Arts and Culture Magazine

La danza incontra il cinema e ci emoziona: Pina Bausch vista da Wim Wenders

10 gennaio 2012 by Lady Lindy
Quando gli ultimi sviluppi del cinema ci possono regalare vere sorprese, e ci fanno scoprire la genialità della grande ballerina Pina Bausch.

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“Danziamo, danziamo, altrimenti siamo perduti”

Pina Bausch

Wim Wenders è un regista che ama rompere gli schemi, sulla scia del Nuovo Cinema Tedesco di cui fu rappresentante alla fine degli anni Sessanta. Con l’andare del tempo, e proseguendo per la sua strada, Wenders ha sempre più piegato i dettami originari di quello stile cinematografico alla sua personalità: molti temi sono caratteristici della sua filmografia, ad esempio il viaggio come strumento di ricerca e “movimento interiore” più che vero e proprio, i costanti riferimenti all’America, il gusto delle citazioni (influenzato da Godard, padre della Nouvelle Vague, nello stesso periodo del Nuovo Cinema Tedesco).  Wenders però trae ispirazione, nel suo discorso stilistico, dalle più diverse forme d’arte: è il caso, per esempio, della danza.

Il regista, infatti, ci regala un film-documentario travolgente su una delle figure più importanti e famose proprio della danza, Pina Bausch. Bello: ecco l’unico aggettivo che, in tutta la sua semplicità, sa descrivere perfettamente questo lavoro. Non si sarebbe potuto creare un tributo migliore per quell’ amica, conosciuta nel 1985 in occasione della rappresentazione di Café Müller , che riuscì ad estasiare il regista con un metodo straordinariamente nuovo. La collaborazione per questo film, iniziata nel 2008, aveva dovuto essere interrotta l’anno successivo dopo l’improvvisa morte di Pina. Grazie ai ballerini del Tanztheater di Wuppertal, che tenevano particolarmente a questo documentario e hanno convinto Wenders a continuare la produzione, possiamo vivere due ore buone cullandoci nelle fortissime emozioni di Pina-3D.

Innanzitutto è fondamentale chiarire l’importanza di Pina Bausch nella storia della danza e dello spettacolo: dopo una formazione ampia sia classica sia moderna, sotto la guida del coreografo Kurt Jooss, e un periodo di perfezionamento alla scuola Juilliard di New York negli anni ’60, la troviamo dal 1972 alla direzione artistica del Teatro Wuppertal. Con lei nasce un modo totalmente nuovo di intendere il balletto, che prende per la prima volta il nome, appunto, di Tanztheater (teatro-danza). Non si tratta né di danza in senso convenzionale, né di teatro, ma di un preciso progetto artistico che include elementi recitativi come la parola e la gestualità nel mondo della danza moderna. Una netta differenza, quindi, dalle radici della danza moderna come erano conosciute fino agli anni ’70, a partire da Isadora Duncan (molto più simili al ballet russo e francese). Anche i temi trattati da Pina, e soprattutto i metodi per costruire le coreografie, hanno il sapore dell’anticonformismo e dell’innovazione… da una parola o da un concetto, ad esempio “luna”, nasce un’intera pièce che si rinnova e si ripete in continuazione. L’esempio massimo è Café Müller (1978), primo caso di teatro-danza come critica asprissima al consumismo e ai mali della società moderna, ma possiamo citare anche altre splendide interpretazioni di grandi classici come Le Sacre du Printemps.

I ballerini di Pina Bausch non hanno la pretesa di insegnare nulla, ma fanno del loro movimento un’idea da comunicarci. Non esistono più mani, piedi, capelli, corpi, ma soltanto delle scintille non interamente umane che trasmettono prima di tutto a loro stesse, e poi al pubblico, la condizione umana, la limitatezza, la ricerca disperata di riprodurre in natura quello che è contro natura. Se ci si ragiona profondamente, il voler essere sempre qualcosa in più, superare noi stessi e  mostrarci agli altri per come siamo veramente è un desiderio innato e quasi doloroso nella sua grandezza, non solo per i ballerini ma anche – e qui sta il punto – per l’intera umanità. Le invenzioni della Bausch non vanno solo guardate, non bisogna solo ammirarle come si farebbe con un qualsiasi balletto: vanno capite, assorbite, fino ad arrivare al punto in cui ci si riconosce in esse.

Questo è l’elemento forte della coreografa tedesca: il saper ricreare nelle sue visioni il senso più profondo di quello che percepiva del mondo, usando quegli stessi occhi indagatori che sapevano leggere tanto bene nella testa dei suoi danzatori e collaboratori. E sono proprio loro, la compagnia, a omaggiare assieme al regista la loro direttrice: con toccanti testimonianze di un affetto maestra-allievo mai gridato, ma fortissimo, con coreografie create apposta per lei, con ricordi collettivi dei momenti più belli durante i backstage.

Il grande merito di questo documentario sta nell’aver prodotto un’opera d’arte costituita dall’arte stessa, una specie di formula “arte al quadrato” che amplifica a mille l’effetto d’insieme possibile in teatro. Aiutato dalla tecnica della stereoscopia, dal coinvolgimento del 3D, dalla meravigliosa colonna sonora, Wim Wenders distrugge la finitezza del palcoscenico e ci fa conoscere tutta la genialità di Pina Bausch, una donna che ha consacrato la vita all’arte dandole tutto e ricevendo a sua volta l’immortalità.

di Lady Lindy

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Posted in: Recensioni Film, Teatro - Danza |

2 Commenti a “La danza incontra il cinema e ci emoziona: Pina Bausch vista da Wim Wenders”

  1. […] vi linko il mio ultimo articolo su Clammmag, che parlerà di cinema e danza fusi assieme… sappiate che non leggere gli articoli di […]

  2. cescocesto scrive:

    mia mamma, dopo averlo visto qui a Livorno è pure andata (perdendosi, e quandomai) a Firenze per vederselo in 3D.

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