Arts and Culture Magazine

Il “Woyzeck” di Georg Büchner

10 marzo 2014 by Daniele Franco
Quanto fondo è l’abisso umano? Fino a dove si può vedere, fin dove possiamo sapere? Woyzeck, protagonista dell’omonimo dramma di Georg Büchner, ci strappa con prepotenza dal volto il velo della civile individuazione e ci costringe a guardare quale bestiale creatura invero siamo.

Il teatro contemporaneo sembra non poter fare a meno di Georg Büchner. Questa figura affascinante quanto inedita del panorama tedesco di inizio XX secolo, oramai considerato da tutti un autore classico, ancora detiene le redini dei palcoscenici odierni, nei quali si può assistere ad una grande e stimolante rielaborazione delle sue opere drammaturgiche, da Leonce e Lena, a La morte di Danton e, soprattutto, a Woyzeck. L’incisività e la precisione chirurgica nell’esamine delle realtà che si condensano nei suoi scritti, per i quali è stato considerato un precursore dell’espressionismo, sembrano essere aspetti ancora validi per il mondo attuale, bisognoso com’è di critica e di autocritica.

Nato nel 1813, Georg Büchner muore giovanissimo nel 1837, pare a causa di una malattia: vita corta ma rivoluzionaria. Büchner ha tutte le caratteristiche del genio: a vent’anni già possiede le chiavi della cattedra di anatomia di Ginevra, ma le sue scorribande rivoluzionarie contro il Granduca lo portano a scappare dalla terra natale per chiedere asilo altrove. Egli è l’unione di due facce: il giorno, il volto rispettabile del medico, del mondo razionale e intellegibile, e la notte, la faccia dello scrittore, irrazionale creativo. Nelle sue opere, quest’aspetto doppio sarà fondamentale e sempre presente. «Vita! A cosa serve questa roba morta?», scrive al margine di uno dei suoi quaderni d’appunti universitari. Woyzeck è la sua ultima, potente opera, rimasta incompiuta a causa della morte precoce, ed è di questa che ora ci occuperemo.

Georg Büchner

Woyzeck è un soldato semplice che, per guadagnare dei soldi in più, si presta a certi lavoretti non proprio gratificanti, quali radere la barba al Comandante ed essere la cavia da esperimento di un dottore che lo obbliga ad una dieta a base di soli piselli, costringendolo a orinare solo in certi momenti. Tutto questo per sostenere la sua famiglia: sua moglie Marie e il bambino. Nonostante tutti questi sforzi, la miseria in casa regna sovrana e Marie, più di tutti, sembra risentirne. Woyzeck è la perfetta rappresentazione del miserabile, del poveraccio, quotidianamente sottoposto ad umiliazioni da parte delle due figure forti e socialmente riconosciute, il Comandante ed il dottore. Sempre rabbuiato da pesanti pensieri che gli invadono la mente tanto da sottrarlo alla realtà, rimane al mondo come un sospiro inconsistente, sciupato dal logorio di una misera vita. Si aggrappa a Marie, definendola in un punto del dramma «la cosa più bella» che ha: eppure mai, nel testo, viene concesso spazio ad un briciolo di passione o di amore, né tantomeno ad un momento di intima intesa. Piuttosto, Marie sente di vivere sopraffatta da un’immeritata miseria e da una lancinante insoddisfazione: la sua avvenenza meriterebbe di riflettersi in un grande specchio «come quello delle dame», come lei stessa lamenta di fronte ad un angolo di vetro nel quale cerca la propria immagine. Si percepisce vivo in lei il desiderio di evasione, il sogno di un’altra vita, quasi come un ultimo istinto vitale che la salvi dalla pochezza dell’essere. Per Woyzeck, pover’uomo, niente amore, se non un qualche spasmo di pietà.

Marie è una donna assai ambita: la sua pelle è «calda», sensuale, le sue labbra carnose esprimono una femminilità alla quale Woyzeck, come rassegnato, non può accedere. La coglie invece benissimo il Tamburmaggiore, con il quale Marie ha un’illecita relazione, irretita dalle lusinghe dei doni luccicanti e dagli istinti della carne. Woyzeck scopre l’effettivo tradimento quando li vede ballare assieme in inequivocabile sintonia all’interno di una taverna, durante una festa; ma già da tempo i suoi commilitoni, in primis il Capitano, non hanno mai smesso di punzecchiarlo ironicamente in merito agli ambigui atteggiamenti della moglie: «dica un po’, Woyzeck, non ha ancora trovato un pelo di barba nella sua scodella? Eh, ma si capisce, un pelo di uomo, […] di un certo Tamburmaggiore?».  Eppure mai uno scatto d’ira, mai una rivolta, mai un moto d’orgoglio se non quando, provocato dallo stesso Tamburmaggiore che lo schernisce, accenna ad una reazione, vana però e presto domata senza alcuna fatica dal vigore di colui che, ancora una volta, lo umilia.

Nel frattempo, il dottore che “tratta” Woyzeck sembra molto soddisfatto, poiché il disfacimento interiore del suo assistito pare proprio essere un interessante caso di pazzia in avanzamento, situazione che egli intende studiare per apportare clamorose novità nel mondo della medicina. Ed è così che Woyzeck, devastato dalle contingenze, spinto da voci che a lui solo pare di sentire, prende Marie, la conduce in un prato e lì, nella notte, la uccide pugnalandola al ventre. Qui la storia si interrompe, evidentemente incompiuta, senza tuttavia che ne sia compromessa l’indubbia qualità.

Una scena dal film "Woyzeck" (1979) diretto da Werner Herzog

Al di là della trama e oltre la drammaturgia, chi è Woyzeck? Woyzeck è una rappresentazione universale e necessaria della dimensione umana, un’umanità che fa a brandelli le proprie vesti civili di fronte alla forza imperante dell’essere, prima che uomo, creatura. Büchner è “l’uccisore” delle metafore e dei luoghi comuni sui quali si reggono i bei discorsi, sui quali si regge la morale, è lo scrittore che impugna la penna per togliere, anziché aggiungere.

Capitano «Ma Woyzeck, non avete morale! La morale è quando uno è morale, capite, no? È una parola che va molto bene. E voi avete un bambino senza la benedizione della chiesa, come dice il nostro reverendissimo signor cappellano…»
Woyzeck «Noi povera gente…Vede, signor capitano: soldi, soldi! Vorrei proprio vedere uno di quelli come me mettere al mondo un figlio con la morale! […] Siamo disgraziati in questo mondo e in quell’altro, noi. Credo che se andiamo in cielo dobbiamo aiutare a fare i tuoni»

Per scrivere quest’opera drammaturgica, Büchner si è ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto: ma si può considerare il dramma solo come un tragico assassinio spinto dalla gelosia, o il lavoro dell’autore lo ha portato oltre? «Un bel delitto, tanto bello che non si poteva pretendere di più. Da tanto non ne avevamo avuto uno così», conclude un poliziotto in ispezione sulla scena del crimine, chiudendo con queste parole l’opera. Bello davvero questo delitto, che pare essere denso come l’enigma della sfinge sofoclea, e dunque non basta un nome per scioglierlo: la sua densità non può essere elusa con una banale archiviazione per delitto di gelosia, sarebbe solo la risposta all’indovinello. Si sa, la grande opera letteraria in genere non dà risposte, piuttosto restituisce domande: ed è proprio questo che spinge Büchner nell’Olimpo della drammaturgia.

Il Woyzeck è l’essere che si sfalda di fronte all’incompatibilità con la vita, è la tragedia dell’uomo inteso come la sua inconciliabilità col mondo; cade l’impalcatura, si squarcia il velo, si apre l’abisso. «Ogni uomo è un abisso, a uno gira la testa se ci guarda dentro». Eppure il Capitano afferma che un buon uomo dev’essere virtuoso, la virtù è un grande valore da perseguirsi:

«Sì, signor Capitano, la virtù. Solo che io non ci arrivo. Vede, signor capitano, noi povera gente, che non ci ha la virtù…a uno capita così, la natura; ma se io fossi un signore e ci avessi un cappello e un orologio e un’anglaise, e fossi capace di parlare bene, allora sì che sarei virtuoso. Dev’essere bello, signor Capitano, avere la virtù. Ma io sono un povero diavolo!»

Una scena dal film "Woyzeck" (1979) diretto da Werner Herzog

Impossibile sentire salda terra sotto i piedi, in quest’opera: il mondo, il nostro bel mondo, cigola e fa rumori sospetti, come si dovesse sbriciolare da in momento all’altro costruito com’è, ben saldo, sul nulla: anzi, sull’abisso, su quel vuoto che l’uomo per natura rifugge, ordina e organizza. È l’eterna lotta al Caos, l’eterno spirito apollineo che pretende di procurare saldi corrimano ai quali aggrapparsi per non cadere nel burrone, corrimani fatti di morale, di senso, di come un uomo dabbene deve essere e di come lo vuole la società. Woyzeck è quell’uomo sul filo del burrone per tutto il dramma, è colui che cammina raso al vuoto, che ci ricorda costantemente di essere tutti in fila dietro di lui, per quanto ci sembri di essere lontani e affrancati: «la terra ha un calore infernale». Woyzeck è anche l’uomo che cade, l’uomo chiamato a gran voce dalle forze oscure, ctonie, forze che lo incantano come sirene di Ulisse:

«Su, ancora! Su, ancora! Facciamola finita con questa musica! … come, che cosa state dicendo? Parlate più forte, più forte! Ah, di uccidere […]. Devo farlo? Assolutamente. È anche il vento a dirlo, a ripeterlo? Non sento altro. Su, ancora! Uccidila, scannala!»

È pazzia, se volete, è naturale pazzia causata da una dieta a base di piselli, da una vita di umiliazioni e di tremenda gelosia. Ma è solo il pretesto, tutto questo. È la forma del dramma, è la narrazione, ma dietro la storia vi è la forza oscura dell’essere che vuole riprendersi l’uomo, è la magica notte di Büchner, ossia il momento in cui, dopo la luce razionale del giorno, si sprigiona l’esistenza e la sua creatività. Poco importa che uccida, questo fare, questo è l’uomo, o meglio la creatura umana divincolata dalle morse delle convinzioni, fatta di muscoli e di tendini, di nervi e tante domande, di fame e nessuna certezza. È istinto, lo stesso istinto che porta Marie a tradire suo marito, è un istinto di sopravvivenza, quasi un elogio alla vita, che non può sottostare al buonsenso della civiltà.

Non è per amore che si uccide qui, non c’è amore, non c’è alcun aulico sentimento, non c’è tenera poesia, non qui: anzi, «preferirei avere un coltello nel corpo, che la tua mano addosso» dice ad un certo punto Marie al marito oramai in delirio. C’è la creatura intesa come l’uomo svestito dei suoi panni civili che si rivela al mondo e che lo spaventa, perché il mondo è creatura, ma si è nascosta dietro abiti puliti e qualche convenienza fiacca. Woyzeck è quello che nessuno vuole vedere perché svela la nostra effettiva esistenza umana, fatta di nulla. Nulla cambia. Quasi come un Superuomo, ma senza neppur lontanamente pensare di esserlo, Woyzeck vede che Dio è morto e che non resta che un cielo liscio, «talmente liscio che vien voglia di metterci un chiodo e impiccarsi». Squarcia il velo di Maya, il principio di individuazione: la Aletheia, come processo di svelamento di ciò che vuole rimanere nascosto, apre al suo essere a zone di campo oscure che il giorno, con la sua sicura illuminazione, non aveva considerato. Il detto nietzschiano «meglio un senso qualsiasi, che nessun senso» (da Genealogia della morale), tanto azzeccato per descrivere il costante bisogno dell’uomo di trovare un significato all’esistenza, sembra non sfiorare minimamente il soldato Woyzeck, quasi fosse l’unico visionario a capire il senso tragico della vita.

Woyzeck nella rappresentazione del Malthouse Theatre

Woyzeck ci attrae. Ecco il suo successo, ecco la chiave. Woyzeck è il nostro capro espiatorio, è il phàrmakon da sacrificare nella nostra Tharghelìa1, è l’agnello spinto al macello per purificarci tutti. È l’incarnazione dell’abisso: l’abisso crea vertigine e la vertigine è una protezione alla voglia di buttarsi di sotto. Insistente, ammaliante, sensuale istinto di saltare. E se la civilizzazione non fosse nient’altro che il risultato di un proteggersi da questo selvaggio istinto? Dopotutto, lo stesso Freud in Totem e tabù (1940) analizza di come i riti tribali di allontanamento del figlio maschio dalla madre in età adolescenziale non siano altro che protezioni dall’istinto selvaggio di possederla. Lo stesso mito di Edipo è il compimento degli istinti creaturali anti-morali: uccidere il proprio padre e sposare la propria madre; egli scende negli inferi, scende nell’abisso, ma l’abisso non risputa incolumi, anzi cava gli occhi rendendo simili ad Edipo.

La forza della letteratura è questa: riuscire ad indagare per noi lettori degli spazi e delle possibilità altrimenti impensabili, spingerci oltre il nostro essere, al di là dell’individuazione. Soffia su quel castello di carte quale siamo e ci fa specchiare in tutte le nostre sfaccettature. La catarsi passa attraverso la tragedia, non la evita, per purificarsi è necessario guardare giù. Woyzeck agisce come un phàrmakon, il potente veleno quanto, nello stesso tempo, un miracolo, una folgore nel buio, la vitale cura.

di Daniele Franco


1 La Tharghelìa è una festa in onore di Apollo e Artemide celebrata ad Atene e nelle città ioniche nei giorni 6 e 7 del mese di Targhelione (maggio-giugno): in essa si svolgeva un rito di purificazione dal basso, cioè venivano scelti due phàrmakoi (in questo caso, due persone tra le peggiori della pòlis, per cui delinquenti, briganti, ecc), cui si addossavano tutte le colpe della città e si scacciavano lontano (taluni ritengono fossero persino messe a morte, ma è un punto controverso) come espiazione comune di tutti i peccati.

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Un Commento a “Il “Woyzeck” di Georg Büchner”

  1. […] aspettate? Correte a leggere l’articolo su Clamm, e diteci cosa ne […]

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