Arts and Culture Magazine

La mano che teneva la mia

23 dicembre 2013 by Redazione
La mano che teneva la mia” di Maggie O’Farrell: un caleidoscopio d’immagini e vicende della vita di due appassionanti figure femminili riprese da una prospettiva insolita e irriverente

Non è come un libro di Charlotte Brontë, come è stato scritto su un articolo sulla rivista “Donna” di Repubblica, nel 2011, quando è uscito il romanzo La mano che teneva la mia della scrittrice irlandese Maggie O’ Farrell. Non è nemmeno come un libro di Jane Austen, né come Wuthering Heights di Emily Brontë. È piuttosto come un film, ambientato in un arco di tempo che va dalla “fine estate di metà anni Cinquanta” agli anni Duemila circa ed è sotto ogni aspetto una storia del Novecento.

È una storia che evoca migliaia di altre storie che fanno capolino come i colori vivaci sullo sfondo di un quadro, che avrebbero tante cose da raccontare ma che la maggior parte della gente non nota. Eppure, se non fossero lì, il quadro non sarebbe più lo stesso. Ed è così che tra una pagina e l’altra si inseriscono spaccati di vita, immagini, colori, gesti che fanno parte della quotidianità di ogni epoca, proprio quelli che si perdono nello scorrere del tempo e che appartengono solo ai ricordi di chi era vivo allora e che, con loro, vanno perduti per sempre.

Degli anni rimangono i ricordi, non i particolari; si tramandano i fatti, non i gesti; e invece Maggie O’ Farrell ha ritenuto opportuno restituirci proprio quei gesti, farli riemergere dall’immagine polverosa in bianco e nero che abbiamo di quegli anni così che il loro colore possa tornare a brillare di nuovo, anche se sotto una luce che non sarà più la stessa. Così questi particolari “filmici” accompagnano il lettore  inizialmente un po’ stupito perché, come dire, è quantomeno insolito che qualcuno abbia ritenuto importante parlarci delle persone che la protagonista incontra per strada, dei loro vestiti, dei loro sguardi, della loro rabbia e del loro dolore. Tuttavia, ci si rende conto a poco a poco che senza la loro voce, proprio come quelle macchie di colore sullo sfondo dei dipinti, la O’ Farrell non renderebbe giustizia ai suoi personaggi, così profondamente incastonati in quella realtà, così aggrovigliati in quel reticolo di vite che si avvolge e svolge attorno a loro, così intrisi da far differenza se la stanza in cui era Lexie il suo primo giorno a Londra sia gialla o bianca, se sul pavimento dell’appartamento che condivideva con Innes ci sia una macchia che risale a una festa del ’59 piuttosto che del ’57. La scrittrice non parla di quella festa, non ci narra degli invitati dei due amanti, di come era vestita Lexie, delle battute che avrà fatto Innes, della notte romantica che hanno passato dopo che l’ultimo invitato se n’era andato, ormai all’alba; ma lascia che siamo noi a immaginarcele: ora, dopo averci fornito a nostra insaputa tutti gli elementi per farlo, ecco che semplicemente sappiamo la storia essere andata così.

Perché questo è un romanzo fatto di scorci, di immagini, di colori che parlano con la loro propria voce e si amalgamano in una cacofonia che resta sullo sfondo. È un romanzo fatto di colori accesi – il rosso è dominante – e di inquadrature insolenti. Di quei particolari che sembrano scelti per tenere a bada i più curiosi con la consapevolezza che di lettori sazi ce ne sono pochi. Eppure riesce quasi a farci sentire appagati, da quanto ci asseconda.

Ma a tenerci davvero all’erta è la struttura del romanzo. Alternando la vita di Lexie con quella di Elina e Ted, la vita di una giornalista londinese degli anni Cinquanta con quella di una coppia degli anni Duemila che ha appena avuto un figlio, riesce sempre a tenerci col fiato sospeso.

La storia di Elina non manca di originalità: finlandese di nascita, è sposata con il londinese Ted, da cui ha appena avuto il loro primo figlio, Jonas. Si tratta all’apparenza di una situazione normalissima, associata  nell’immaginario collettivo al gioioso quadretto di una famiglia sorridente raccolta attorno al nuovo arrivato; ma l’immagine qui è paradossalmente “in bianco e nero” e mostrandoci le luci e le ombre del periodo immediatamente successivo al parto ne risulta qualcosa di totalmente diverso, qualcosa di molto più simile alla realtà. L’esperienza traumatica di un parto complicato da un’emorragia riaffiora a sprazzi nella mente della giovane Elina alternandosi a momenti di oblio quasi senili. E proprio nei mesi che seguono il parto, Elina e Ted si ritrovano a fronteggiare ciascuno la sua avventura: per lei diventare mamma, per lui la scoperta della verità su di sé e sulla propria madre.

Questo è l’abbozzo di due storie intrecciate che solo a un passo dalla fine il lettore riesce a intuire l’una come la continuazione dell’altra. Il passaggio tra un capitolo e quello successivo passa da essere visto come attenuante della Spannung (tensione narrativa) della storia precedente ad essere colto quale motore stesso di questo Spannung fino allo scatto finale, all’ultimo sussulto, alla parola che schiude il mistero, alla tiepida immagine che chiude il cerchio.

È un romanzo che parla di donne, ma solo metaforicamente tinto di rosa: a nessuna delle due protagoniste infatti verrebbe da associare questo tenue colore. Lexie è indomita, sveglia, acuta e sfrontata, determinata, e sfacciatamente donna in un mondo ancora diffidente e sprezzante verso il “secondo sesso”, percepito come un peso ingombrante per quegli anni: è perfino stata espulsa dall’Università perché rifiutatasi di scusarsi per essere uscita dalla porta degli uomini dal momento in cui,  alla domanda “Bè, ma la porta delle donne dov’è?” le avevano risposto che non c’era.

Caparbia e scaltra la vediamo quasi subito tra le braccia dell’amore della sua vita. La tragica fine della sua storia con Innes ci fa poi scoprire una nuova persona, destinata a non cristallizzarsi in un’immagine ma che è invece «come una matrioska», una figura in continua evoluzione (e per questo tipicamente novecentesca) che cambia forma e indole prima di darci il tempo di abituarci ad essa: lei è una donna che muore e nasce più volte, talvolta per suo volere, talvolta perché costretta dal contingente.

Nemmeno a Elina assoceremmo il colore rosa, giovane pittrice finlandese, neomamma alle prese con i turbamenti del periodo forse più stravolgente ma più autenticamente vivo e primordiale della vita di una donna, che fatica ad accorgersi della crisi in cui è caduto il marito, lei che all’inizio non è in grado di ricordarsi nemmeno il proprio nome, riuscendo però alla fine a salvarlo.

La mano che teneva la mia è dunque un romanzo tinto di rosa non semplicemente perché narra una storia scritta da una donna e che ha come protagoniste delle donne, ma perché la protagonista è la Vita, qui intesa come pura e prorompente forza vitale che l’animo femminile trova in sé, ne resta impregnato; da questa trae forza, coraggio, tenacia, passione esprimendola in modi diversi, in base alla sua personalità e al contesto in cui vive. Si assiste così a una compenetrazione tra il mondo della donna e il mondo esterno che condiziona ed è condizionato da questo flusso vitale irrazionale, inarrestabile e travolgente che contravviene a tutto ciò che è freddamente sterile e puramente razionale. In questo senso la Storia e la Vita viste dalla prospettiva di due donne, in particolare di due madri,  restituiscono in modo unico e autentico l’idea della Vita umana.

Lexie ed Elina restituiscono l’immagine più veritiera del passaggio tra un’epoca e l’altra: nell’esistenza di Lexie si rintraccia la storia a partire dal secondo dopoguerra del Novecento, lo si intuisce fin dall’inizio, nella sua battaglia con un mondo che parla solo al maschile, che le strappa il diritto di vedere un’ultima volta l’uomo che ama; che la vede fronteggiare da sola  la crescita di un figlio, guadagnandosi da vivere col suo solo lavoro (uno scandalo per quei tempi) riuscendo così a permettersi una casa per sé e per il suo bambino e tutto questo senza dover implorare nessuno, senza lasciarsi scoraggiare dalla prospettiva di essere sola perché non ha avuto remore a fare uscire dalla loro vita il padre incostante di suo figlio, una volta scoperto il suo tradimento.

Elina è invece l’immagine di una mamma degli anni Duemila, che sente tutto il mondo avverso, è l’artista che cerca di vivere in un mondo di persone normali che sembrano seguire un ritmo opposto al suo cercando di imporglielo e rischiando così di farla soffocare. Elina si trova anche a fronteggiare la crisi del marito che solo alla fine riuscirà a portare in salvo.

Solo due donne possono riflettere l’immagine realistica di quegli anni perché da secoli le donne sono la parte vulnerabile della società, quelle che, insieme ai loro bambini, più offrono il fianco ai colpi di un mondo ingiusto laddove c’è mancanza di libertà, affetto, bellezza; le donne sono anche quelle che sanno cogliere l’importanza delle piccole cose, dei particolari, protagoniste degli atti più importanti della vita umana (l’amore, la maternità) e che più di chiunque altro sanno rialzarsi e tornare a combattere ancora per un po’.

Ed è per questo che due donne così diverse riescono ad essere così vicine e a fare riecheggiare la voce di milioni di altre donne che hanno vissuto e vivranno prima e dopo di loro, incarnando la presenza ruggente, potente, insolente della Vita: entrambe sanno cosa vuol dire averla dentro di sé, lottare per mantenerla e per continuare a farla respirare; entrambe si sforzano di adempiere il compito assegnato loro dal caso quotidiano, assecondando quell’istinto primordiale, viscerale ed esclusivamente femminile, la rabbiosa volontà di esistere che urla dentro e che dà loro la volubilità, la tenacia e la forza di scuotere il mondo; è ascoltando questa voce che operano scelte, che si fanno strada in un mondo che, per Lexie, sembra monopolizzato da uomini e che per Elina pare seguire un ritmo del tutto contrario al proprio.

Formidabili le pagine in cui Lexie, quasi mascolina a causa di un lavoro che per sopravvivere ne ha indurito lo spirito, si confida sulla propria vita da mamma riportando le pagine della rubrica Mamme in prima linea. Elina sembra invece più fragile, più ingenua, più presa da altro, in balia di quel pauroso inspiegabile mondo della propria interiorità, ma alla fine si rivela all’altezza del compito che la vita ha scelto per lei: diventare madre, ma soprattutto sciogliere con sensibilità e dolcezza per amore di Ted l’intreccio della storia di una famiglia problematica ed a tratti misteriosa.

Il fatto che la vera protagonista sia la Vita è evidente anche quando, d’un tratto, l’autrice estrapola un particolare da un contesto (una mattonella, un angolo di una casa, uno scorcio, una visuale da un punto particolare) e ne racconta la storia facendo quello che forse solo una donna o un bambino farebbero: rende protagonisti gli oggetti, che vengono così dotati di una loro vita, anzi, sono loro a dare una vita ai personaggi, a rendere giustizia a quei gesti che nella vita di una persona vengono conosciuti solo dagli oggetti circostanti e taciuti alla gente perché considerati irrilevanti. O’ Farrell gioca allora un po’ nel trascrivere quello che questi oggetti racconterebbero nel mostrarci il mondo dalla prospettiva di un gabbiano o di una mattonella, della voce del Tempo, della sua eco costante che, pari a quella del Big Bang, fa da sottofondo al valzer della vita, rendendoci tangibile il segno del suo passaggio non senza una nota di malinconia.

Seguiamo la storia di  luoghi e oggetti che ora sono diversi, ora hanno perso quella loro geometria originaria che solo ora, con uno sguardo che globalmente li assume, uno sguardo purtroppo assente nella vita reale, li nota, ne dà importanza, li rende degni di essere ricordati.  Opposta a una discontinuità cronologica si profila una continuità nuova, costruita dal ricordo di un posto e da una mente che prende nota dei cambiamenti del tempo, che non conosce limiti e che, come le pareti di una casa, diventa il testimone muto di eventi, di storie di vite che si succedono e che ci restituiscono la consapevolezza che tutto cambierà ancora e che anche la nostra voce è destinata a unirci a quelle che echeggiano in questo romanzo dopo averle toccate per un istante.

Il libro manca spesso di consequenzialità. La O’Farrell è una regista che riavvolge a più riprese la pellicola in modo del tutto arbitrario. Sa che il lettore vorrebbe soffermarsi su questo o quel momento, ed anche lei vorrebbe farlo, ma la vita dei suoi personaggi segue il suo proprio ritmo e lei, autrice, non può fare a meno di adeguarvisi: solo occasionalmente si avvale del suo potere di intervenire raddrizzando in un certo senso la cinepresa, riavvolgendo la pellicola, dandoci inquadrature frettolose qua e là, tali da poter solo intuire distintamente, senza d’altronde vedere, l’inquadratura successiva. Sono i personaggi, qui, ad imbattersi nello scrittore, e non viceversa. Lexie, Innes, Fèlix, Gloria, Margot… sembrano figure realmente esistite forse proprio perché imperfette, capricciose, ingombranti, impegnative, scomode: non sembrano comparire nella narrazione perché utili alla storia, quanto piuttosto perché funzionali allo svolgersi della vicenda.

A rendere questo realismo è poi anche il modo in cui essi riaffiorano nel corso del romanzo: a sprazzi, inframmezzati dalla storia di Elina e di Ted con cui all’inizio non sembrano avere nulla da spartire, ripresi ad età diverse, quasi mai in ordine cronologico. Ma questa rottura con il consueto sviluppo cronologico, questa discontinuità con cui ci riappaiono davanti dopo pagine di assenza viene improvvisamente bloccata sul finale, in cui ritorna a dominare una consequenzialità regolare che improvvisamente ce ne fa riscoprire la ciclicità.

E così facendo capiamo e in parte perdoniamo Gloria, che ora è solo una vecchia con pensieri da vecchia; Margot, in preda ai ricordi di una vita senza amore e ai sensi di colpa; Fèlix, frustrato e offuscato anche lui dai sensi di colpa e dal dolore di avere perso il vero amore. Questo mentre il lettore si trattiene a stento dalla possibilità di fare quello che tutti i personaggi vorrebbero fare, tornare indietro nel tempo e cambiare gli eventi: ma anche se per noi sarebbe un gesto semplice, basterebbe sfogliare le pagine e ritrovare quel punto esatto, qualcosa ce lo impedisce. Eppure lo desidereremmo più che mai, specie di fronte alla fine di Lexie: ed è proprio lì, quando più lottiamo con lei e per lei, che assistiamo al prepotente imporsi del destino e inermi ci arrendiamo lasciando che una parte di noi scivoli con lei nell’oscurità degli abissi.

di Serena Massimo

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