Arts and Culture Magazine

La disumanizzazione dell’arte

28 aprile 2013 by Redazione
Il filosofo Ortega y Gasset relazionò per la prima volta l’arte alla sociologia, sviscerando i meccanismi che stanno dietro il successo popolare di un’opera. La sua grande ambizione era quella di riuscire a trovare la via per un’arte pura che, svuotata di tutto il patetico umano, riuscisse ugualmente a raggiungere le persone.

Nel 1925 il filosofo Ortega y Gasset scrisse un saggio critico dal titolo La disumanizzazione dell’arte incentrato sulle espressioni artistiche del primo Novecento, un periodo artistico confuso e innovativo che contrasta fortemente con le dinamiche del secolo anteriore: l’autore scavava nella terra di quella che era per lui la “nuova” arte con lo scopo di rivelarne le radici strutturali alla base, la metteva a confronto con la “vecchia” e analizzava poi la differente reazione del pubblico di fronte a queste: riflettendo così sull’arte dal punto di vista della sociologia, egli ebbe anche il merito di inaugurare un’inedita tipologia critica. José Ortega y Gasset – è bene ricordarlo – scriveva negli anni del tumulto avanguardista, nel pieno di una rivoluzione artistica nel cui polverone di nuove idee egli era completamente immerso e pertanto difficilmente gli sarebbe stato possibile cogliere appieno la sagoma di un movimento sviluppatosi sull’onda di una società in evoluzione: forse per questa ragione non riuscì mai a considerare queste nuove espressioni alla stregua di un necessario processo evolutivo, bensì unicamente come antitesi al vetusto e ben consolidato sistema artistico. Analizziamo dunque il cammino orteguiano e cerchiamo di tracciare le linee guida di un pensiero in fieri, innovativo e magmatico, ma proprio per questo ancora limitato e incompleto.

José Ortega y Gasset, La Disumanizzazione dell'Arte

«Si vive nella proporzione in cui si aspira a vivere di più; tutta l’ostinazione nel mantenerci dentro il nostro orizzonte abituale significa debolezza, decadenza delle energie vitali. L’orizzonte è una linea biologica, un organo vivo del nostro essere, ondeggia elastico quasi al ritmo del nostro respiro». Con queste parole, sembra in effetti che il filosofo spagnolo voglia farci una confessione per introdurre la sua personale concezione di arte, quella che solo alla fine riuscirà a rivelare come arte pura: ma cos’è un’arte “pura”? «L’ispirazione ad un’arte pura non è, come spesso si crede, una superbia ma, al contrario, una grande modestia. Allo svuotarsi del patetico dell’umano, l’arte passa ad esistere senza trascendenza alcuna, come arte appena, senza altra ispirazione»: è quindi un’arte non impregnata d’umanità, o meglio, non infetta dal sentimento dell’essere umano. Il filosofo tiene però a precisare che l’arte deve svelarsi dalla tradizione e che non può “creare dal nulla” in quanto deve essere ispirata: mantenersi “pura” significa anche non riferirsi esplicitamente a qualcosa, non alludere direttamente ad un mondo particolare (si ricordi che per il filosofo spagnolo l’arte è trascendente), ma consentire di ampliare gli abituali orizzonti della vita, guadagnando ogni volta una boccata d’aria fresca in più che questo «organo vivo del nostro essere» vuole respirare.

A questo punto la percezione della vita e la percezione artistica assumono una valenza sostanziale completamente differente tra di loro, tanto da essere del tutto incompatibili: invero, significano l’una vivere, l’altra contemplare. In cosa consiste questa netta distinzione? La scena che viene inizialmente proposta dal filosofo è piuttosto chiarificatrice: un uomo moribondo, vicino al cui letto sua moglie e un medico si prendono cura di lui, nel fondo della stanza altre due persone, un reporter e un pittore, assistono all’evolversi degli eventi. Tutti, direttamente o indirettamente, stanno condividendo questa esperienza ma secondo Ortega y Gasset per il pittore qualcosa cambia, in lui qualcosa si rompe: egli si ritrae in totale indifferenza e «la sua attitudine è puramente contemplativa, vuol dire che non la contempla nella sua integrità».

José Ortega y Gasset

Per il pittore o l’artista in genere, differente dalla moltitudine, è quindi da evitarsi la realtà vivida che «nella scala delle realtà possiede una peculiare supremazia che ci obbliga a considerarla come la realtà per eccellenza». Il pittore, di fatto impassibile alla scena d’agonia, sembra non appartenere alla realtà dell’essere umano: è suo compito infatti dipingere un oggetto esteticamente valido che non sia una rappresentazione passionale dei sentimenti “terrestri”. L’arte, secondo il filosofo madrileno, non deve vivere, non deve soffrire e non deve sorridere: l’arte deve affondare nell’animo artistico delle persone e garantire loro un piacere interiore che oltrepassi le barriere dei reali orizzonti quotidiani. La chiave di lettura di questo fenomeno si chiama volontà di stile. Lo stile è per sua natura lontano dalla realtà e la volontà di una persona di stilizzare implica la volontà di rappresentare quel che i sensi percepiscono in maniera del tutto personale: quanto più lo stile arriva ad essere nullo, come nel caso dei vari Dickens, Lucas, Sorolla, Galdos, tanto più l’arte arriva vicino alla vita e lontano da quella cosiddetta “purezza” precedentemente discussa.

Quando si parla di Romanticismo e Naturalismo, per Ortega y Gasset si intende un’arte impura che affonda le sue radici comuni nel Realismo: gli artisti riducevano ai minimi termini gli elementi estetici per rappresentare la realtà naturale, umana, nota e di conseguenza le opere assumevano valore nel loro essere intrinsecamente immerse nella realtà, ancora e sempre prigioniere del mondo della prospettiva. Per questa ragione al popolo piaceva quest’arte, perché vi si vedeva riflesso e integrato, e magari a tratti migliorato; il popolo poteva osservare un quadro e restarne estremamente soddisfatto poiché constatava che la sua vita, lì rappresentata, aveva valore artistico ed era con quel pretesto ivi esposta: era, in definitiva, un’arte popolare. L’arte visuale, da Giotto (o meglio, da Alberti) fino alla fine del XIX secolo è una conquista graduale dell’immagine esatta della realtà dei sensi, è un’arte umana. Vi fu poi un’invenzione che riuscì finalmente a fare ciò che l’arte si era prefissa di fare: la fotografia. La fotografia consente di cogliere esattamente la realtà prospettica dell’occhio così come questa appare, pertanto il fare artistico abbandona questa strada per cercarne un’altra nuova e inesplorata da percorrere. Eccoci così approdare al XX secolo, alle avanguardie ed al giovane spirito vitale nati in contrapposizione alle espressioni e ai canoni del secolo precedente: dopo più di quattrocento anni di prigionia prospettica, era finalmente possibile rivoluzionare la propria identità allontanandosi finalmente dalla realtà per eccellenza.

In termini generali, l’arte di inizio Novecento abbandona l’imitazione dell’uomo e della sua vita per rappresentare idee più concettuali, “disumanizzando” l’arte, portandola lontano dal mondo dell’essere umano. Un’arte che pretende di essere solo “Arte per l’Arte”, senza passionali finalità “terrestri”. Dunque quest’arte giovane, ribelle, animata, taglia i ponti con il passato negando la propria tradizione, estremizzando al punto da arrivare ad essere un gioco per intellettuali che possono percepirla e gustarla. Le forme astratte, le linee contorte, i colori improbabili estraniano l’uomo dal suo mondo abituale ed egli si ritrova sperduto in un universo molto più grande di come era solita essere la sua realtà, semplicemente composta di umane azioni e reazioni. L’arte poteva ora scherzare, poteva giocare con i propri concetti per divenire la lama che taglia la società in due parti distinte: la parte del popolo, la moltitudine che non la può comprendere, e la parte degli intellettuali o degli artisti che la possono apprezzare: Arte per Artisti.

Art for Art's Sake

D’altro canto il popolo, incapace a coglierne la sottigliezza e per questo sentendosi umiliato, finisce col detestarla e, per questo motivo, essa era ora definibile come “arte anti-popolare”. Si presti però attenzione al fatto che “anti-popolare” è ben diverso da “impopolare”: questo perché non è un’espressione che, una volta introdotta, necessita di tempo per arrivare al popolo e divenire di moda, ma nemmeno tenta di arrivare al volgo e resta accessibile solo a quel circolo elitario di persone che la ammirano per la sua forza concettuale. Questa è “arte disumanizzata”, che non parla dell’uomo e della sua vita, non è più un ritratto della realtà percepita, non è più mossa da una causa per arrivare ad un fine, ma è “artistica” nel senso in cui essa ambisce ad essere tale.

E’ poi possibile definire le tendenze della nuova arte, sempre secondo come le intende Ortega y Gasset, in questi punti: la disumanizzazione; l’evitare forme vive; arte per l’arte; l’arte come gioco; l’ironia essenziale; il disinteresse per la perizia tecnica; non trascendenza dell’arte. Si può dunque palesemente vedere come questa arte giovane sia in completo contrasto con la plurisecolare tradizione europea. Sembra quasi che questo novello impulso sia irritato, arrabbiato, che voglia liberarsi delle intransigenti e rigide regole del passato come un adolescente ribelle che fugge dai genitori in cerca di una propria identità personale lontano dal modello patriarcale. In effetti, secondo il filosofo, l’Europa di inizio Novecento vive “una fase di puerilità”, dove i valori della giovinezza trionfano sui valori della senilità: il culto del corpo sovrasta il culto dello spirito, ribaltando le linee forza generali. Una “nuova Europa” che, sull’onda delle invenzioni tecnologiche, scappa lontano quasi stesse soffrendo di claustrofobia, corre fin sui prati più aperti e liberi, rigettando nauseata il suo passato composto ed educato. Il secolo XIX fu un “secolo vecchio”, l’invecchiamento del corpo significava il raggiungimento della pienezza dello spirito: aborrendo questo, il nuovo spirito artistico fluido e vitale attingeva direttamente dall’arte primitiva europea e dall’arte esotica, concetti artistici ben liberi da misure serrate e metodologie a favore di una creazione spontanea e amorfa.

Eppure, «le cose si differenziano in ciò in cui esse si assomigliano» diceva Aristotele: ci sarà sempre un dato carattere comune dove gli opposti si possono incontrare per darsi la spinta repulsiva: la nuova arte può scappare lontano quanto vuole dalla vecchia arte, ma dovrà sempre fare i conti con la realtà, il nucleo base che le unisce. «Dove si grida non è vera scienza» sentenziava Leonardo, «neque lugere neque indignari, sed intelligere» raccomandava Spinoza: la nuova arte, conclude Ortega y Gasset, inveisce e scalpita con troppa ansia e irrequietezza per allontanarsi effettivamente, grida con troppa voce contro il suo passato per essere davvero efficace. La critica principale del filosofo spagnolo alla nuova arte riguarda principalmente la sua incapacità di produrre, fin a quel momento, qualcosa di sostanziale, il suo eccessivo elitarismo esclude il grande pubblico dal piacere dell’opera diventando anti-democratica. Infine, lapidario, egli si augura che col tempo essa «si accontenti di meno e accerti di più».

Ma forse quella ribellione – ecco il limite del pensiero orteguiano – quella drastica rottura era l’unica maniera per distanziarsi da un’eredità opprimente, soffocante; forse era la sola soluzione evolutiva che preparasse il terreno ad un avvenire più calmo e pacato, senza lapalissiani contrasti, al fine di poter in tranquillità percorrere la difficile strada verso “l’arte pura” (ammesso che se ne trovi la direzione), dove il gusto estetico brilla immanente e lascia la prepotente realtà nel mondo tangibile, andando democraticamente a toccare «l’artista che risiede in ognuno di noi».

di Daniele Franco

6

Tags: , , , , , , , , , , , ,

Posted in: Arte, Critica d'Arte |

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Follow

Get every new post on this blog delivered to your Inbox.

Join other followers:

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: