Arts and Culture Magazine

Kawabata, il vuoto e il senso dell’Oriente Estremo

1 aprile 2012 by Redazione
Nichilismo o poetica della sensazione? L’interrogativo occidentale sulle opere del premio Nobel giapponese Yasunari Kawabata.

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«[…] È stato detto che le mie opere sono nichiliste, ma la parola occidentale nichilismo non è appropriata. Penso che le basi spirituali siano diverse. […]». Così Yasunari Kawabata cercava di staccare dalla sua opera la scomoda etichetta del nichilismo occidentale quando, nel 1968, aveva raggiunto l’Europa per ricevere il Nobel. Era la prima volta che il Nobel veniva assegnato a un autore giapponese e fino a pochi anni prima molto poco delle millenarie letterature orientali era penetrato in Europa. Ma è un grande limite dell’Occidente la scarsa capacità di relazionarsi con forme estetiche che non si iscrivono nella logica convenzionale e un grande vizio, al contempo, il tentativo costante di ridurle forzatamente nel suo sistema di canoni.

Le opere di Kawabata sono infatti espressione di un sentimento che poco ha a che vedere con il nichilismo e che difficilmente il lettore occidentale riesce a definire con serenità. Da questa distonia culturale discende il comune pregiudizio secondo cui la letteratura nipponica in generale sia “difficile” e per lo più “incomprensibile”. Il punto è che il pubblico europeo si pone, quasi per formazione, in modo naturalmente analitico verso le opere e l’arte operando un processo interpretativo senza cui ogni forma di comprensione è, in genere, ritenuta impossibile. La letteratura dell’Oriente Estremo invece va compresa senza essere interpretata nella misura in cui ogni forma di “chirurgia letteraria” ha il solo esito di rendere indecifrabili queste opere: più si tenta di scomporle e riportarle a sistema, più esse divengono nebulose e sfuggenti. Ōe Kenzaburō, un’altro grande maestro giapponese, definisce questo aspetto essenziale della letteratura nipponica con il termine Yugen che, pur non avendo un corrispettivo esatto nelle lingue occidentali, può essere reso come “senso dell’oscuro, dell’ambiguo”. C’è sempre nella letteratura giapponese qualcosa che irrimediabilmente sfugge, un senso dell’effimero e del trascendente che può essere colto soltanto attraverso l’intuizione e che non si lascia in alcun modo ridurre ad una forma precisa. Kawabata fu, non a caso, durante la sua giovinezza uno dei maggiori esponenti della “Shinkankakuha”, la così detta “Scuola del Neo-Percezionismo”, un movimento d’avanguardia che poneva al centro della propria ricerca letteraria la rappresentazione della realtà attraverso la sensazione pura. Si tratta di una sperimentazione importante che attinge dalla tradizione più antica la materia necessaria per generare una forma completamente nuova di narrare (è, d’altro canto, un tratto peculiare del Giappone quello di ricostruirsi costantemente su se stesso).

Fu in questo contesto che, nel 1926, Kawabata pubblicò una raccolta di racconti dall’emblematico titolo Immagini di Cristallo in cui la descrizione della figura femminile, centrale in ciascuno dei cinque racconti, viene realizzata secondo una tecnica che rende la donna incredibilmente vivida e sensuale e pure al contempo inarrivabile, ineffabile: immagini di cristallo in cui la bellezza è irreparabilmente proiettata oltre un confine che consente al lettore di sentire, di percepire per l’appunto, ma non di afferrare e trattenere. Ciò che Kawabata racconta esiste nell’istante e poi svanisce per sempre, come un ologramma intessuto della stessa materia del nulla. L’”estetica del vuoto” – così questo processo è stato chiamato dagli studiosi occidentali – non è, naturalmente, un concetto nuovo: è la base su cui si fonda la filosofia del Buddhismo, particolarmente di quel Buddhismo Zen praticato in Giappone ed estremamente caro a Kawabata. La novità sta nel fatto che Kawabata riplasma questo concetto filosofico e lo rende materia per costruire prosa narrativa. Quando dal Gippone cominciarono ad arrivare in Europa le opere tradotte di Kawabata la maggior parte della critica le definì “nichiliste” ritrovando in esse alcune reminiscenze vagamente somiglianti a certe esperienze letterarie europee del primo Novecento legate in qualche modo alla filosofia nietzschiana. Ma “l’estetica del vuoto” e il nichilismo costituiscono due sistemi molto diversi fra loro, che non partono dalla stessa radice e nemmeno giungono a conclusioni simili. Il “vuoto” è, in quell’Oriente Estremo, principalmente uno strumento di indagine spirituale e di ricerca ontologica, è il modo attraverso cui il pensiero individuale può annullarsi lasciando emergere “il cuore delle cose”. Il vuoto è, in altre parole, il modo di percepire la realtà per quello che è, senza interpretazione e senza limitazione: «[…] non è strada, non è saggezza, non è vantaggio[…]» recita la celebre Sutra del Cuore ad indicare che l’Essere non ammette definizione essendo l’atto di definire un oggetto anche e irrimediabilmente segnarne il limite. In quest’ottica dunque la realtà può essere solo percepita ma mai ridotta ad una forma.

Il riverbero di questa coscienza filosofica in tutti i campi delle culture legate al Buddhismo genera una frattura profonda fra la letteratura dell’Occidente e quella dell’Oriente Estremo: le grandi opere dell’Europa e dell’America, antiche o moderne che siano, sono sempre portatrici di un insegnamento o di un messaggio, di una visione o di un’illuminazione: persino Virginia Woolf, la cui potenza lirica ha scardinato per sempre le categorie tradizionali della letteratura europea, pone come epigrafe finale di To the Lighthouse (Gita al faro), uno dei suoi scritti fondamentali, le celebri parole «I have had my vision» (“ho avuto la mia visione”). Non c’è visione, al contrario, nelle opere di Kawabata, così come non esiste nella cultura buddhista altro insegnamento se non l’arte di adoperare il vuoto.

In altre parole, le opere di Kawabata – ed è questa la chiave essenziale per comprenderle – non si propongono la rappresentazione di qualcosa ma la trasmissione, l’induzione si potrebbe dire, di uno stato mentale: né trame, né personaggi, né strutture narrative: non conta la storia o l’azione; conta soltanto l’aspetto, il ritmo. Così, in Il Paese delle Nevi o in Bellezza e Tristezza, due fra le opere di maggiore successo di Kawabata, risulta un inutile affanno, per il lettore, la ricerca di una storia da portare a sistema, comprendere e schematizzare: non c’è. I personaggi sono come ombre, si caricano di luce solo quando si confondono con le sensazioni che provano e poi ritornano a perdersi in una danza oscura di pensieri spezzati. Il suono delle campane al tempio, la sabbia nera dei giardini imperiali, «il girasole impazzito di luce» che, straordinariamente, appare il medesimo degli Ossi di Seppia di Montale: sono queste le “Immagini di Cristallo” che segnano il senso delle opere di Kawabata e schiudono, nella mente di chi legge, la percezione della vertigine, del vuoto abissale su cui si regge l’estetica dell’Oriente Estremo. Tutto il resto è contingente, serve soltanto a innescare il processo percettivo.

Si è parlato a questo proposito, e si capisce perché, di una tensione anti-narrativa in Kawabata, di un rifiuto da parte dell’autore di dare una forma compiuta alle sue opere. Ma si tratta di un problema che, non c’è bisogno di dirlo, si pone soltanto per la critica occidentale. Una questione risolta, per altro, da lungo tempo anche nella letteratura europea; da quando, almeno, Virginia Woolf (ancora lei, non a caso) rifiutò per To the Lighthouse l’etichetta di romanzo,definendo invece l’opera un’elegia: veniva meno allora il concetto di genere e si apriva la strada alla deformalizzazione delle strutture narrative.

Detto questo, resta però da evidenziare che l’importanza di Kawabata non risiede soltanto in questa “reinvenzione” delle forme narrative della letteratura giapponese, ma anche e soprattutto nel merito di aver compiuto questo processo di rinnovamento in prospettiva internazionale, con l’intento dichiarato di voler trovare nuove modalità di comunicazione fra l’Oriente Estremo e l’Occidente. Il Giappone usciva infatti proprio in quegli anni dalla difficile epoca Meiji che aveva cercato di blindare, in un tentativo estremo di conservazione, le frontiere già serrate del Sol Levante impedendo ogni reale forma di comunicazione con la cultura occidentale. Proprio per questo motivo, probabilmente Kawabata s’impegnò con forza, dopo aver raggiunto una certa notorietà in patria, a diffondere la cultura giapponese oltre i confini nazionali, divenendo presidente del Pen Club giapponese e orientando la propria ricerca verso i possibili canali di comunicazione fra Oriente e Occidente (ma nonostante questo sforzo l’Occidente, come si è visto, faticò a comprendere). In questa prospettiva assume un ruolo capitale l’opera Yama no Oto (Il Suono della Montagna), perché proprio questa getta un ponte sostanziale fra il Giappone e l’Europa: pur mantenendo centrale l’espressione della “estetica del vuoto”, Kawabata integra nella narrazione alcune istanze più vicine alla sensibilità europea. C’è qui in effetti una storia più palpabile e personaggi maggiormente formalizzati. Shingo, il protagonista, è un vecchio padre di famiglia che all’improvviso sente addosso il senso della morte. A partire da questa consapevolezza il panorama si allarga al senso di caducità generale e di decadenza che sembra investire ogni cosa: la famiglia, gli affetti, la quotidianità misera dell’uomo. La dimensione del ricordo diventa dunque per Shingo l’unico rifugio, ma anche la memoria lentamente si perde, consumata dal tempo ed è questa per il vecchio la vera tragedia: dover trascorrere l’ultimo atto della vita dentro un presente ogni giorno più squallido e svilito senza poter far ritorno al rifugio del passato.

Queste sono tematiche senz’altro più abituali per il lettore europeo, ma si tratta di “stratagemmi” attraverso i quali l’autore si prefigge di portare il lettore verso quello “stato mentale” di cui si è discusso prima. Il Suono della Montagna è infatti, oltre che il titolo dell’opera, anche “l’Immagine di Cristallo”, il canale attraverso cui si scatena la percezione del vuoto e della morte in Shingo e, al contempo, nella mente di chi legge. Si tratta, come si può intuire, di un tentativo importante di avvicinamento di quell’Oriente Estremo al nostro Occidente. Molti anni più tardi, partendo proprio da questo passo in avanti, Murakami Haruki compirà una grande rivoluzione letteraria. Ma questa è un’altra storia.

di Vito Paolo De Pascalis

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4 Commenti a “Kawabata, il vuoto e il senso dell’Oriente Estremo”

  1. LadyLindy scrive:

    Citare Virginia in questo ambito è una mossa meravigliosa, considerando quanto la ami e quanto possa essere affine alle tematiche di Kawabata, da te meravigliosamene descritte. In tal senso, penso che il romanzo della Woolf che più rispecchia la sua ricerca sia “Le Onde” – c’è da ricordare anche la contemporaneità dei due scrittori.
    Credi che si potrebbe collegare, in qualche modo, l’opera di Kawabata a quella di Joyce?

    • VPaolo scrive:

      “Le Onde” è puro ritmo. Credo anche Io che fra le opere di V. Woolf sia quella più vicina alla sensibilità orientale; forse proprio perché ciò che il lettore trattiene non è la memoria di una storia ma il suono: straordinariamente (per un autore moderno) è il ritmo ciò che porta il significato.

      Quanto a Joyce: credo che le corrispondenze possibili siano molteplici. Ma esiste forse un reticolo moto più complesso che lega in un sistema unico numerose voci della letteratura mondiale. Penso a Conrad, a Camus, a Montale, alla Yourcenar (solo per citarne alcuni) e soprattutto a Gadda che ha forse il merito di dare finalmente un nome a questa lunga ricerca. “La Cognizione del Dolore” è, in fondo, ciò che Clarissa Dalloway percepisce ma deve a tutti i costi rifiutare per sopravvivere e ciò che invece Septimus accetta fino alle estreme conseguenze. Potrebbe essere una linea interpretativa?

      Grazie per aver letto l’articolo e soprattutto per averci ragionato su insieme a me!

  2. […] qualche mese dal nostro ultimo post nipponico, Lady Lindy ci riporta in Giappone, per esplorarne questa volta il cinema, non quello del […]

  3. Roberta scrive:

    questo commento è meraviglioso.
    Compilo una tesi universitaria proprio sul Nichilismo di Kawabata, in particolare “il suono della montagna”.
    Avete qualche spunto o consiglio da darmi, dal momento che deve essere qualcosa di molto elaborato.
    vi ringrazio di cuore

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