Arts and Culture Magazine

John Berger – Art and property now

5 novembre 2012 by Redazione
Ancora solo fino al 10 novembre, la Somerset House di Londra ospita una mostra diversa da tutte le altre. Un attore: John Berger. Tanti protagonisti: tutti noi.

I primi 40 secondi di questo video sono un pezzetto di storia. Guardate prima di continuare a leggere.

Un vecchio programma della BBC 2 (1972) che poi è diventato anche un libro. Avevo letto il libro, edizione Penguin, dove si parla anche del quadro di Holbein il Giovane Ambasciatori (1533), ma non avevo mai visto il video. Quando sono entrato nella saletta, di fianco al ritaglio sbiadito sotto vetro, andava il punto del video proprio nel momento del taglio e mi è letteralmente preso un colpo. Solo dopo un po’ ho realizzato che non poteva essere: Botticelli, intero, l’ho visto che non è molto. Questo pezzetto di video, non è solo un pezzetto di Storia, un evento con la E maiuscola, ma anche un pezzo della mostra John Berger – Art and Property Now (art and archives connected to the celebrated storyteller) ospitata dal livello -1 della Somerset House a Londra. Mi ci sono imbattuto perché, mentre percorrevo lo Strand, neanche a dirlo correndo in stazione per evitare la fastidiosa e perenne pioggerella, ho intravisto con la coda dell’occhio questo manifesto.

L’eco nelle mie orecchie: «I nuovi tiranni sono quelli il cui articolo di fede è: “non c’è alternativa”» che è la fine di una scena che inizia al minuto 01:33:30 di un video del Festival Internazionale di Ferrara dove Berger legge con Arundhati Roy.

E mi è venuta in mente una bella conversazione con un amico che mi aveva girato il video. In più è un bel poster, mi ricorda quelli che ho visto alla competizione per poster pubblicitari di Heidelberg l’autunno scorso. Era appeso sulla ringhiera che circonda l’ingresso sul retro di Somerset House, sullo Strand, di fianco al King’s College. Infatti sono il King’s College e la British Library che hanno organizzato questa exhibition. Sul loro sito ufficiale, hanno anche scritto (http://www.bl.uk/johnberger/) tutte quelle informazioni indispensabili per il consumatore e anche qualcosina in più, come video e audio.

Ora, se siete già a Londra, muovetevi e andateci, gli orari sono sulla locandina, finisce il 10 novembre. Se non siete a Londra la perderete, ma non è in effetti molto grave, perché l’avete già persa e ne perdiamo ogni secondo in cui non siamo presenti. Non ne ho viste tante di esibizioni e mostre, devo ammettere, ma questa è decisamente “strana”. È viva. Non interattiva, animata o ambulante. È viva. Succede. Ci sono andato la sera di Halloween con mia moglie, alle 6, perché lei prima era a lavorare. Tutte le mostre chiudono alle 6, ma questa è aperta fino alle 7. Bene, nel grande cortile ci sono delle impalcature, abbiamo fatto tutto il giro, ci siamo sbagliati un paio di volte poi un portinaio in frac mi ha squadrato ed ha deciso di indicarci la strada per l’ala Est ed un altro senza frac ci ha vietato di prendere l’ascensore segnalandoci una rampa di scale a chiocciola allargata, con busto di Giorgio II a metà strada. E siamo entrati che erano già le 6:10. All’ingresso una giovane signorina probabilmente di origine indiana ci ha contati con uno di quegli strumenti che talvolta impiegano sugli aerei per tenere il conto dei passeggeri. Chissà cosa conta. Chissà che numero siamo. La serie di stanze centrali con due ampie porte di collegamento tra ogni parte crea quasi un corridoio e il pannello iniziale indica il percorso espositivo. Nel corridoio è spiegato l’intento della mostra: un’esibizione dell’archivio personale di John Berger, artista, pensatore, critico del nostro tempo. V’è poi un tavolinetto con una macchina da scrivere, carta azzurra e pastelli per disegnare e scrivere. Ma prima di arrivare li siamo entrati nella prima stanza. Ci sono quadri della collezione Berger, cartoline, ritagli di giornale, carte d’identità, un grosso busto scolpito. A painter of our time è il tema della stanza. C’è anche un ritratto di Hobsbawm con un occhio fuori come un canotto. Fin qui tutto a posto. Tanto bel materiale: “siamo contenti di farlo vedere anche a voi con tutto quel che ci abbiamo speso a ricevere questo regalo” – cioè l’archivio personale di John Berger – sembra dire la British Library. Ok! calma e sangue freddo. Già nel corridoio, come ho detto, c’è questo tavolo. Ma i vari foglietti azzurri non sono opera di Berger. Ci sono messaggi a lui, su di lui, uno sulla mostra e molti disegni, più o meno dilettantistici, ma fatti li, da gente meno compassata di noi. Tutt’intorno, invece, foto di Berger scattate dal fotografo svizzero Jean Mohr, tutte belle: Berger in piedi, Berger tra le foto, Berger seduto, Berger e Mohr, il tavolo e Berger, il prato e Berger, Berger con il cappello, il cappello senza Berger, etc. La didascalia introduttiva è doppia. C’è la spiegazione di questa mostra e di quella in cui le foto erano prima. Un dialogo con una precedente idea. Sul muro tra le due porte, una celeberrima citazione sugli anniversari, che però adesso non ricordo più. Come cito in questo caso? John Berger, passim?

Nella seconda stanza c’è il video da cui ho iniziato, solo quel primo pezzetto e due colonnine con delle cuffie attaccate per ascoltare spezzoni di trasmissioni della BBC, e c’è una linea del tempo che ricostruisce il percorso creativo del romanzo G. (di John Berger, Vintage 1992) a partire da una statua a Livorno. Fin qui siamo ancora ascoltatori e consumatori, ma nella terza stanza è tombola. Entriamo e c’è una signorina che disegna, guardando uno schermo con un’immagine di una donna nuda. A dire il vero un video di una modella che posa nuda, sulla sessantina. La ragazza disegna, ma ha la giacca, non è li apposta, ha appoggiato la borsetta a terra. Si gira un momento a guardarci e inciampa nel cavo delle cuffie. Sta disegnando l’altro lato della signora nel video, non quello che si vede. Arrossisce, si rigira, finisce, mette giù il carboncino, mi lancia un’occhiata ed esce. Non mi sono accorto che la stavo fissando esterrefatto. Va bé. Francesca guarda l’altro muro, pieno di foto, la didascalia dice più o meno che sono foto della classe di lavoratori immigrati che permette il nostro benessere contemporaneo. E sono foto stupende. Non ne ho di quelle, ma ne metto una che ha fatto mio fratello in India in Agosto. È nell’album Himalaya parte III Leh, il ChangLa e il PangongTso, caricato su facebook circa un mese fa.

Anche perché l’idea della sala è proprio quella della collaborazione. L’idea del documento condiviso, dove documento è l’opera d’arte. In tutte le sue forme. È l’idea della continuità dell’opera d’arte in chi la vede e la cerca. Se ho capito. Ma anche se non ho capito, non so fino a che punto importi. Voglio dire, non so nemmeno che numero sono…

La quarta sala conteneva una riproduzione di un’installazione verticale, ma era buia per errore, si sentiva Berger leggere Pascal, ma nulla più. La signorina all’ingresso spegnendo la luce si è resa parte della mostra e non so se lo sa. La quinta stanza è dall’altra parte del corridoio rispetto alla terza: lungo il corridoio, per arrivarci, ci sono delle foto di Berger figlia e Berger padre, che la guarda mentre legge e sorride. Ce ne sono delle altre, ma mi ricordo solo quella e un disegno della madre in cinta. La quinta sala non ha la didascalia ma un programma di eventi. Noi siam entrati e non c’era nulla in corso, anche perché erano le 6:55. Sul muro c’era scritto: «Qualcosa vi ha portato qui. Perché non vi prendete un minuto e vi chiedete a vicenda che cos’è?»

Ora, ripercorrendo il corridoio verso l’uscita, ripassando per le foto per il tavolino con i foglietti blu e intravedendo l’interno delle sale, il mio occhio cade sul pannello della seconda sala, che riprende il famoso finale della versione libresca di Ways of Seeing: To be continued by the reader… (dopo la bibliografia e l’indice). Quei tre puntini sono un’opera d’arte, anche loro sono un Evento, e mi ricordo Montesquieu, De l’Eprit des Lois, alla fine dell’undicesimo libro, quando conclude quel lunghissimo polpettone su Roma. È il capitolo XX “Fine di Questo Libro” e dice: «Ma non bisogna mai esaurire un argomento a un punto tale da non lasciare niente da fare al lettore. Non si tratta di far leggere, ma di far pensare».

di Pietro Maria Liuzzo

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Posted in: Arte, Recensioni Mostre |

Un Commento a “John Berger – Art and property now”

  1. […] a dare un occhio all’articolo! Siete stati alla mostra? Diteci cosa ne avete […]

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