Arts and Culture Magazine

La fuga in Egitto

1 ottobre 2012 by Redazione
Il racconto evangelico di una delle più celebri fughe verso la salvezza interpretato dal sublime pennello di Annibale Carracci, il grande pittore che da secoli, insieme con molti altri, dà lustro alla città di Bologna. Un quadro di grande quiete ricco di stravolgimenti per tutta l’arte successiva.

«Giuseppe si alzò, di notte prese con sé il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto. E vi rimase fino a quando non morì il re Erode. Così realizzò quel che il Signore aveva detto per mezzo del profeta Osea: “Ho chiamato mio figlio dall’Egitto”» (Mt. 2, 14-15)

La fuga in Egitto è un dipinto olio su tela di Annibale Carracci che risale al 1603-04 ca. ed è oggi conservato alla galleria romana Doria Pamphilj. Originariamente concepito per decorare la cappella del palazzo vescovile, poi distrutto, che Pietro Aldobrandini, nipote di Clemente VIII, aveva ottenuto nel 1601, apparteneva insieme ad altre cinque tele ad un ciclo di opere di argomento biblico comprendente anche: La deposizione, L’assunzione, La visitazione, L’adorazione dei pastori e L’adorazione dei Magi.

Quanto all’attribuzione, vi sono opinioni discordanti. La maggior parte degli studiosi ritiene che quest’opera e parte della Deposizione siano state dipinte dal solo Annibale, mentre tutte le altre dai suoi discepoli sotto l’egida di Francesco Albani. A favore di quest’ultima tesi si pongono la malattia del Carracci proprio nel 1605 e gli attestati di pagamento ad Albani in quegli stessi anni. Ma una partecipazione degli assistenti sempre più consistente nelle sue opere si può spiegare anche con il nuovo modo di lavorare portato avanti dall’autore, che affidava compiti importanti agli allievi migliori. Per quanto riguarda eventuali collaborazioni, lo studioso Spear nota nella Fuga in Egitto una partecipazione di Domenichino nel gruppo della Madonna col Bambino, ipotesi per alcuni improbabile, ma non impossibile, visto che entrambi in quegli anni lavoravano a Roma. Recentemente l’opera ha subito diversi interventi di restauro da parte di Carlo Giantomassi e Donatella Zari.

La rappresentazione porta in primo piano le tre figure sacre di Gesù bambino, Maria e Giuseppe, in fuga verso l’Egitto dalle persecuzioni contro tutti i bambini che il re Erode, nell’intento di trovare quello che, secondo lui, ne avrebbe minacciato il trono, compiva in Giudea, perpetrando la cosiddetta “strage degli innocenti”. Sullo sfondo si alternano la natura, l’uomo ed il suo mondo; un fiume sul quale passa un umile barcaiolo, fiume il cui placido scorrere viene a tratti interrotto dal volo dei gabbiani; una collina punteggiata da due o tre contadini e svariati alberi; infine, al centro, una città come tante, ma che sempre possiede quell’aria di tranquillità ed equilibrio tipica del Classicismo. Il tutto è cinto ai lati da due alberi che, tecnicamente definiti respingenti, definiscono il limite dell’inquadratura (convogliando il più possibile al centro lo sguardo dello spettatore) e chiuso sullo sfondo da un paesaggio naturale che con la sua semplicità, fatta di montagne e nuvole, va a completarne l’equilibrio.

Per venire ora ai modi della rappresentazione, è facile notare quegli elementi che esaltano il classicismo del più dotato tra i Carracci. La chiarezza e l’immediatezza del linguaggio, nonché la riconoscibilità del soggetto sono una delle principali caratteristiche di questo stile. Risalta inoltre chiaramente tutta l’attenzione per il disegno, per la prospettiva e la correttezza “formale” dell’opera. Ma, in questo senso, è impossibile non notare come in realtà le figure sacre dei protagonisti diventino quasi accessorie nonostante siano in primo piano: è la natura a prevalere, il paesaggio a farla da padrone, in parte per la collocazione originaria, per la quale il dipinto doveva apparire un po’ come una finestra sulla campagna romana, in parte per le influenze tipiche dei classicisti, sempre alla ricerca di quel vero idealizzato tra veneziano e romano, tra Giorgione (e poi Tiziano) e Raffaello, che ne soddisfasse pienamente il gusto. La campagna alle spalle dei protagonisti pare proprio quella veneta, con la sua forza e i suoi colori, ma l’impostazione della figura risulta ancora vicina ai modelli rinascimentali romani e fiorentini. Certo è che questa è un’arte che si contrappone totalmente a tendenze come quella manierista, fin troppo elitaria e “concettosa”, per avvalersi di un termine più proprio al successivo barocco. In quest’opera si può vedere l’approccio concreto alla rappresentazione della figura umana da parte di un artista a suo modo ancora rinascimentale e sensibile alla lezione pittorica romana, insieme con l’attenzione alla natura di un veneziano: non a caso l’Emilia, colta terra di confine tra i fulgori di due diversi modi di intendere la pittura, fu sintesi quasi hegeliana dei pregi d’entrambe le lezioni. Tutto dunque è estremamente ponderato, anche nella distribuzione dei singoli soggetti, ed ogni singolo elemento è calibrato in base alle diagonali del dipinto.

Uno dei tanti confronti possibili è quello con lo stesso episodio biblico visto da Adam Elsheimer (1609), pittore d’origine tedesca, attivo per la maggior parte del tempo a Roma. Si può subito notare immediatamente come pittori del calibro di Tiziano, Tintoretto e Paolo Veronese (il quale peraltro intorno al 1580 si era cimentato in un Riposo durante la fuga in Egitto) abbiano influenzato tutta l’arte a loro successiva: anche qui la natura è dominante, i personaggi sono in primo piano, ma leggermente sfumati dalla luce particolare proveniente dal falò a sinistra, dalla luna a destra e dalla torcia che Giuseppe tiene in mano. Le differenze nella rappresentazione del contesto scenografico, però, sono evidenti: Carracci si assesta su tinte pastello, talvolta più armoniche di quelle di Raffaello, mentre Elsheimer non rinnega un certo qual manierismo ed anzi fa di quelle atmosfere strane, surreali (in questo caso anche incorniciate dalla prima Via Lattea della storia dell’arte), talvolta disturbanti, uno dei suoi punti di forza. La stessa natura circostante, di cui si parlava poc’anzi, ha quel qualcosa di più “inquietante”, di più irreale e decisamente meno idealizzato rispetto all’equilibrio di Annibale.

Utile può risultare anche il raffronto con lo stesso tema nell’opera di Jacopo Robusti, detto il Tintoretto, il quale vi si cimentò tra il 1582 e il 1587 con una tela oggi conservata alla Scuola Grande di San Rocco a Venezia. Nel dipinto di Robusti le figure sono spostate di lato, a sinistra, ma sono comunque più “centrali”, se così si può dire, rispetto alla rappresentazione del Carracci. Anche qui la natura è diversa, è una natura più rigogliosa, meno idealizzata, che non segue i canoni “belloriani” come quella di Annibale, e dove la strada che si apre davanti ai protagonisti non è certo il paesaggio “simil-veneziano” della prima opera, ma un impervio tragitto certo più impegnativo; in Carracci, poi, lo spazio risulta aperto ed arioso, in Tintoretto quasi chiuso ed opprimente. A tal proposito, vale la pena ricordare al lettore come per i classicisti la natura dovesse essere verosimile, ma non necessariamente realistica (nel senso più crudo e caravaggesco del termine), ricercando anzi la perfezione nel rispecchiare le idee umane. Gli alberi perfetti, la vita in fermento e la precisione di ogni elemento naturale sono solo alcune delle caratteristiche che confermano questo modo di vedere il mondo e, di conseguenza, l’arte che lo rappresenta.

In conclusione, possiamo osservare come questa tela di Annibale Carracci sia certo idealizzata e voglia rappresentare un ideale di perfezione, eppure non per questo risulti priva d’animo, lontana, araldica, e ciò grazie principalmente a questa sua atmosfera pacata e quasi trasognata, a questa arte sospesa tra Correggio, Tiziano e Raffaello. D’altronde, è stato sottolineato (Agucchi) come tra gli artisti tardo cinquecenteschi vi fossero coloro alteravano concettosamente la natura, coloro (pochi) che si limitavano a rappresentarla il più possibile così com’è senza alcuna idealizzazione (indecisi ancora tra posizioni prospettico-matematiche fine-quattrocentesche e naturalismi leonardeschi) e quelli che, come i classicisti, fecero della natura l’Idea della natura stessa.

Non v’è dubbio alcuno che questa sia un’opera importante, da molti considerata (insieme alla Tempesta di Giorgione) l’inizio della paesaggistica nell’arte italiana: certamente fu un punto di riferimento per tutti coloro che dopo il Carracci vollero rappresentare un racconto inserito in una cornice naturale (primi fra tutti Claude Lorrain e Nicolas Poussin), o un paesaggio come sfondo di un racconto, primo seme delle di lì a poco successive poesie pittoriche.

di Gabriele Raimondi

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Posted in: Arte, Opere |

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