Arts and Culture Magazine

Inferno XXVI – L’abbandono

25 novembre 2012 by Redazione
Se la Divina Commedia è una delle più grandi opere mai composte, di certo Ulisse è uno dei più affascinanti personaggi che in essa gravitino e, da secoli, prendano vita. Un articolo che esplora la poliedrica figura del grande re greco a cavallo tra grecità e cultura medievale, per interpretarne la complessa natura.

Il XXVI è senza dubbio un canto di successo, popolare soprattutto per quella celebre terzina (vv. 118-120) che ha il singolare potere di fare magistrali i discorsi di chi se ne serve. È un fatto che il breve monito di Odisseo ai suoi compagni, espropriato di ogni contesto e, per così dire, sublimato dalla materia letteraria in cui è incastonato, sia divenuto espressione proverbiale dell’impeto positivista moderno. Ma il Positivismo dista da Dante tempi siderali e il suo Ulisse, mentre rammenta ai suoi interlocutori la sua storia dannata, brucia letteralmente fra le fiamme dell’Inferno imponendosi su uno dei paesaggi più impressionanti della Commedia. Ulisse è infatti punito nell’ottava Bolgia del Cerchio VIII assieme ai consiglieri fraudolenti, coloro le cui azioni, e soprattutto le cui parole, sono state vettore di perdizione per gli altri. Le colpe che Dante attribuisce a Ulisse sono evidenti nel testo: egli ha costretto Achille alla battaglia con l’astuzia, ha ordito il famoso inganno del Cavallo, ha abbandonato moglie e figli per darsi alla ventura (vv. 96-99), ha circuito con consumata retorica il suo equipaggio spingendosi in un’impresa disperata per appagare una fame di conoscenza insaziabile (vv. 112-123) e, più di tutto, ha infranto il limite del nec plus ultra (vv. 106-109), il confine sacro che la divinità ha posto come perimetro blindato dell’esperienza umana.

Osservato da questa prospettiva, Ulisse perde velocemente il suo smalto positivista e le parole che pronuncia cominciano a mostrare aspetti di grande complessità interpretativa. Ma quello di un Ulisse romantico, proteso sull’abisso e pronto a sfidare l’ignoto per illuminare l’umanità di conoscenza, è un mito moderno sconosciuto agli antichi. L’Odisseo dell’origine è già un personaggio d’ombra che i Greci non riconoscono mai come eroe pienamente positivo e al quale imputano (in opposizione a un ormai sconosciuto Palamede) responsabilità in certi casi non troppo lontane da quelle che Dante propone. Dante, con ogni probabilità, non poté leggere mai i testi originali omerici, ma del mondo greco conosceva quanto traspare dal filtro opaco della latinità, dai cui massimi modelli egli traeva una visione sostanzialmente negativa degli elementi greci di métis e polytropía che tradizionalmente caratterizzano il protagonista dell’Odissea e si oppongono all’ideale fondante della fides romana. L’inappellabile giudizio di Dante su Ulisse, dunque, spinge le sue radici in una tradizione antichissima che la matrice cristiana del sistema dantesco ha cementato ma certamente non prodotto.

Oltre queste ragioni formali, quasi necessarie, il giudizio di Dante cela, tuttavia, aspetti molto più profondi e densi di significato. C’è un magnetismo potente che lega autore e personaggio in un raffinatissimo gioco gravitazionale, un legame controverso e per certi versi ambiguo che non ha mai smesso di tormentare commentatori antichi e moderni. In numerose occasioni questa tensione di Dante verso Ulisse è stata messa in evidenza nel testo, dove la trepidazione, l’attesa carica di aspettativa (nello specifico rivolta a Virgilio ai vv. 64-68), l’acceso desiderio di ascoltare le parole dell’eroe, sottolineano senza dubbio un interesse particolare di Dante per questo mitico dannato. Ulisse è senz’altro un personaggio fuori dall’ordinario nell’economia della Commedia: diversamente da tutti gli altri dannati che Dante intervista, egli non appartiene al tempo dell’autore e non è mai esistito veramente. Nell’algoritmo allegorico della Commedia, Ulisse è dunque un simbolo al quadrato, un elemento assoluto che si pone come nodo fondamentale nell’intera architettura dell’Opera. In questo sofferto eroe omerico Dante sembra proiettare un’immagine di sé stesso, l’aspetto suo più intimo e primitivo di uomo che instancabilmente cerca l’origine delle cose e che al contempo avverte la vertigine dell’infinito. Ulisse rappresenta forse la cognizione che Dante ha faticosamente acquisito di sé stesso, la sua conquista più eccezionale: la scoperta del limite, la consapevolezza che esiste un termine oltre il quale ogni tentativo di esplorazione autonoma è «folle volo». La condanna di Ulisse dunque, potrebbe spiegarsi come una condanna di Dante verso ciò che egli stesso è stato un tempo, quando, ad esempio, citando la Metafisica nel Convivio, sembrava pronto a gettare le basi di un sistema che, come una trivella, avrebbe potuto spingerlo a rompere il confine del continente ignoto sprofondandolo in un irrimediabile abisso. Ulisse è cieco agli occhi di Dante come anche egli lo è stato prima di compiere quella sua personale rivoluzione psicologica attraverso cui ha finalmente inteso che l’infinito, ciò che sta oltre le Colonne di Ercole, non è raggiungibile dall’uomo in quanto tale senza la Grazia di Dio.

Si avverte dunque una tensione bipolare nel Canto, un movimento opposto di attrazione e di repulsione che Dante sperimenta al cospetto di Ulisse e che genera come un arco elettrico interposto fra i due. E’ da questa tensione che dipende la potenza assoluta del Canto: tutto ne è pervaso, il ritmo dei versi diventa incredibilmente espressivo, il suono soltanto delle parole è sufficiente a trasmettere l’armonia sismica del dramma interiore.

Ulisse racconta e mentre la sua storia si dipana il lettore non sa se ammirare o condannare le gesta dell’eroe. Egli stesso sembra ora riconoscere gli errori commessi, ora sublimare le proprie imprese ed è certamente quest’ambiguità di fondo a rendere il personaggio così interessante. Dante sa che chi scava a fondo nella mente non è destinato a trovare un porto tranquillo. La profondità del pensiero tocca spesso corde vicine a quelle del dolore o della follia. Chi ritiene di trovare soluzioni definitive agli enigmi della vita spingendo all’estremo le capacità del proprio intelletto non è saggio, è folle: le domande generano altre domande e la ricerca anziché restringersi si allarga a dismisura fino ad ingoiare completamente chi l’ha cominciata.

C’è un limite oltrepassato il quale non si torna indietro. La grande attrattiva dell’Ulisse dantesco sta proprio in questo: nell’aver deliberatamente scelto di superare la soglia delle umane possibilità. E’ un atto epico e sconsiderato cha fa di Ulisse un eroe oscuro e dannato eppur sempre un eroe che non può non scatenare grandi interrogativi e ammirazione nell’immaginario del lettore. Dante, sulla medesima soglia, ha scelto invece di restare fermo, di sospendere la ricerca ammettendo a un certo punto il limite salvifico di Dio. Ora, al limitare dell’ultimo Cerchio, deve fare i conti con la sua scelta e chiedersi se la certezza di essere al sicuro valga la follia di un volo assurdo e meraviglioso verso la totalità della conoscenza umana.

Se la Commedia è un viaggio e se è vero che ogni viaggio impone al pellegrino di lasciare ai luoghi che visita qualcosa di sé, allora ciò che Dante lascia di sé stesso nell’Inferno è Ulisse. Ed è attraverso questo abbandono che il Poeta è in grado di andare avanti, di superare l’Oceano e approdare all’insormontabile «montagna bruna» (v. 133) laddove invece la nave di Ulisse, che pure fin lì l’ha strenuamente condotta senza l’aiuto di nessuno, proprio per questo non può che affondare ed essere teatralmente ingoiata dal mare (v. 42). E’ chiaro che per Dante il potere straordinario della mente umana è sufficiente per raggiungere la soglia della salvezza, per teorizzarla, in qualche misura, ma non è abbastanza: non è possibile salvarsi da soli e non ha senso spingersi fin dove l’oscurità diventa così fitta da non consentire il ritorno, nonostante le meraviglie che il Continente Ignoto promette.

di Vito Paolo de Pascalis

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Posted in: Letteratura, Percorsi tematici, Personaggi e figure |

3 Commenti a “Inferno XXVI – L’abbandono”

  1. […] a leggere il resto dell’articolo su […]

  2. Massimo Mantovani scrive:

    Bell’articolo. Mi piace, mi piace. Questo “folle volo” a me ha sempre fatto venire in mente “L’elogio della follia” di Erasmo; in modo satirico, dice più o meno la stessa cosa, credo.

    • VP scrive:

      Si, credo anch’io che la sostanza sia affine. La logica della follia costituisce d’altro canto un tema cui non è possibile sottrarsi quando si ragiona sulla natura dell’agire umano.

      Davvero grazie per aver letto e commentato l’articolo.

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