Arts and Culture Magazine

La lite di Rosano

24 marzo 2013 by Redazione
Tra il 1203/4 e il 1209 l’allora papa Innocenzo III dovette esser arbitro di una contesa che sarebbe passata alla storia e che si sarebbe ripetuta molte altre volte nel corso dei secoli in diversi contesti regionali e politici: a scontrarsi furono l’ingerenza dei poteri nobiliari negli affari ecclesiastici e la fiera affermazione di autonomia decisionale da parte delle monache benedettine del convento di Santa Maria di Rosano. Facciamo un tuffo nel XIII sec., al volgere di un’epoca caratterizzata da forti contrasti tra poteri laici e religiosi.

1 – La documentazione, la disputa, i motivi di interesse

La documentazione1 relativa alla disputa che, nei primi anni del XIII secolo, vide coinvolti il conte Guido VII Guerra e le monache benedettine di Santa Maria di Rosano, è costituita da sessantasette deposizioni2 prodotte da testimoni di parte guidinga, alle quali si aggiungono alcune note3 sulla causa (dette “note pisane” per il luogo di conservazione), un instrumentum restitutionis4 in favore del monastero, una lettera5 di Innocenzo III indirizzata a Guido VII e, infine, un atto di assoluzione ad cautelam6 richiesto dalle monache, che temevano di essere incorse nella scomunica papale.

Argomento del contendere era lo ius patronatus che la famiglia comitale esercitava sul monastero e che le monache avevano violato eleggendo come badessa Agata senza previo consenso del conte (questa, perlomeno, era la tesi sostenuta dai testi di parte guidinga); per dirimere la contesa furono convocati giudici delegati di papa Innocenzo III, i quali dovettero pronunciare, in un primo momento, una sentenza compromissoria7 con cui era riconosciuto il patronato dei conti, i quali, però, furono costretti a restituire i beni indebitamente sottratti al monastero. Dal momento che la questione non era stata effettivamente risolta, le parti si rivolsero nuovamente al pontefice, come è attestato dalla lettera datata al 20 dicembre 12048 e indirizzata a Guido VII, dalla quale si evince che la prima sentenza fu sostanzialmente confermata9; infine, l’atto di assoluzione10 del 1209 sembra provare che i contendenti fossero giunti ad un accordo per conto loro11.

Vari sono gli aspetti rilevanti di questo testimoniale, che può essere analizzato con chiavi di lettura diverse a seconda degli specifici interessi di chi lo studia (siano essi di storia politica, di storia economica o di antropologia storica); in questo intervento mi soffermerò su due temi, che emergono con particolare evidenza dalle deposizioni di alcuni testi e che meritano di essere approfonditi. Innanzi tutto l’importanza rivestita dalla publica fama nella dinamica del processo, un’importanza che non è certamente estranea ad altri testimoniali toscani dell’epoca12, ma che, nella disputa di Rosano, ha un rilievo del tutto speciale per via del rafforzamento della giustizia ecclesiastica sotto il papato di Innocenzo III. In secondo luogo le forme di rappresentazione del potere signorile e dello ius patronatus, collocate nel contesto dei rapporti e/o contrasti politici tra potentati laici, enti religiosi, comitatus a base rurale e comitatus a base cittadina13.

2 – Giustizia ecclesiastica e publica fama

Il testimoniale di Rosano ci permette di cogliere i primi indizi delle innovazioni introdotte nelle procedure giuridiche durante il pontificato di Innocenzo III, dal momento che, come già detto, a dirimere la contesa furono proprio giudici delegati dal Papa.

Tra XII e XIII secolo, infatti, in corrispondenza di una scomparsa pressoché totale dei tribunali del Regno italico (con sporadiche riapparizioni tra gli anni ‘60 e ‘90 del XII sec.), la giustizia della curia romana, al contrario, conobbe un poderoso sviluppo orientato su due direttrici principali: da un lato, la sistemazione e l’incremento del diritto canonico grazie alla disponibilità ed al conseguente utilizzo, da parte dei giurisperiti, del Decretum di Graziano; dall’altro, l’affermazione della giurisdizione delegata, pratica per cui una delle parti in causa si appellava a Roma, ottenendo lettere papali che assegnavano il caso ad un certo numero di giudici delegati locali: il nostro testimoniale ne costituisce un esempio14.

Decretum Gratiani

In questo contesto (e con particolare attenzione a quest’ultimo punto, che ci interessa da vicino) il papato di Innocenzo III rappresentò uno snodo fondamentale15: il potenziamento della giustizia ecclesiastica fu accompagnato da un’intensa elaborazione teorica mirata ad individuare nuovi sistemi di inchiesta, nei quali la nozione di fama assunse un significato pregnante ed un ruolo centrale. Molte lettere dei primi anni del pontificato innocenziano, indirizzate proprio a giudici delegati, imponevano di accertare e di valutare l’effettiva rilevanza della fama, intesa sia come fama del fatto che aveva scatenato la lite, sia come fama delle persone imputate o comunque coinvolte16.

Come si evince dalle decretali di Innocenzo, la fama (o, meglio, la publica fama) acquisì un’importanza via via crescente, rivestendo un duplice ruolo nelle dinamiche processuali: da un lato costituì il filtro attraverso cui era valutata la veritas del fatto, dall’altro sarebbe diventata la base dei processi ex officio (come molti dei processi delle città comunali nel pieno e tardo Duecento ed i processi inquisitori) in quanto elemento in grado di sostituire l’atto di accusa. Sfondo e completamento di questi cambiamenti fu la più generale ridefinizione delle procedure d’inchiesta, già testimoniata dai manuali (ordines iudiciarii) del XII secolo ed indirizzata verso un irrigidimento degli articuli (ovvero delle domande) sulla base dei quali era condotto il processo, allo scopo di ottenere il maggior numero di accertamenti possibili (sul singolo teste, sul fatto in questione)17.

Tenendo conto delle premesse fatte finora, è possibile rilevare come il nostro testimoniale sia specchio di questo sviluppo della giustizia ecclesiastica; bisogna però guardarsi da un errore nel quale è facile incorrere, quello, cioè, di sovrainterpretare il contenuto delle deposizioni che mi accingo ad analizzare e di applicare paradigmi interpretativi mutuati da altri periodi (il pieno e tardo Duecento) e da altri contesti (la giustizia delle città comunali e quella inquisitoriale) a documenti del primo XIII secolo riferiti, peraltro, ad eventi del secolo precedente. Non credo, cioè, che nella disputa di Rosano si debbano già vedere le caratteristiche dei processi dell’Inquisizione tardo medievale e moderna, articolati su un rigido schema di domande e basati su una veritas precostituita ed inattaccabile18; in maniera più cauta e per ciò stesso più attendibile, si può affermare che i giudici papali, redattori del nostro testimoniale, abbiano recepito alcune delle innovazioni contenute nelle decretali di Innocenzo III e che tali innovazioni si siano concretizzate nella forte presenza di articuli e nell’evidente importanza attribuita alla publica fama. Vediamo adesso alcuni esempi tratti dalle deposizioni che possediamo.

Croce con storie della Passione, Maestro di Rosano, all'interno del Monastero di Santa Maria

Quando il console di Figline, Arrighetto di Angaialo, dichiara che il conte ed i suoi avi <<esse et fuisse patronos monasterii de Rosano>> e che questa era <<publicam famam>>, subito gli viene chiesto che cosa sia la publica fama: <<Interrogatus quid sit publica fama dicit quod est communis vox hominum>>19. La medesima domanda è rivolta alla stragrande maggioranza dei testimoni, i quali danno risposte molto simili a quella di Arrighetto: per esempio, un tale Menco da Romena definisce la publica fama <<id quod publice homines dicunt>> e poi dichiara candidamente di aver appreso questa definizione <<a quodam iudice comitis>>20; Alcherino da Alpignano dice <<quod publica fama est, id quod publice dicitur>>21, mentre leggermente più preciso è quanto afferma Acerbo da Monte di Croce: <<publica fama est id quod publice dicitur ab hominibus et mulieribus>>, frase che, come egli stesso ammette, gli è stata insegnata (<<et de hoc fuit monitus et doctus ut ita diceret de publica fama>>22). Anche altri sono stati istruiti: si veda la deposizione di Tignoso da Monte di Croce, che <<Interrogatus quid sit publica fama, dixit quod tota terra dicit; et hoc didicit a iudicibus, apud Burgum Sanctii Laurentii>>23.

Gli stralci delle deposizioni che ho ora riportato mostrano non solo l’importanza assunta dalla publica fama, ma costituiscono anche un caso particolare del più generale rafforzamento dei meccanismi con cui si accerta e si approfondisce quello che il teste dichiara, o, in altri termini, degli articuli di inchiesta. Infatti, non si chiede solo una definizione di publica fama, ma anche di patronus: nella deposizione di Guelfo di Rondinaia leggiamo: <<Interrogatus quid sit dicere patronus, respondit: defensor>>24, mentre più articolata è la risposta del converso Ugolino, il quale <<dicit quod patronus est defensor et edificator>>25. Ancora diversa è la definizione di Ubaldino di Galiga: <<patronus est qui facit ecclesiam in suo et dat de suis>>26. Tornerò sulla questione del patronato nella prossima parte del mio intervento: per ora, mi preme rilevare come i giudici cerchino, con una certa regolarità ed insistenza, di chiarire la nozione di patronato ed il modo in cui la si è appresa.

Sempre in questa direzione vanno altre domande di cui le deposizioni recano l’impronta: dopo aver dichiarato che Rosano fa parte della corte di Monte di Croce, a Riccio (abitante del luogo e homo27 comitis) viene chiesto come fa a saperlo (<<Interrogatus quomodo sciret, dixit quod sunt cum illis de Monte Crucis ad datium, et cavalcatam et gonfalonem>>28) e domande analoghe possono essere riscontrate nella maggior parte delle testimonianze29. Ancora, è notevole il tentativo di accertare a quando risalgono i ricordi dei testi e di collocare nel tempo gli eventi: dopo aver giurato, ognuno dichiara la sua età e l’arco di tempo entro il quale sono avvenuti i fatti descritti; in alcuni casi si chiede con precisione una data , come è avvenuto ad un tale Gianni (<<Interrogatus quo tempore fuit facta predicta consecratio, respondit quod non recordatur>>30).

Gli esempi fatti finora, tra i molti che si potrebbero citare, mi sono serviti per inquadrare il testimoniale di Rosano nel più generale contesto del rafforzamento della giustizia papale e per evidenziare le logiche procedurali alla base dell’inchiesta. Ora, mi soffermerò più specificamente sull’oggetto della lite e sulla realtà che essa descrive (con particolare riferimento alla signoria, al patronato ed ai riti ad essi legati), per poi procedere all’analisi delle deposizioni.

Papa Innocenzo III

3.1 – Signoria, patronato e riti

Le prime tracce dell’esercizio di poteri signorili da parte dei Guidi risalgono all’XI secolo avanzato e, nonostante nel corso del tempo si affermi una maggiore varietà, le fonti indicano che l’amministrazione della giustizia rimase il principale ambito di applicazione di tali poteri, senza consistenti riferimenti all’imposizione di prelievi arbitrari che si stava affermando nel resto d’Europa31. Fin dall’inizio, però, il patronatus sugli enti ecclesiastici (con tutto ciò che esso comportava) fu una caratteristica eminente del potere dei Guidi, i quali, al pari di altre famiglie nobiliari, consideravano la protezione di chiese e monasteri una parte fondamentale delle loro politiche di coordinamento territoriale: come ha scritto G. Francesconi, <<Appare coerente che […] il patronato su un ente monastico, ed è il caso di Rosano, costituisse un importante centro di organizzazione del “consenso” e del potere>>, tanto più se si considera che <<il controllo su Rosano poteva giustificarsi con la necessità di garantirsi […] l’acquisizione di un importante centro di controllo del territorio […] in un’area, la Val di Sieve e il Valdarno superiore, di progressiva espansione>>32. Proprio la zona ad est di Firenze, infatti, era caratterizzata da una pronunciata concorrenza signorile, dovuta alla presenza di ricchi monasteri (in particolar modo nel Fiesolano) appartenenti alla congregazione dei Vallombrosani e (più raramente) a quella dei Camaldolesi33 e dalle via via crescenti aspirazioni sul contado da parte del comitatus Florentinorum.

In questo contesto, era di fondamentale importanza, per i Guidi, il controllo della curia castrense di Monte di Croce, <<il più importante caposaldo della famiglia nel territorio fiorentino-fiesolano>>34, dove la presenza del comitatus guidingo, nella persona di Guido IV, è documentata fin dal 109735: a vent’anni prima, inoltre, risalgono le attestazioni di consistenti interessi patrimoniali dei conti sul monastero di Rosano, la cui badessa, Berta, era figlia dello stesso Guido IV36. Cito questi dati perché l’ente monastico di cui ci occupiamo dipendeva direttamente dal vicecomitatus di Monte di Croce, che si occupava concretamente della difesa militare e dell’amministrazione della giustizia ed al quale le monache dovevano corrispondere il datium: proprio Monte di Croce venne sottoposto a ripetuti attacchi da parte dei Fiorentini, che riuscirono a distruggerlo nel 1154, senza però impedire che questo sopravvivesse come centro di una signoria territoriale guidinga37.

Nei primi anni del XIII secolo, quindi, quattro elementi (gli interessi patrimoniali, i legami famigliari, il controllo tramite Monte di Croce, il prelievo del datium) definivano la dipendenza di Santa Maria dalla signoria guidinga, una dipendenza assimilabile alla categoria del patronatus 38, a sua volta sostanziato da una serie di atti di reverenza e sottomissione compiuti da che vi era sottoposto; la loro ripetizione, la loro visibilità pubblica, il loro valore simbolico ne facevano a tutti gli effetti dei riti tramite i quali era rappresentato il potere signorile.

Prima di passare all’analisi delle deposizioni e delle ritualità da esse descritte, è necessario spendere ancora due parole sul motivo della lite; infatti, uno dei momenti in cui lo ius patronatus veniva concretamente esercitato era quello dell’elezione della badessa, poiché il patrono interveniva direttamente nella scelta, oppure si limitava a dare la propria approvazione alla neoeletta. Nella disputa in esame, Agata aveva ottenuto la nomina sine consensu comitis e per di più senza che il seggio abbaziale fosse effettivamente vacante39; furono questi gli elementi in base ai quali i Guidi giudicarono violati i loro diritti di patronato, diritti dei quali la comunità monastica, per difendersi, dovette negare l’esistenza40. I testi favorevoli alla famiglia comitale, quindi, descrivono con dovizia di particolari i riti con cui si rendeva visibile ed esplicita l’autorità dei patroni sul monastero; vediamone quindi alcuni esempi, nel tentativo, inoltre, di saldare il tema di questo paragrafo con quello della sezione precedente per ricavare una visione d’insieme del testimoniale di Rosano.

 3.2 – Le deposizioni

Ho scelto di concentrarmi su due testimonianze: quella di Beccamilio da Monte di Croce, un fidelis del conte, e quella di Sofia, badessa di Pratovecchio. La deposizione di Beccamilio è, da un lato, particolarmente ricca e articolata, ma dall’altro insiste su temi ricorrenti in molte dichiarazioni e quindi l’ho scelta anche per la sua “rappresentatività” dell’intero testimoniale (ed è questa la ragione per cui la tratto per prima). La deposizione di Sofia, invece, ha un’importanza intrinseca (la badessa di Pratovecchio, per ragioni che cercherò di chiarire, ha un ruolo centrale nella vicenda) e, dal punto di vista testuale, è una delle testimonianze meno stereotipate. Vediamo, dunque, quanto dice Beccamilio:

42. Beccamilio de Monte Crucis iuratus dixit quod est L annorum et recordatur de XL annis. Et dicit quod est fidelis comitis et sacramento fidelitatis ei tenetur. Et dicit quod alia vice iuravit, pro causa ista, coram priore Camaldulensi et abbate Vallisumbrose. Et dicit quod, ex quo recordatur, vidit comitem Guidonem et dominam Sofiam abbatissam, et comitissam Agnessam et comitissam Gualdradam hospitari et recipi et habitari, quando placebat eis, apud Rosanum, in domo presertim interiori, in qua modo est domina comitissa, in pace et quiete (1); et de rebus monasterii recipiebant et dabant eis moniales, sine ulla vi et molestia (2). Idem dicit quod, quando ibant vicecomites de Monte Crucis ad Rosanum, recipiebantur honorifice ab abbatissa et monialibus (3). Et dicit quod Rosanum est de curte et districtu Montis Crucis. Interrogatus quomodo sciat, dicit quod, quando colligunt datium (4) illi de Monte Crucis per curiam et districtum eorum, colligunt similiter de Rosano, et quando vadunt in hostem, illi de Rosano vadunt cum eis […]. Et dicit quod, ex quo recordatur, audivit publice dici a multis, in partibus illis, quod comes Guido est patronus et dominus monasterii de Rosano. Interrogatus quid sit patronus quod is qui donat ecclesie de suis in consecratione, et beneficit ei. Item dicit quod, ex quo recordatur, audivit dici quod comes Guido fecit mutari monasterium de Rosano de loco in quo erat in illum locum in quo modo est. Et audivit dici quod comitissa Imillia fecit consecrari monasterium de Rosano a tribus episcopis, Fesulano, Aretino et Senensi. Et dicit quod comes Guido dedit ei possessiones, et comitissa Imilia dedit tantum argentum unde fecit calicem et turibulum41(5). Item dicit quod, ex quo recordatur, audivit dici quod domina Sofia, abbatisa Prati Veteris, misit pro abatisa in monasterio de Rosano filiam Catinacii. Et, ea mortua, dicit se audisse quod duo filiorum Rodulfi42 iverunt ad Pratum Vetus, pro impetrando consensu domine Sofie abbatisse ad hoc ut Teodora esset abbatisa de Rosano; et inpetraverunt. Et dicit quod, tempore ipsius abbatise Tedore, cum hic testis ivisset ad Pratum vetus, Sofia abbatisa quaesivit ab eo si habebat equum; cum iste respondisset, incontinenti misit abbatisa presbitero Spinello de Popio et Guilelmo de Cietica. Et ipse testis una cum eis cum abbatisa Sofia ad Rosanum, secreto. Et cum venissent ad portam monasterii, abbatisa de Rosano cum monialibus exierunt obviam abbatise Sofie et salutaverunt eam. Et ipsa respondit eis: “Ego non saluto vos, quia pessime mulieres estis et male fame, et vituperatis domum meam”. Et ipse responderunt ei: “Si nos malefecimus, emendabimus ad preceptum vestrum”, et nominatim Angelica (6).  Et sic fecit ibi moram abbatisa Sofia, per tres dies (7); et steterunt omnes ad mandatum suum; et ordinavit domum et familiam totam. Et dicit quod sepe audivit in ecclesia de Rosano, cum cantabatur missa, quod sacerdos dicebat ad populum ut orarent ad Deum pro animabus mortuorum de domo comitis, tamquam pro patronis et dominis (8). Item dicit quod, quando Florentini habuerunt guerram cum comite43, homines comitis de Rosano iverunt ad habitandum ad Montem Crucis, se vidente; […] Item dicit quod, quando comes Guido et abbatissa Sofia ceperunt hedificare castrum Montis Rotundi (9), abbatissa de Rosano misit culcitram et mantile vicecomiti comitis, Iohanni videlicet de Galliano (10); et, isto teste presente, mittebat farinam et frumentum (11). Et cum abbatissa Sofia esset apud Montem Rotundum, abbatissa Tedora de Rosano, cum duabus monialibus, venit ad eam: et fuerunt secum per unum diem et noctem. Et postea vidit quod dicta abbatissa Tedora misit XVI paria boum pro portandis travibus ad Montem Rotundum, pro palatio comitis (12). De omnibus aliis […] nichil44.

Dalla testimonianza di Beccamilio si evince chiaramente come la <<ritualizzazione dell’ospitalità da riservare alla famiglia patronale>> sia una <<componente peraltro fondante della relazione di fidelitas definita come albergaria>>45. Lo ius patronatus si concretizza nella possibilità per il conte Guido, per sua moglie (la prima fu Agnese e la seconda Gualdrada), per la badessa di Pratovecchio Sofia (figlia di Guido V Guerra e di Imillia) e quindi, in definitiva, per tutta la famiglia comitale di essere accolti e di fare sosta nel monastero (punti 1, 3 e 7); l’ospitalità è resa pubblica e visibile attraverso la sua ritualizzazione, che emerge chiaramente anche da altre deposizioni. Tra queste, merita una menzione quella di Aconcio da Bisastraco, il quale dichiarò che <<se vidente, cum comitisse vadunt ad Rosanum, moniales exeunt eis obviam usque ad Arnum, et honorifice recipiunt eas>>46, descrivendo quindi l’esistenza di atti simbolici ripetuti tramite cui il diritto di albergaria è ritualizzato, il patronato riconosciuto ed accettato.

Come già detto, questi atti devono essere visibili e saldarsi nella memoria collettiva della comunità (creando, quindi, la publica fama): Wickham47 ha attribuito grande importanza alla violenta risposta che Sofia dà alle monache di Rosano (punto 6), notando come la sottomissione di queste ultime dovesse costituire la prova inequivocabile e riconoscibile dell’esistenza di un legame di dipendenza.

Altro aspetto caratteristico del patronato, oltre alla riscossione del datium (punto 4) è il prelievo di beni e la loro donazione (punti 2, 5, 10 e 11), tanto più significativa, quest’ultima, quando riguarda oggetti preziosi come il calice ed il turibulum. Ancora, è rilevante la collaborazione tra monastero e famiglia comitale nel momento in cui si rende necessaria la costruzione di un castrum, nella fattispecie quello di Monte Rotondo (punti 9 e 12): l’hedificatio, infatti, era un’altra prerogativa tipica delle famiglie patronali48. Grande valore simbolico, infine, aveva l’elevazione di preghiere per i morti della famiglia del conte richiesta dal sacerdos al populus, poiché si trattava di un atto pubblico rivolto al soggetto che (conviene ribadirlo) era il depositario della publica fama (punto 8).

Passiamo ora alla deposizione di Sofia, la badessa di Pratovecchio: come ho già accennato, ritengo sia utile, in conclusione di questo intervento, leggere ampi stralci della sua testimonianza per comprendere la sua importanza nella vicenda e, soprattutto, sottolineare altri elementi della realtà descritta nelle sue parole:

24. Domina Sofia, abatissa de Pratovecchio, iurata dixit et dicit quod est LXXX annorum et plus, et recordatur de destructione Fesularum49[49] […]; unde, quamvis dicerent quod ipsa eligeretur in abatissam, placuit matri sue comitisse Imillie et amicis suis ut alia preponeretur domui de Rosano, vice huius, usque ista esset idonea; et preposita est quedam que erat magistra huius testis, et vocabatur Matelda (1). Procedente tempore, domina comitissa Imillia, mater huius, voluit monacare hanc testem, filiam suam […] et, convocatis episcopis, propositum fuit comitisse, ex parte Matilde et monialium, ut faceret monasterium de Rosano consecrari, quod et factum est; et, ipsa die consecrationis, cantato evangelio, accepit velum hec testis inclinans se altari, de ispo altari accepit velum, manibus suis, et imposuit sibi, dicens: <<Nolo quod vos, episcopi, imponatis mihi, sed egomet trado me Domino meo Ihesu Christo>>; et ipsi episcopi mox cantaverunt: <<Veni electa mea>> (2) […]. Et dicit quod sepe moniales de Pratovechio mittebant ad Rosanum de illis, et illas de Rosano faciebant venire ad Pratovechio, pro voluntate sua. Interrogata quare permittebat esse in abitu nigro, dicit quod quedam portabant album; sed ita aborrebant esse sub ordine Camaldulensi quod, sine multo scandalo, non poterat eas ad hoc inducere, ideoque permittebat eis (3). Et dicit pertinere iuspatronatus monasterii de Rosano ad comitem Guidonem, quia est in terra sua, et quia fecit consecrari ecclesiam, et quia dedit dotem. Et etiam in privilegiis inperatorum habent (4). Et dicit firmiter quod mater sua et ipsa pro comitatu, et frater suus et iste comes et uxores comitisse ita libere hospitabantur et recipiebantur et habitabant apud monasterium de Rosano, in domibus, intus et extra […] sicut placebat eis, sicut in domibus propriis (5). Interrogata si scandalizabantur moniales, dicit quod non tale scandalum quod inde irascerentur, immo quedam letabantur, quia beneficiebat eis. Interrogata si episcopus Fesolanus consuevit confirmare abatissam de Rosano, respondit: numquam, quod ipsa audierit vel scierit (6) […]. De aliis, nichil50.

La testimonianza di Sofia è per noi di particolare interesse: a livello generale, costituisce un esempio del modo in cui una famiglia nobiliare nel XII secolo collocasse i propri membri femminili in monasteri, nell’ambito di quella politica di coordinamento territoriale e di “organizzazione del consenso” all’interno della signoria (punto 1)51; ancora, è notevole come Sofia rivendichi la propria superiorità nei confronti del clero secolare, una superiorità pretesa, presumibilmente, in nome della sua appartenenza alla famiglia comitale: prende da sé il velo (punto 2) e nega che il vescovo di Fiesole debba confermare l’elezione della badessa di Rosano (lasciando intendere che questa funzione spetti solo a lei e ai Guidi in generale: è il punto 6). Sofia è domina anche nella misura in cui permette alle monache di portare l’abito nero delle benedettine regolari, quando invece le benedettine camaldolesi (ordine al quale il monastero di San Giovanni Evangelista di Pratovecchio apparteneva ed appartiene tutt’ora) avrebbero dovuto indossare quallo bianco, alla stregua dei maschi52.

Inoltre, Sofia ribadisce alcuni aspetti dello ius patronatus dei Guidi su Rosano: si trova nella terra del conte, è stato consacrato ed ha ricevuto una dote. A questi elementi aggiunge le concessioni fatte dagli imperatori Federico I ed Enrico VI, rispettivamente nel 1164 e nel 1191 (punto 4)53. Sotto il profilo della ritualizzazione dell’ospitalità, ritengo sia molto rilevante l’insistenza con la quale Sofia (o almeno, questa è l’impressione che si ricava dal modo in cui i giudici ne hanno trascritto la deposizione) parla dell’albergaria come prova visibile del legame di fidelitas: l’uso degli avverbi (<<firmiter>>, <<libere>>), l’accavallarsi dei verbi (<<hospitabantur et recipiebantur et habitabant>>), l’aggiunta di precisazioni (<<intus et extra>>), addirittura un’anafora (<<sicut…sicut>>) sono altrettanti espedienti retorici volti a rafforzare il concetto espresso (punto 5). Non possiamo sapere in che misura siano propri del discorso di Sofia e in che misura, invece, siano dovuti a chi ha riportato per iscritto le parole della badessa; questo, però, non inficia il dato di fondo per cui l’ospitalità (e la libertà con cui i Guidi avrebbero potuto disporre di essa) rimaneva uno dei segni visibili del patronatus.

di Lorenzo Tabarrini


1 La più recente edizione dei documenti (fornita inoltre di un’ampia introduzione) è costituita da BAGNAI LOSACCO 2010, ma si veda anche STRÁ 1982.

2 Nove di queste deposizioni si trovano nell’Archivio di Stato di Firenze (d’ora in poi ASF), Diplomatico San Giovanni Evangelista di Pratovecchio (d’ora in poi Dipl. Pratovecchio), normali, a. 1269; altre 57 sono invece in ASF, Dipl. Pratovecchio, a quaderno, a. 1203-1204. Esiste poi un altro esemplare di quest’ultimo volumen, che contiene ventinove deposizioni già presenti nel primo fascicolo cui se ne aggiunge una nuova, quella di un tale Balione de Gondolame.

3 Archivio di Stato di Pisa, Diplomatico San Michele di Pisa, XII secolo.

4 ASF, Dipl. Pratovecchio, normali, 5 agosto 1204. <<Restitutio>> deve essere inteso nel senso di <<reintegrazione>> di beni e persone indebitamente sottratti.

5 Conservata presso l’Archivio Segreto Vaticano, può essere letta in DIE REGISTER INNOCENZ’ III 1997, n. 176, p. 312.

6 Archivio del monastero di Rosano, XIII, n. 103, 28 febbraio 1208; l’espressione <<Ad cautelam>> si riferisce ad un documento non necessario, ma prodotto a scopo precauzionale. Cfr il sito Legal Latin Phrases (http://latin.topword.net/?Legal=21).

7 L’esito della vertenza è stato oggetto di interpretazioni discordanti: il primo editore dell’instrumentum restitutionis, Luigi Passerini, riteneva che questo documento attestasse l’assoluzione del monastero dal patronato dei Guidi (Vd. PASSERINI 1876, pp. 3-4) e una conclusione analoga è riscontrabile in STRÁ 1982, pp. 237-238. Solo Bagnai Losacco ha sottoposto questa tesi ad una critica accurata (Vd. BAGNAI LOSACCO 2010, da p. XXXVI a p. XXXVIII).

8 Vd. nota 5.

9 Vd. BAGNAI LOSACCO 2010, p. XXXVIII.

10 Vd. nota 6.

11 Vd. BAGNAI LOSACCO 2010, doc. IV, pp. 79-80: <<Licet causa predicta et controversia amicabiliter esset terminata et sopita>>.

12 Per esempio, la nozione di fama è presente nelle deposizioni testimoniali contro l’abate Uberto di S. Michele di Passignano (ASF, Dipl. Passignano, 1204, f. 7938), oppure nelle testimonianze raccolte dal visconte dell’arcivescovo di Pisa sui confini tra Rosignano e Castiglioncello (vd. SCALFATI 2006, a. 1185, p. 219 ss.).

13 Utilizzo due volte il termine comitatus in maniera voluta; sembra, infatti, che all’indomani della formazione della Lega di Tuscia (1197-1198) i contemporanei non cogliessero <<oggettivi elementi di distinzione>> (cit. COLLAVINI 2003, p.1) tra i comitatus riconosciuti ai principali membri della Lega e che le caratteristiche più o meno “urbane” di tali comitatus avessero un’importanza secondaria. “Città” e “campagna” sono i  termini di una coppia oppositiva scontata per la mentalità contemporanea, ma fuorviante se applicata con troppa facilità al XII secolo. Sul problema, cfr. anche MAIRE VIGUER 2003 e CHITTOLINI 1990 (questo articolo, pur riferito ad un’area e ad un periodo diversi da quello in esame, contiene utili indicazioni per affrontare la questione).

14 Cfr. WICKHAM 2000, p. 365 ss.

15 Nonostante si tratti di un’opera datata e, in alcuni suoi aspetti, superata, ritengo sia ancora utile la lettura di GRUNDMANN 1970 per inquadrare i tratti caratteristici del pontificato innocenziano. Un aggiornamento su alcuni temi affrontati da Grundmann è costituito da MERLO 2008.

16 Cfr. VALLERANI, Modelli, 2004 e ID., I fatti, 2001.

17 Cfr. VALLERANI, La giustizia, 2005, in particolare pp. 20-22 e 34-36.

18 Il saggio di C. Ginzburg sul processo per stregoneria intentato ad una donna del modenese, Chiara Signorini, nella prima metà del XVI sec., costituisce (nonostante tratti di un periodo del tutto diverso dal nostro) un utile termine di confronto per comprendere quanto fossero inattaccabili  i capi di accusa nei processi per Inquisizione. Vd. GINZBURG 1986, Stregoneria e pietà popolare, pp. 3-28.

19Cit. BAGNAI LOSACCO 2010, deposizione di Righettus de Fighine, teste n. 3, p. 11.

20 Op. cit., deposizione di Menco de Romena, teste n. 11, p. 20.

21 Op. cit., deposizone di Alcherinus de Alpignano, teste n. 15, p. 22.

22 Op. cit., deposizione di Acerbus de Monte Crucis, teste n. 46, p. 43.

23 Op. cit., deposizione di Tigniosus de Monte Crucis, teste n. 45, p. 42.

24 Op. cit., deposizione di Guelfo de la Rondinaia, teste n. 19, p. 24.

25 Op. cit., deposizione di Ugolinus, conversus hospitalis de Girone, teste n. 51, p. 45.

26 Op. cit., deposizione di Ubaldinus de Galiga, teste n. 56, p. 47.

27 Per il significato di questi ed altri termini relativi ai legami di dipendenza, cfr. COLLAVINI 1998.

28 Cit. BAGNAI LOSACCO 2010, deposizione di Ricio de Monte Crucis, teste n. 62, p. 50.

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29 Per esempio, sempre nella deposizione di Ubaldino di Galiga (vd. nota 26) leggiamo, dopo la definizione data dal teste di patronus: <<Interrogatus quomodo hoc scit, dicit quod, postquam venit Lucam, doctus est, et ante aliquid sciebat>> (op. cit., pp. 47-48).

30 Op. cit., deposizione di Gyanni de Fancola de Ronane, teste n. 27, p. 29.

31 Vd. COLLAVINI 2003, p. 3 ss. e WICKHAM 1996.

32 Cit. FRANCESCONI 2001, p. 8.

33 Cfr. WICKHAM 2000, p. 369.

34 Cit. FRANCESCONI 2001, p.8.

35 ASF, Dipl. Pistoia, luglio 1097.

36 STRÀ 1982, n. 9, 13 aprile 1075.

37 Cfr. NELLI 1985, pp. 4-6.

38 Riporto di seguito la definizione di patronus contenuta in DU CANGE 1883-1887 (http://ducange.enc.sorbonne.fr/): <<Qui alicujus ecclesiæ exstruendæ, aut alterius cujuscumque fundationis ecclesiasticæ auctor est>>.

39 La badessa Teodora, infatti, era ancora in vita: si veda, per esempio, la deposizione della monaca Agnese (BAGNAI LOSACCO 2010, deposizione di Agnessa, monialis qui fuit de Rosano, teste n. 26, pp. 28-29).

40 Su questo possiamo farci un’idea forzatamente incompleta, dal momento che la nostra documentazione non comprende le deposizioni favorevoli alla comunità monastica (cfr. supra, p.1); tuttavia, la stragrande maggioranza dei testi di parte guidinga insiste sul fatto che le monache avevano sempre riconosciuto, e non solamente subito, il patronato della famiglia comitale (cfr. BAGNAI LOSACCO, p. XXVIII), patronato che, evidentemente, nell’ambito del processo, la comunità di Santa Maria tendeva a disconoscere.

41 Vd. DU CANGE 1883-1887: <<Vas, in quo thus reponitur>>.

42 Si tratta della famiglia dei Firidolfi. Cfr. CORTESE 2000.

43 La zona di Rosano fu oggetto delle mire espansionistiche dei Fiorentini a partire dalla metà del XII secolo e il monastero fu devastato nel 1143. Vi furono poi vari tentativi di ingerenza da parte del comitatus dei Fiorentini e, in generale, varie offensive militari. Cfr. BAGNAI LOSACCO, p. 7, nota 11.

44 Cit. BAGNAI LOSACCO 2010, deposizione di Beccamilio de Monte Crucis, teste n. 42, pp. 39-40.

45 Cit. FRANCESCONI 2001, p. 12.

46 Cit. BAGNAI LOSACCO 2010, deposizione di Aconcius de Bisastraco, teste n. 10, pp. 19-20.

47 Vd. WICKHAM 2000, p. 477 ss.

48 Si ricordi che Ugolino aveva definito il patrono <<defensor et edificator>> (vd. p. 5).

49 Avvenuta nel 1125. Vd. BAGNAI LOSACCO 2010, p. 25, nota 75.

50 Cit. BAGNAI LOSACCO 2010, deposizione di Domina Sofia, abatissa de Pratovecchio, teste n. 24, pp. 25-27.

51 Vd. supra, p. 6.

52 Vd. il sito http://www.araldicavaticana.com/.

53 Ed. in KÖLZER 2003, pp. 81-90.

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