagini su un pannello di vetro traslucido e usarle come base per i disegni. In questo modo i cartoni risultano assai più realistici. Il Rotoscope fu una trovata essenziale per lo sviluppo, tanto che ancora oggi lo si utilizza praticamente secondo gli stessi principi, con l’aiuto della grafica computerizzata.

Il primo personaggio dei fratelli Fleischer fu Ko-Ko il clown, nato quando Max filmò, proiettò e ridisegnò suo fratello Dave vestito da pagliaccio. In quel caso servì un anno di lavoro per produrre un minuto di filmato. I due fratelli riuscirono ad aumentare la loro popolarità con l’uscita del primo vero cartone, Out of the Inkwell, Inc., con il quale sperimentarono seriamente le loro nuove tecniche. Grazie ai loro metodi pionieristici la domanda del grande pubblico aumentò, e permise la fondazione ufficiale dei Fleischer Studios.

Il personaggio destinato alla maggior gloria, però, è certamente Betty Boop. Ideato nel periodo della Grande Depressione (1929), quando grandi masse di spettatori si recavano al cinema per cercare distrazioni dalla drammatica crisi economica – era l’inizio del successo anche per la piccola Shirley Temple, spesso considerata l’opposto fisico e ideale di Betty, “sponsorizzata” addirittura da Roosevelt (“Finché il nostro Paese avrà Shirley Temple, noi staremo bene“) – Betty era il prodotto di un intento irriverente e provocatorio da parte dei Fleischer. Se i modelli cinematografici proposti fino allora, come la già citata Shirley Temple e gli animaletti parlanti della Disney, proponevano un immaginario punteggiato di dolcezza e ottimismo per distrarre e rincuorare le masse, con Betty Boop ha luogo una vera e propria rivoluzione.

Betty, che originariamente doveva essere un barboncino, gradualmente assunse le sembianze di una ragazza. Ma basta guardarla per capire che il solo aspetto fisico è una novità di portata incredibile. Invece di rappresentare l’innocenza, troviamo una tipica flapper dai lineamenti mascolini, i capelli tagliati corti e frangiati alla moda, scarpe coi tacchi, insomma una vera e propria ribelle dell’ultima generazione, che dichiaratamente si oppone alle convenzioni degli anni precedenti come quasi tutte le coetanee. Quello che colpisce da subito, però, è indubbiamente il caratteristico vestitino nero, succinto e scollato, che lascia intravedere la giarrettiera alla gamba. Una mise che nessuna ragazza per bene avrebbe mai potuto indossare in pubblico.
Oltre all’aspetto fisico, è ben sottolineato anche il carattere di Betty. Difatti lei non è soltanto maliziosa, ma soprattutto è consapevole del suo fascino e di se stessa; è ironica e autoironica, in un mix di personalità e bellezza che la rendono in breve tempo, dal debutto cinematografico in forma umana (1932), un sex symbol. La sua presenza è, in un certo senso, anche nostalgica: il brio e la spensieratezza della gioventù rimandano gli spettatori indietro di un decennio, prima delle difficoltà economiche, quando si vivevano i ruggenti anni del jazz.

La grande forza realistica di Betty Boop, che potrebbe sembrare una vera attrice in carne ed ossa per quanto è ben caratterizzata, sta nelle ispirazioni dei fratelli Fleischer. I due, infatti, ricrearono il loro personaggio prendendo spunto da diverse donne famose dell’epoca, “assemblando” le varie parti in modo da raggiungere un’ ideale ragazza moderna e attraente. Il temperamento è sicuramente ripreso da quello dell’intrigante Mae West, l’aspetto dall’icona jazz Clara Bow; ma la vicenda più curiosa riguarda Helen Kane, cantante anni ’20 a cui gli animatori si erano evidentemente rifatti per la voce e il modo di cantare di Betty. La Kane fu un simbolo della tecnica “baby”, interpretava cioè le canzoni con una voce da bambina (Il pezzo I wanna be loved by you è un ottimo esempio, reso poi celebre da Marilyn Monroe, e contiene il motto Boop-oop-a-doop che diverrà la catchprase di Betty). Helen Kane fece causa ai fratelli e alla Paramount Publix Corporation perché riconosceva Betty come una sua deliberata caricatura, ma perse la causa, quindi si poté continuare ad usare il suo stile musicale.

Ma la portata rivoluzionaria del cartone si spinge ben oltre il semplice aspetto del personaggio. A fare la differenza sono, in effetti, lo stile e le gag degli episodi stessi. Guardando un cortometraggio con Betty Boop, si nota subito un doppio piano di lettura volutamente creato dai registi, in modo da intrattenere sì i bambini, ma soprattutto, e più subdolamente, gli adulti. Il mondo è popolato da oggetti animati e umanizzati, l’atmosfera è surreale: mentre il piccolo spettatore si diverte e fantastica, il genitore intercetta inconsciamente o meno dei continui rimandi sessuali o psicologici. Si può notare anche una certa satira, ben nascosta ma pungente una volta compresa, alla generazione precedente a quella di Betty e delle sue coetanee.

Questo continuo gioco fra implicito ed esplicito è ben rappresentato nel cartone più famoso intitolato Minnie The Moocher, ispirato sia nel titolo che nella trama al’omonima canzone di Cab Calloway. L’adolescente Betty vive un contrasto con i genitori dalla mentalità chiusa e antica, perciò fugge di casa nella notte, trovandosi ad affrontare vari pericoli rappresentati da spettri, fantasmi e visioni di morte. Lei, spaventata, se ne ritornerà pentita alla casa paterna come voleva la morale dell’epoca, ma l’innovazione del cortometraggio è assolutamente evidente. Il doppio piano di lettura serviva anche ad evitare una prevedibilissima censura: il pubblico più conservatore non poteva fare a meno di scandalizzarsi davanti ad una danza hawaiiana come quella del cortometraggio Bamboo Isle (forse ispirata alla banana dance di Joséphine Baker), o alle frequenti avances maschili, se non proprio tentativi di molestie sessuali, che Betty riceveva. Eppure, prendendo ancora l’esempio di Bamboo Isle, fu grazie a questo cartone che oggi abbiamo le sigle di Looney Tunes, South Park o Spongebob: il musicista hawaiano Sol Hoopii, che curò l’accompagnamento della danza citata, utilizzò per la prima volta il risuonatore, la pedal steel guitar e la lap steel guitar al di fuori della tradizione hawaiiana.

Il  compromesso forzato fra la prorompente sensualità della Boop e la sua purezza effettiva (nell’ episodio Boop-Oop-a-Doop, in cui Ko-Ko la salva da un molestatore, Betty commenta “Non ha potuto togliermi il mio boop-oop-a-doop“, cioè la verginità) non bastarono a salvare il cartone dalla censura. Se in un primo tempo le proteste della National Leagion of Decency avevano costretto a vestire Betty con abiti castigatissimi, da donna di mezza età – stravolgendo quindi la natura stessa del personaggio, e minandone il successo – con l’entrata in vigore del severissimo codice Hays (legge sul controllo della moralità e decenza al cinema) fu la fine dei cortometraggi. Le linee guida resero Betty una casalinga che si occupava del cagnolino Bimbo e del vecchietto Grumpy, e la popolarità cominciò a declinare.

Solo negli ultimi anni, più precisamente dalla comparsa di Betty nel film Chi ha incastrato Roger Rabbit? (1988), si è riscoperta la modernità e la genialità di questo personaggio, capace di scardinare l’ipocrisia della sua contemporaneità. Saputo tutto questo, è piacevole pensare che l’immagine di Betty, oggigiorno assolutamente non “eversiva” come all’epoca, abbia mantenuto la sua carica di ironia e anticonformismo.

di Lady Lindy

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Un Commento a “La rivoluzione di Betty Boop”

  1. […] Venite a leggere il resto del post su Clamm! […]

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