Arts and Culture Magazine

Il sogno perduto di Magritte

28 novembre 2011 by Giacomo Teti
A partire dall’analisi di una versione poco nota del dipinto “la Fata Ignorante”, una lettura in chiave allegorica dell’opera di un maestro del surrealismo, fra sogno e realtà.

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Con questo piccolo elzeviro adempio una promessa fatta tre anni or sono a me stesso e ad alcune persone care in occasione di una visita alla mostra, dedicata a Magritte, allestita a Milano tra il novembre del 2008 e il marzo del 2009, intitolata “Magritte: il mistero della natura”. E, in verità, sono felice di avere finalmente l’occasione di tener fede all’impegno preso, perché questo pittore non è solo uno dei miei preferiti, ma è quello che più di tutti, fra gli artisti del secolo scorso, mi affascina, riuscendo a insinuarmi nel petto un brivido di delizia, a farmi volare con la fantasia (e – perché no? – anche coi sensi) più e prima che con l’intelletto. Oggi vi parlerò dunque di lui.

Innanzitutto domandiamoci: che cosa proviamo guardando una tela di Magritte? L’impressione che riceviamo, io direi, è duplice, perché, se da un lato tendiamo a restare interdetti, smarriti, non riuscendo a renderci ragione di queste peregrine figurazioni, dall’altro avvertiamo anche una fascinazione irresistibile, come se un nume, o un folletto, c’invitasse, spalancandoci le porte di un mondo incantato di poetica levità, ancorché di un’incongruità sgomentevole. E questa attrazione che subiamo altro non è se non il potere di seduzione del mistero: proprio il mistero che dava il titolo all’esposizione, e che è uno dei temi più cari al nostro pittore. Ma su questo tornerò tra poco; veniamo ora all’opera sulla quale in particolare mi voglio soffermare, ossia il dipinto dal titolo “La fata ignorante”: non il quadro ma il progetto per l’affresco del Palazzo delle Belle Arti di Charleroi.

L’ala sinistra (rispetto all’osservatore) della composizione introduce un elemento già familiare ai cultori della pittura di Magritte, vale a dire i famosi alberi-foglia. Foglie colossali, delle dimensioni di alberi secolari, si stagliano nitide contro il drappo del cielo diurno,  il picciolo confitto in terra a mo’ di fusto, le esili nervature come un’imponente arborescenza, e la lamina a tenere per l’occhio il luogo della chioma, in una mirabile sineddoche visiva in cui la parte sta per l’intero e ogni frazione di essa è a sua volta promossa al rango di parte (ovvero di elemento funzionale) del nuovo intero. Né queste foglie sono verdi, ma sibbene, ad ideale coronamento del senso di irrealtà che pervade questo scorcio di paesaggio, si tingono di rossi impossibili, sfumati in varie gradazioni fino al  violetto, ad aumentare il senso di straniamento dalla realtà.

Non lontano dagli “alberi”, un possente torracchione di pietra grigia si erge solitario, sbrecciato alla sommità ma ancora maestoso e inconcusso, o almeno così parrebbe; ma ecco, a lasciarci una volta di più esterrefatti, diramarsi dalla sua base potenti radici della stessa pietra grigia, così immote nella materia inerte che le compone, e in pari tempo così vitali, dinamiche, nel loro attorcersi e avvoltolarsi flessuose le une alle altre, per poi affondare, con sinuoso guizzo serpentino, nella terra avvivatrice; da queste radici impietrate ma vive la torre stessa appare vivificata, trasfigurata quasi in una creatura arborea, il cui dominio si contendono animato e inanimato, virtù generatrice della natura e ingegno creatore dell’uomo.

Vicino al cuore della composizione aleggia misteriosamente, nell’etere altrimenti limpido, una nube di frasche, quasi un’aerea macchia di vegetazione che va diradandosi verso il centro fino ad aprirsi, creando una sorta di finestra, di lunetta, che incornicia, inopinatamente, un ritaglio di cielo notturno. E questo circoscritto lembo blu mezzanotte è adorno di uno spicchio di luna, che fa capolino con improntitudine, quasi compiaciuta dello sgomento che evidentemente desta nello spettatore questa impreveduta apparizione nel cielo inondato di luce meridiana (d’altronde la falce lunare, forse anche per una più o meno occulta reminiscenza di Carroll, ci appare sempre un po’ come un sorrisetto canzonatorio della notte stessa nei confronti del viandante). E al centro esatto della veduta, quale fulcro della composizione, ci si fa incontro, in primo piano, una figura enigmatica e in certo qual modo spaventosa, anzi direi raggelante: una donna nuda, dal colorito terreo, che fissa su di noi due occhi vuoti, opachi, eppure straordinariamente vitali ed espressivi; e l’idea che ce ne deriva, complici le labbra increspate in un sorriso lievemente malevolo,  è quella di uno sguardo allusivo e perturbante. La misteriosa incantatrice impugna con la mano sinistra una candela, la cui fiamma però è nera come pece e invece di rischiarare getta ombra sul suo sembiante. E questa maga boschiva, che pare lei stessa una creatura animata dalla stregoneria, sembra additarci la via del bosco, di un bosco che forse è “perdita di sé”, come nel “Castello dei destini incrociati” di Calvino, ma che ci fa anche ritrovare noi stessi, o meglio quella parte di noi che avevamo dimenticata, che è il vivere nella natura e con la natura, senza intermediarî.

Sulla destra, un anonimo caseggiato sonnacchioso non sembra toccato dalla follia circostante. Ma è proprio vero? Anche il caseggiato, a ben guardarlo, ha qualcosa che ricade al di fuori del dominio della quotidianità: le abitazioni non sono disposte in bell’ordine su una pianta ortogonale, ma ammassate e accozzate alla rinfusa fin quasi ad accavallarsi; ha forse anch’esso subito uno sconvolgimento di fronte al mistero manifestatosi?

Forse è proprio questa la chiave, forse è questa la visione della natura che emerge dallo scenario tratteggiato: l’impossibilità di capirla, almeno nel senso che correntemente attribuiamo alla parola “capire”. Foglie che sono anche alberi, sfuggendo ad ogni tentativo di classificazione; una torre che inizia ad andare in rovina ma che già una metamorfosi prende alla base e tramuta in pianta, come a dire che la natura, trascinando la materia in un eterno divenire, travolge le fragili forme in cui tentiamo di fissarla, per poi riaccoglierla nel proprio grembo come sua creatura; un semplice agglomerato urbano dall’impianto sconvolto e caotico. Come si può pretendere di orizzontarsi razionalmente? Nel mondo di Magritte non si può stilare un catalogo, procedendo con la tassonomia dello scienziato (lo ha già mostrato l’artista in un’altra opera, facendo sfilare in rivista su un sentiero tutti gli elementi ricorrenti della sua pittura: un sentiero che però non ha fine); serve un approccio diverso, che muova da un contatto con una natura vista non in una dimensione altra, ma al contrario come una madre e come uno specchio in cui vederci riflessi. È la condivisione di questi segreti che la fata ci offre, segreti che magari nemmeno lei conosce appieno (è questo il senso del  titolo), ma di cui lei ha una consapevolezza diversa e molto maggiore perché sa di esserne parte, idea a cui noi fatichiamo ad abituarci.

Andando dunque a tirare le somme, chiediamoci: che senso possiamo ricavare, in ultima analisi, da questa pittura? Si è spesso parlato, molto a proposito, di uno “spaesamento linguistico” sotteso all’opera di Magritte: e difatti proprio di questo si tratta, di un orizzonte concettuale e categoriale totalmente scompaginato, in un gioco di sostituzioni, inversioni, ribaltamenti che ci lasciano sconcertati, nell’impossibilità di trovare un metro di misura, una pietra di paragone. Le due espressioni che ho scelto già dicono molto, perché è questo il principio della disamina intellettuale di un oggetto: la ricerca di parametri, di termini di riferimento a cui rapportare quel che si vede, comunemente detti categorie, che a loro volta generano un sistema di segni atto alla rappresentazione: il linguaggio. Ciò che fa Magritte è privare il linguaggio delle sue armi razionali, trasformandolo radicalmente e reinventandolo come significazione spontanea e diretta, non mediata intellettualmente, dell’impressione sensibile o fantastica. In questa prospettiva nascono il particolarissimo legame fra le parole e le cose, e l’idea magrittiana del titolo, che, secondo il detto dell’artista, “incuriosisce e non spiega”, ma è consentaneo all’emozione catturata nel dipinto e perciò la esprime.

È questo dunque il mistero, quello che stranamente ci attrae, che ci instilla nelle fibre una sottile inquietudine che ci delizia; ci delizia perché vellica e lusinga il nostro gusto per l’irrazionale, per ciò che non riusciamo a spiegarci, necessario controcanto all’emisfero raziocinante e ordinatore della nostra anima. Di questo è fatto il rapporto di Magritte con quella natura che tanto ama, e da cui traggono forza e sostanza i suoi dipinti. Una natura da cui noi uomini giustamente ci vogliamo distinguere, rivendicando a noi stessi una dignità e una dimensione autonome, ma dalla quale purtuttavia non possiamo prescindere, perché ne siamo organi funzionali, e la nostra essenza si comprende appieno solo in rapporto alla totalità di cui è parte integrante e che, pur nella sua piccolezza, rispecchia interamente: ognuno di noi è uomo e natura a un tempo, proprio come in ogni foglia c’è un albero.

Questo dicono gli alberi-foglia, di questo ci parla la torre-albero: che quando Magritte pensava la natura come un solo organismo vivente e palpitante, forse non andava troppo lontano dal vero.

di Giacomo Teti

[N.d.R.: ci troviamo nell’impossibilità di reperire immagini dell’opera descritta. Quelle che trovate servono a dare la suggestione del progetto finito].

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Posted in: Monografie Artisti, Opere |

5 Commenti a “Il sogno perduto di Magritte”

  1. hetschaap scrive:

    Davvero una bella trattazione. Tra l’altro l’opera non la conoscevo. Ma mi affascina molto, come tutte le opere di Magritte.

  2. alessiocostarelli scrive:

    Critica sensibile ed acuta, accessibile ed elegante. Questo di certo è uno dei tuoi migliori elaborati, almeno tra quelli che ho avuto il piacere di leggere!

  3. Giacomo Teti scrive:

    Finalmente dispongo del mio account! grazie a entrambi per il commento positivo. E’ un peccato che sia così difficile trovare immagini di questa straordinaria opera d’arte. Spero di essere riuscito a comunicare almeno in parte l’emozione che trasmette.

  4. rasoiata scrive:

    Diro’ una cosa che forse gia’ saprai, ma per me resta un must.

    Quando Rene’ espose ” Ceci n’est pas une pipe” un critico (un genio) gli chiese:

    “E se non e’ una pipa, che cos’e’?”

    Rene’ rispose:

    “E’ colore su una tela, e se non ne e’ convinto, provi a fumarsela”

    Micidiale

    Ciao
    Zac

  5. Giacomo Teti scrive:

    A distanza di mesi, dietro richiesta di alcune persone, voglio fare una precisazione: non potendo disporre di riproduzioni dell’opera, come si è detto, mi sono dovuto affidare unicamente alla memoria, e non escludo che possa essermi sfuggita qualche imprecisione; gli elementi che ho descritto sono comunque tutti ricorrenti nelle pittura di Magritte e si inseriscono in un discorso generale sulla sua produzione artistica.

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