Arts and Culture Magazine

La Lupa Capitolina: opera etrusca o medievale?

13 ottobre 2013 by Redazione
Un’appassionante querelle è dibattuta da tempo sulla cronologia di una delle più celebri statue dell’antichità. Ripercorriamo insieme la storia degli studi sulla Lupa Capitolina, che forse dopo molti anni sembra aver finalmente trovato soluzione.

Da moltissimi anni oramai si protrae nel mondo dell’archeologia e della storia dell’arte etrusca e romana un avvincente dibattito su uno dei bronzi antichi più celebri al mondo: la Lupa Capitolina, oggi conservata ai Musei Capitolini di Roma. Il problema che lo investe è di importanza capitale: quando fu realizzata questa statua? A lungo si tentò di risolvere l’annosa questione unicamente sulla base di raffronti stilistici e si credette anche di aver trovato la soluzione al problema fino a che nuove ricerche non hanno completamente ribaltato le prospettive cronologiche.

Le prime notizie certe relative a questa statua si riferiscono alla prima metà del IX secolo. Il monaco Benedetto dell’abbazia di S. Andrea del monte Soratte redasse intorno al 995 il Benedicti Sancti Andreae Monarchi Chronicon e il De Imperatoria Potestate in Urbe Roma Libellus, dove ricorda che al tempo di Ludovico il Pio nel palazzo Lateranense esisteva un tribunale cui ci si riferiva con ad Lupam proprio per la presenza della statua, già a quel tempo di notevole fama. Oltre a queste cronache del X secolo, a testimoniarci la presenza in Laterano della Lupa concorrono anche le Narrationes dalle Mirabilia Urbis Romae (sorta di guide per pellegrini), nonché alcuni disegni del XV secolo. La statua rimase nel campus Lateranus inizialmente come fontana dove si lavavano simbolicamente le mani coloro che dovevano compiere un giuramento, poi venne spostata sopra il portico del palazzo d’inverno dei papi e a metà del XIII secolo venne sistemata più in alto, su di un muro della torre degli Annibaldi. Nel Dicembre 1471 Papa Sisto IV della Rovere la donò al popolo Romano insieme ad altre opere bronzee e in quell’occasione furono aggiunti i gemelli ad opera di Antonio del Pollaiolo. Un disegno di Maarten van Heemskerck (1532-1536) ci mostra la Lupa collocata nel Palazzo dei Conservatori al centro della facciata, sopra la loggia, e da allora è rimasta esposta nel suddetto Palazzo, che insieme al Palazzo Nuovo e al Tabularium costituisce i Musei Capitolini.

Nel 2006 la restauratrice Anna Maria Carruba, pubblicando un libro con la sintesi delle sue analisi compiute sulla Lupa Capitolina tra il 1997 e il 2000, sconvolse con le sue affermazioni gli specialisti del settore. Quella che a lungo era stata considerata espressione e vanto dell’arte etrusco-italica era ora considerata un falso, un’opera medievale del IX secolo. Invero la restauratrice non era la prima ad aver avanzato dubbi in proposito: già nel 1934 Emanuel Lowy, osservando i caratteri formali della Lupa, asserì che non si trattava di produzione etrusco-italica. Le affermazioni di Carruba spinsero gli specialisti a riunirsi nel 2008 in un convegno all’Università La Sapienza di Roma per discutere il caso e confrontarsi.

I seguaci di Friedrich Matz, colui che nel 1951 attribuì la scultura ad un’officina veiente (ossia di Veio) operante tra gli anni 480-470 a.C., sostennero la tesi “etrusco-italica” rifacendosi a questioni di stile e sottolineando come la Lupa sia un esempio di naturalismo non paragonabile alle opere alto medievali: tra questi sono il celebre archeologo Andrea Carandini e lo studioso Giovanni Colonna, che portarono raffronti con bronzi etruschi soprattutto per quanto riguarda le sopracciglia della Lupa e le ciocche del pellame sulla schiena e facendo risalire la stilizzazione “a fiamme” delle ciocche alla civiltà orientalizzante. Inoltre, i quasi cinque quintali di rame che compongono la statua sembrano provenire dalla Sardegna, più precisamente dalla zona di Calabona in provincia di Alghero, e questo ha spinto tali studiosi a supporre che il bronzista fosse di origine sarda, ipotesi ulteriormente avvalorata da tre osservazioni: nell’iconografia e nello stile sono presenti reminiscenze vicino-orientali e in Sardegna si sente l’eco dell’arte achemenide, mediata dall’Egitto e dalla Fenicia o da Cipro, già nel periodo tardo-arcaico; il bronzista dimostra scarsa dimestichezza con la fusione cava nella grande statuaria; è quasi assente, infine, la rifinitura a freddo delle superfici, similmente a quanto è riscontrabile nei bronzi nuragici.

Carruba sostenne d’altra parte che la tecnica di fusione adottata per la realizzazione della Lupa era quella delle grandi sculture bronzee d’epoca medievale, sconosciuta per altro agli antichi: la tecnica a cera persa con metodo diretto in un unico getto. Questo metodo di lavorazione prevede una forma di terra, chiamata anima di fusione, modellata sopra sbarre di sostegno in ferro; su quest’anima si modella uno strato di cera, poi interamente coperta con un mantello di terra esterno; la terra viene quindi cotta e in questo modo la cera si scioglie lasciando uno spazio vuoto dove è colato il bronzo liquido. Secondo la restauratrice, la statua sarebbe stata pertanto realizzata con una fusione unica, differentemente da quanto accadeva presso gli antichi, i quali invece fondevano le diverse parti e poi le saldavano. La grande statuaria bronzea è conosciuta a partire dal VI a.C. per opera di bronzisti come Rhoikos e Theodoros, i quali impiegavano una tecnica a cera persa indiretta ed inventarono la saldatura, la quale cadde però in disuso in età medievale soprattutto in seguito alla fusione di campane, che dovevano poter emettere un suono più puro possibile: a riguardo, la studiosa notò infatti molte affinità tra le caratteristiche metallurgiche della Lupa e quelle descritte dal monaco Theophilus (fine XI secolo) per la costruzione di campane, tra cui il metodo diretto, la fusione in un solo getto (quindi con mancanza di saldature), l’assenza di chiodi distanziatori e l’assenza di tasselli di riparazione. Celebri opere bronzee etrusche come la Chimera d’Arezzo, il Marte da Todi e l’Arringatore, tradizionalmente considerate le più vicine alla Lupa per cronologia ed ambito territoriale, non a caso sono tutte fuse in parti separate e successivamente saldate.

Le analisi di datazione (termoluminescenza e radiocarbonio) compiute nel 2000 sulle terre di fusione prelevate dall’interno della Lupa avevano già portato a datarne la realizzazione tra il VII e il XVI sec. d.C.; negli ultimi anni, l’Università di Lecce è però giunta a restringere l’arco cronologico di realizzazione al XII-XIII secolo. Marco Martini, professore di Fisica Applicata all’Università Bicocca di Milano, spiega come le tecniche di termoluminescenza non permettano una precisione sufficiente a collocare con certezza nel tempo la fusione della statua: questo perché non basta misurare la radioattività della terra di fusione interna, ma è necessario misurare anche quella dell’ambiente da cui essa proviene e questo ambiente, nel caso della Lupa, non è noto. La termoluminescenza permette comunque di restringere l’intervallo entro cui collocare la sua fusione tra X e XV secolo. Le ipotesi sono dunque due: o la statua fu nuovamente cotta in un secondo tempo per essere restaurata oppure fu realizzata in tarda età.

Una svolta decisiva alla querelle apparentemente irrisolvibile si ebbe nel febbraio 2011 quando Edilberto Formigli, docente di Storia delle Tecniche presso l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, riprende le analisi tecnologiche dirette sul bronzo giungendo ad una sensazionale conclusione: classicisti e medievisti hanno entrambi ragione! Le due posizioni possono essere così conciliate: la Lupa sarebbe una copia in bronzo medievale eseguita attraverso un calco ripreso da un originale etrusco-italico.

Attraverso una minuziosa analisi delle tracce di fusione della Lupa, Formigli ha dedotto che la tecnica adottata è quella a cera persa indiretta (e non diretta come sostenuto dalla restauratrice Carruba): essa consiste nel prendere calchi negativi in terra o gesso da un modello originario e disporvi dentro uno strato di cera nel quale vengono poi inserite sbarre di sostengo in ferro e anima di fusione in terra; infine nella cottura la cera si elimina e il bronzo liquido ne prende il posto. Una seconda differenza con le conclusioni del 2006 consiste nell’aver individuato tracce di chiodi distanziatori: Formigli sottolinea come quelli della Lupa siano circolari, dettaglio che porta ulteriormente a scartare un’attribuzione antica della fusione del bronzo, giacché nell’antichità greca, etrusca e romana, infatti, esistevano solo distanziatori a sezione quadrangolare. Lo studioso sostiene inoltre che la coda della lupa dovette essere rimodellata ex novo (si spiegherebbe così anche la differente modellatura del vello rispetto al resto del corpo) e successivamente riadattata in posizione diversa: l’attacco alla zampa posteriore sinistra sarebbe stato necessario per la fusione della copia medievale in un unico getto.

Questa dunque sembra essere l’origine della Lupa Capitolina: per decenni attribuita all’arte etrusco-italica, l’esito degli ultimi anni di analisi e confronti l’hanno invece restituita all’epoca medievale. Per quanto riguarda la fusione non ci sono infatti più dubbi: la Lupa fu realizzata in epoca tarda, ma attraverso una tecnica che indica la presenza di un modello di partenza. La Lupa è quindi una copia medievale di un originale che, dal punto di vista stilistico, si riconosce appartenere all’arte etrusco-italica di V sec. a.C.

di Giulia Buscaroli

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Un Commento a “La Lupa Capitolina: opera etrusca o medievale?”

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