Arts and Culture Magazine

Il Vangelo secondo Gesù

16 agosto 2014 by Daniele Franco
Il Vangelo secondo Gesù Cristo di José Saramago: un libro sorprendente e anticonformista, che nel trattare la storia di Gesù da un punto di vista originale ne coglie forse meglio di altri il senso più autentico e umano.

Il Vangelo secondo Gesù Cristo è senza dubbio una delle maggiori opere del grande scrittore portoghese e premio Nobel Josè Saramago. Romanzo complesso sotto vari aspetti, e non solo perché riscrive la vita di Gesù Cristo, personaggio “scomodo”, ma in quanto contiene in sé alcuni punti conflittuali che, se in alcuni casi fungono da motore dell’opera, in altri potrebbero limitarla. Cerchiamo di dare un’occhiata sintetica ma efficace per capire quali sono questi punti, scomponendo e analizzando i pezzi che costituiscono un testo che occupa, a pieno diritto, la scena principale della letteratura mondiale.

Già il titolo ci guida verso quel che il libro vorrebbe raccontare: la storia della vita di Gesù, vista da una prospettiva inedita, più intima e personale, di certo meno canonica. La storia di Gesù comincia come la più umana delle storie: con la sua concezione. Giuseppe, falegname di Nazareth, ha una vera e propria relazione sessuale con Maria, la sua sposa: «Dio, che è dappertutto, era anche lì, ma essendo ciò che è, puro spirito, non poteva accorgersi come la pelle dell’uno sfiorasse quella dell’altro, come la carne di lui penetrasse quella di lei». Giuseppe, in preda ad una normale eccitazione, usufruisce delle carni che la donna deve, per dovere morale, offrire al marito. «Maria, nel frattempo, aveva aperto le gambe, oppure le aveva divaricate durante il sogno, lasciandole poi così, magari per inusitata indolenza mattutina o forse per un presentimento di moglie consapevole dei propri doveri»: è così che nasce Gesù.

L’atto carnale della creazione di Gesù Cristo, descritto con tanta forza all’inizio del romanzo, è emblematico del percorso intrapreso dall’autore che, al divino intangibile dei Vangeli canonici, risponde con parole fatte di carne e sudore. Nel testo, infatti, lo spessore materiale della carne è sempre ben presente, tanto da esserne un tessuto portante. Giuseppe orina e, nell’atto, si sente in dovere di ringraziare Dio per avergli concesso gli orifizi del corpo, senza i quali sarebbe impossibile l’esistenza: «lodò Iddio che nella sua saggezza infinita aveva formato e creato nell’uomo gli orifizi e i vasi che gli servono in vita». L’essenza divina passa per gli orifizi di carne umana.

José Saramago

Saramago ci riporta all’anno zero, in un epoca in cui la vita, priva di comodità e garanzie varie, era una dura lotta per la sopravvivenza. Il ritmo delle giornate è scandito dal passo lento dell’asino o dal sandalo consumato dall’agire della polvere che tutto mangia e consuma, polvere secca di terreni asciutti in cui si coltiva la fame. Il mondo fisico entra dritto tra le righe del romanzo e se ne impossessa, dettando il passo. Il peso del vivere, del sopravvivere, è forte ed opprimente. Le parole suscitano nel lettore sensazioni fisiche intense. Tutto è reale, dove reale non vuol dire vero; e in fondo non è nemmeno importante che lo sia: rifacendoci alle parole dello stesso Saramago, infatti, «Storia e Romanzo sono solamente l’espressione della stessa inquietudine degli uomini». E se «non ci sono fatti, solo interpretazioni» (Nietzsche) lo scopo della letteratura è indagare le possibilità del mondo fenomenico. Per indagare un’altra possibilità di Gesù, che non fosse solo quella statica del profeta buono figlio di Dio, era necessario capire il contesto storico concreto nel quale egli viveva. Conoscere e studiare bene le carte per inventare un nuovo gioco: “arte combinatoria”, per dirla con Calvino; pezzi di realtà effettiva mischiati in combinazioni sempre nuove e autentiche, all’infinito. Ecco perché, leggendo Il Vangelo secondo Gesù Cristo, si ha sempre l’impressione (fino ad un certo punto, che poi analizzeremo) di stare di fronte ad una storia vera. I muri entro cui si svolge la finzione sono costruiti con mattoni fenomenici. Invero, la forza di questo romanzo è la sua verosimiglianza.

L’autore conosce usi e costumi della società del tempo, conosce le dinamiche e i meccanismi della Palestina del I secolo e li riporta con estrema chiarezza, permettendo al lettore di inserirsi direttamente nel contesto. Tutto, fino ai miracoli di Gesù, può sembrare qui verosimile. Essendo la storia di Gesù forse la storia più classica del mondo, ha necessariamente perso le sue implicazioni temporali e secolari, rimanendo sospesa nell’aria o, più propriamente, nel cielo (come le favole o le leggende, a-topiche per costituzione). «Le opere classiche, allontanandosi dal contesto di origine, costruiscono lo statuto di classico»1: quello che Saramago ha fatto, è stato prendere questa storia atopica e ridarle quel contesto sociale e originale che ha lasciato andare con il passare dei secoli, stabilizzandosi in un limbo di impenetrabilità materica. L’autore dà a Gesù Cristo non tanto il regno dei cieli, quanto il suo tòpos più autentico. Per trovare un’alternativa all’idea di Gesù dei Vangeli canonici, era necessario ritornare a prima di Gesù, nella terra di Gesù, nell’utero che Maria, secondo i costumi, metteva a disposizione non per il divino spirito di Dio, ma per l’umana e insistente eccitazione di Giuseppe, il falegname di Nazareth.

In effetti si può parlare per questo testo di romanzo storico: la verosimiglianza è dunque parte della sua stessa costituzione. Eppure non lo sarà fino alla fine. In ogni caso, per buona parte della narrazione, «il lettore, credendo nella verosimiglianza, finisce per vedere Gesù non solo come figura reale, ma come figura che ha fatto realmente tutto quello che il narratore racconta. Così, il lettore è obbligato a mettere in discussione la sua conoscenza previa della storia di Gesù e della Storia in generale. In questo romanzo, «il passato non è visto in forma nostalgica, bensì in forma critica, portando il lettore a riflettere»2.

La vita di Gesù, canonicamente costellata di miracoli e eventi soprannaturali, viene ora sottomessa alle leggi fisiche del mondo. È bene precisare, tuttavia, che non si tratta di una narrazione prettamente positivista (come potrebbe essere quella di Renan in La vie de Jésus); qui il limite tra fatti naturali e soprannaturali viene spinto ad un punto indefinito in cui la linea che li separa non si distingue nettamente, bensì si dilata dietro varie interpretazioni. L’impressione più netta è quella per cui sembrano non esserci miracoli veri e propri, se non allucinazioni collettive, influenzate e dettate dalle varie contingenze, debitamente riportate. Persino il primo incontro nel deserto di Gesù con Dio potrebbe ragionevolmente essere l’allucinazione di questo giovane uomo estremamente religioso (in conflitto con sé stesso, pertanto sempre alla ricerca di qualcosa, fatto che favorisce l’istinto all’immaginazione) che, in un luogo arido e ingannevole, riconosce in una nuvola la figura di Dio.

Domenico Tintoretto - Maddalena penitente

Gesù, come dicevamo, cammina per le vie della Civitas Terrena, assaggiando dolori e piaceri dell’umanità: uno su tutti, l’amore. Magistrali a questo proposito sono le pagine in cui Saramago lo dipinge in amore con Maria di Magdala, donna tutt’altro che “pura” (secondo l’accezione cristiana del termine). Il figlio di Dio, canonicamente generato dalla Vergine Maria, il figlio di Dio, predicatore infaticabile della salvezza dell’anima attraverso la purezza del corpo, si abbandona agli amplessi sessuali insegnatigli dalla ben più esperta prostituta di Magdala, la quale lo conduce, timido e insicuro, in caldi percorsi sensoriali.

Maria di Magdala introduce il giovane uomo forse alla più umana delle arti: di certo la più carnale. Altro riferimento esplicito al sesso, questo molto meno poetico, appare nel dialogo tra Gesù e Pastore (personaggio fondamentale del romanzo, su cui ci soffermeremo in seguito), il quale suggerisce al giovane nazareno di scegliersi una pecora e soddisfare i propri bisogni fisici: «Ti ho detto di scegliere una pecora, a meno che tu non preferisca una capra. A che scopo? Ne avrai bisogno, se davvero non sei un eunuco».

Un ulteriore aspetto fondamentale del romanzo è il concetto di colpa. Il primo in colpa, se così si può dire, è Giuseppe: pesa sulle sue spalle la morte dei venticinque neonati di Betlemme uccisi dall’esercito su ordine di Re Erode. Giuseppe riesce a salvare Maria e Gesù soltanto perché gli è capitato di sapere in anticipo dell’esecuzione: eppure non una parola alle altre famiglie di Betlemme, alle quali avrebbe potuto salvare i piccoli innocenti. Pesano queste morti, pesano sugli occhi del falegname che vanno spegnendosi di vita. Pesano sui suoi sogni che si fanno incubi insostenibili, figli del rimorso. Giuseppe ha una grande colpa, che non è quella ereditata da Adamo ed Eva: non è una colpa metafisica ma, ancora una volta, “umana troppo umana”, fatta di tenero sangue e carcasse minute. Quando i soldati romani, scambiandolo per un ribelle, lo condannano a morte, lui non sente nemmeno il bisogno di difendersi e si lascia così crocefiggere e morire.

Gesù, come un classico esempio freudiano, è l’erede diretto di questa grande colpa. Gli incubi del padre non muoiono in croce col vecchio, ma si conficcano direttamente nella testa del ragazzo. Grida nel sonno, grida spaventosamente, si agita e trema, pur non sapendo nulla di quel che è successo a Betlemme il giorno della sua nascita. Maria, al contrario, è a conoscenza di tutto, eppure tace: complice indiretta di suo marito, custodisce i terribili segreti che il passato stenta ad ingoiare. Fino a che un giorno madre e figlio dialogano intensamente e Maria racconta tutto: Gesù scopre allora la peggiore delle verità, ossia l’essere l’unica vita sbocciata in un campo di morte. Preso da un senso di orrore, sentendosi tradito dai suoi genitori, se ne va di casa alla ricerca di una sua identità.

Qui, se vogliamo, inizia la vita da Bildungsroman di Gesù. Ed è qui, nelle sue peregrinazioni, che incontra Pastore (chiamato così perché, quando il ragazzo lo trova, è effettivamente il pastore di un vasto gregge di pecore), il personaggio più emblematico del romanzo. Pastore è “casualmente” presente in tutte le parti principali della narrazione fin dall’inizio: appare (a Maria sotto forma di mendicante), fa qualcosa o dice qualcosa di fondamentale, come una predizione, e poi subito scompare. Chi è Pastore? Non si sa. Certo non può essere solo un semplice pastore. Maria pensa sia il Diavolo: fa profezie vere e si comporta in una maniera strana che lei non comprende. Eppure, come ci spiega Saramago, in quell’epoca moltissimi erano i profeti che vagabondavano per le strade della Palestina vivendo di offerte (è esattamente quello che farà anche Gesù), dunque le profezie di Pastore non sembrano bastare per dargli del Diavolo. Sembra piuttosto che Maria, donna come tante, lo chiami così perché spaventata dall’extra-ordinario, confermando il luogo comune secondo il quale quello che non si conosce e che va oltre la regola è necessariamente diabolico. Pastore conferma la mancanza di limiti e regole fisse che dividano l’ordinario e l’extra-ordinario.

Copertina portoghese de Il Vangelo Secondo Gesù Cristo

Gesù, affascinato, trascorre insieme a questo personaggio moltissimo tempo. Si aggiunge al suo gregge e impara a lavorarci bene, diventando questo un periodo fondamentale per la sua formazione. Pastore parla di un mondo pratico, difficile, dove a volte è necessario uccidere una pecora per salvare il gregge intero: una visione del mondo che si scontra con quella profondamente religiosa, e pertanto metafisica, di Gesù, anche se questi in cuor suo riconosce l’esistenza di un senso profondo nelle parole blasfeme del compagno, sebbene esso sia così al di fuori del giusto selciato della fede. Pastore è un’altra possibilità all’imperante realtà di Dio, se migliore o peggiore non fa importanza: quel che è rilevante, per il lettore come per Gesù, è constatare il fatto che ci siano varie modalità di esistenza possibili. «In altre parole, sostituire quello che forse è stato, con quello che potrebbe essere stato»3.

Arriviamo così al punto di rottura, o meglio di sterzata, dell’opera. «Seduto sulla panca, a poppa, c’è Dio». Con questa frase, termina il romanzo che abbiamo analizzato fin ora. In questo punto, in un barchino nel mezzo del mare circondato dalla nebbia, appare Dio. Non può più essere un’equivoca allucinazione di Gesù, non può più essere interpretabile. Semplicemente, Dio in persona: «non è, come la prima volta, una nuvola, una colonna di fumo, ché oggi, con questo tempo, avrebbero potuto perdersi e confondersi con la nebbia. È un uomo massiccio e vecchio, con una fluente barba sparsa sul petto […]». Il divino entra senza riserva nel romanzo. «Sì, sei mio figlio», e con questo Dio conferma che Gesù, il personaggio che abbiamo accompagnato nelle varie fasi della sua formazione, nel deserto con Pastore, nel caldo letto di Maria di Magdala, di fatto non appartiene a questa nostra terra. «Io avevo mischiato il mio seme con quello di tuo padre prima che tu fossi concepito, era il modo più facile, dava meno nell’occhio»: alla volontà di Dio non si scappa.

Sempre sul barchino nel mezzo del mare, si fa avanti anche un altro personaggio: «rivolgendosi a Gesù: ‘Questo è il Diavolo, di cui stavamo parlando poco fa’» dice Dio indicando Pastore che, come sospettava Maria, è proprio il Diavolo. Il personaggio più enigmatico, quel che mostrava in concreto un’altra filosofia di vita; quello che disse a Gesù, dopo che lui aveva sacrificato la sua pecora preferita a Dio «Non ha imparato niente, vattene». Alla fine è l’alter ego di Dio. Ci somiglia pure. Agiscono in coppia, lui e Dio: sono in “affari”, potremmo dire. Senza il Diavolo, Dio non potrebbe attuare, e viceversa. «L’insoddisfazione, figlio mio, è stata posta nel cuore degli uomini dal Dio che li ha creati, e cioè da me, è chiaro, ma questa insoddisfazione, come tutto il resto che ho fatto a mia immagine e somiglianza, sono andato a prenderla là dove si trovava, nel mio cuore» ammette Dio, che vuole porzioni di fedeli e mondo ancor più vaste. «E qual è il ruolo che mi hai destinato nel tuo piano? Quello di martire, figlio mio». E una volta chiarito questo punto: «Adesso capisco perché è qui presente il Diavolo, se la tua autorità finirà per estendersi sopra altre genti e altri paesi, anche il suo potere sugli uomini aumenterà, giacché i tuoi limiti sono anche i suoi», capisce Gesù. Il Diavolo, come detto, è l’alter ego di Dio: buono o cattivo poco importa, entrambi agiscono per quella che sembra, infine, essere l’unica legge possibile: la legge di Dio.

Papiro Bodmer (P75), contenente il Vangelo secondo Luca (24,51-53) e secondo Giovanni (1,1-16)

Ed è qui – a noi sembra – che il romanzo perde parte dell’ampia spinta iniziale, come se si chiudesse in sé stesso preso quasi da un senso di claustrofobia. Il tema della relatività metafisica circa il Bene o il Male lo si incontra già in altre opere della tradizione eterodossa portoghese: dalla drammaturgia di Brandão e Teixeira de Pascoaes (Jesus Cristo em Lisboa) ai versi di Guerra Junqueiro (A velhice do Padre Eterno), o a quelli di Pessoa (O guardador de rebanhos) vi è costante l’idea di un Dio “rovesciato”, ossia di un essere crudele che abbandona suo figlio al destino della croce per raggiungere i propri interessi, in quanto il Diavolo sostiene incredibilmente la causa del bene. Sembra che Saramago, ad un certo punto, venga come catturato dalla fitta rete della tradizione e che da quella non riesca più a liberarsi. Estremamente libero e originale per buona parte del suo lavoro, presentando un vangelo senza eguali per valore e qualità letteraria, pare chiudersi nelle mura solide delle fonti, arrivando ad inaridire la ricchezza del suo lavoro.

Vari infatti sono i punti di rottura tra prima dell’apparizione di Dio e dopo. Uno su tutti: Pastore. Il Diavolo della barca sembra aver veramente poco in comune con il pastore del deserto. Il Pastore pre-incontro (chiamiamolo così) apre il testo, libera le interpretazioni e sfugge sempre alla staticità di un’immagine fissa: con la sua densità, esula con sapienza dagli schemi rigidi della religione. Il Pastore della barca invece li conferma tutti, uno per uno. Da lì non si esce. Rimane poco da interpretare, Pastore è il Diavolo punto e basta. Buono, cattivo, mediocre, poco importa: è l’altra faccia di Dio, che lo determina e lo conferma; confermando al contempo la popolaresca paura xenofoba di Maria, l’extra-ordinario come diabolico è, di fatto, tale.

Perfino la morte di Giuseppe, secondo Dio, «è stato un tragico errore dei Romani, quel padre è morto innocente e senza colpa»; ma dove va a finire la colpa di Giuseppe per i morti di Betlemme, la colpa tutta umana che spinge Gesù lontano da casa, che muove tutta la sua vita alla ricerca della propria identità? C’è solo un’unica grande colpa, ed è divina. E di fatto Dio se la prende tutta, ben sapendo che le innumerevoli morti religiose della Storia sono passi necessari per la sua espansione. Gesù stesso non ha colpe, bensì obbedisce alla legge divina. Dio lo ha lasciato amare, lo ha lasciato dubitare, lo ha lasciato vivere in attesa di rivelargli il suo destino divino: la croce. «Sei stato scelto, non puoi scegliere». Perfino il tempo passato con Pastore, in cui sembrava possibile un’altra via all’infuori di Dio, viene poi racchiuso all’interno dei disegni del cielo: «Dovevi pur vivere con qualcuno, con me non era possibile, con la tua famiglia non volevi, rimaneva soltanto il Diavolo […]. Eravamo d’accordo che fosse la soluzione migliore per il tuo caso». Svanisce così, con la comparsa del divino, la forza e l’importanza dell’azione umana: «voglio vivere come un uomo qualunque. Parole inutili, figlio mio, ancora non hai capito che sei in mio potere».

Solo un’anima nata tra morti, solo un ragazzo oppresso dagli incubi poteva essere il profeta della vita dopo la morte. Psicologicamente, è il modo di porre rimedio alle giovani vittime e tentare di aggiustare il trauma. Solo uno che ha amato tanto e contro ogni pregiudizio una donna poteva fare dell’amore e dell’uguaglianza il suo credo. Maria di Magdala, la prostituta Maria di Magdala, lo cura: gli cura i piedi sanguinolenti e, principalmente, gli cura l’anima. L’amore come rimedio alla sofferenza della vita. Maria di Magdala come rimedio al dolore del trauma: quello stesso trauma che ha spinto Gesù lontano da casa, rompendo i rapporti con la madre Maria; quello che lo ha fatto stare con Pastore e le sue blasfemie; quello che lo ha fatto unire carnalmente a una prostituta. Gesù ha ribaltato i canoni del suo tempo riuscendo a far valere pian piano i suoi propri, in una storia di mirabile coraggio e passione: una storia tutta umana. È stato Dio a farne una storia divina, meschina e crudele. Prendendosi di fatto la responsabilità di tutti i futuri martiri e di tutte le future guerre causate dalla religione, scagionando quella parte di umanità che ha fatto dei valori di Gesù un pretesto di conquista. Alla fine l’uomo sembra non riuscire a prendersi la responsabilità delle sue morti barbare, avendo ancora bisogno di un cielo su cui scaricare tutta la propria tragedia. «Uomini perdonatelo, perché non sa quello che ha fatto».

di Daniele Franco


1 Silvestre, O., Revisão e Nação, Os limites Territoriais do Cânone Literário, Faculdade de Letras, Universidade de Coimbra, 2006, p. 107

2 Paulo Augusto Nedel, O Evangelho segundo o Narrador: o papel do narrador em O Evangelho segundo Jesus Cristo de José Saramago, Universidade Federal do Rio Grande do Sul, Porto Alegre, 2006, p. 219

3 Saramago, J., Apud Reis, s.e., 1995

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