Arts and Culture Magazine

Il Museo di Cipro (parte III) – La collezione

8 aprile 2012 by Alessio Costarelli
Uno sguardo guidato ai reperti più belli e preziosi della collezione del Museo di Cipro, per vedere da vicino la meravigliosa e sorprendente arte di Cipro antica.

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Prima di affrontare nel dettaglio la trattazione delle singole sale, è bene ricordare una particolarità: il Museo di Cipro accoglie nelle sue vetrine reperti provenienti unicamente dall’isola, solamente frammenti dell’arte e della cultura cipriota dal Neolitico alla Tarda Età Romana. Insieme con V. Karageorghis è poi necessario notare come, più che un “museo d’arte”, il Museo di Cipro sia organizzato secondo un intento più propriamente didattico, che attraverso le sue quattordici sale principali pone a dialogo una disposizione diacronica dei reperti con una suddivisione tematica degli stessi, sì da favorire la comprensione dell’evoluzione culturale cipriota in tutte le sue sfaccettature. Pur non avendo origine dalla mitosi di una collezione privata, tuttavia il Museo di Cipro, al pari del Thyssen-Bornemisza di Madrid, attraverso un’attenta selezione espositiva ricerca il miglior livello di esemplificazione artistica e storico documentale per l’efficace comprensione di un modo di intendere l’Arte nella sua accezione etimologica, creazione attiva di un’espressione tangibile del pensiero o del sentimento umano.

Accedendo al Museo, il percorso si svolge ad anello partendo da destra lungo undici sale intorno ad un vasto ambiente centrale; a queste devono essere aggiunte altre quattro sale e la biblioteca tangenti al lato nord del quadrato, più qualche altra al piano superiore. Come già osservato, le sale si susseguono secondo un ordine più che altro tematico che tuttavia non manca di coerenza cronologica.

SALA I – Periodo Neolitico

La sala espone un vasto assortimento di reperti d’ogni campo artigianale e per lo più provenienti dal sito di Choirokoitia, presso la costa meridionale, ad oggi il più antico dell’isola. Si è già avuto modo di notare la scarsità di reperti ceramici nel sito (specialmente per il Neolitico I), ma tra i pochissimi ritrovamenti è di particolare rilievo la ciotola di “terracotta pettinata” con becco no. 496 (Neolitico II), che ci testimonia la diffusione di una nuova tecnica ceramica, apparsa anche nel sito di Sotira (alcuni chilometri a sud-est di Choirokoitia): prima della cottura, il manufatto era cosparso con una specie di ingobbio costituito da una specie di vernice lucida grattata con un utensile simile ad un piccolo pettine; la cottura, rendendo l’ingobbio di un colore e l’argilla visibile tra le incisioni di un altro, produceva una decorazione chiara ed ondulata su tutta la superficie della ceramica.

Da notare la testa umana in argilla del Neolitico I, con i suoi primi evidenti tentativi in senso naturalistico, ma assai più interessanti sono gli idoletti in andesite del Neolitico II, caratterizzati da corpi fortemente squadrati (no. 967 da Choirokoitia) od a “forma di violino” (no. 27 da Petra di Limniti), con accenni di tratti facciali e spesso privi di arti, i quali ricordano molto da vicino gli idoli cicladici dell’Età del Bronzo e la cui precisa funzione, quasi certamente a fini  religiosi, ci è oscura. Degne di nota sono anche le figurine di animali in andesite da Choirokoitia, più che altro limitate ai musi, che data la loro forma si ipotizza fossero impiegate come pomelli di scettro. Curiosi, e per noi totalmente oscuri, i molti piccoli coni con decorazioni incise da Choirokoitia, che alcuni studiosi connettono con le produzioni alveari funerarie simboleggianti le abitazioni per i defunti e che altri invece considerano giocattoli o parti di essi. Un’ultima nota meritano le collane neolitiche (no. 560 e no. 1485 da Choirokoitia), assai semplici e raffinate, composte di conchiglie e pietre coralline (probabilmente importate dal continente), montate su fili chiusi mediante un sassolino a quattro lati in pietra dura.

La sala espone anche reperti d’Età Calcolitica (3900/3800 – 2900/2500 a.C.). La ceramica è assai più frequente e raffinata rispetto all’epoca precedente: si notino in particolar modo i vari pìthoi (brocche) con decorazione prevalentemente geometrica (ma talvolta anche vegetale) in rosso su superficie bianca o crema (Red-on-White Ware), ove i grandi motivi semicircolari sui lati a fasce decorative vogliono probabilmente rappresentare delle mani (come nella brocca grande con decorazione dipinta da Erimi).

Assai più interessanti sono i numerosi idoletti in steatite levigata (solitamente compresi entro i 10 cm e mai più alti di 50 cm circa) caratterizzati da colli allungati e sagoma cruciforme per il tentativo di rendere le braccia, mentre l’incisione è ancora largamente impiegata per differenziare alcune parti del corpo (tra cui i lineamenti del viso) e rendere accenni di abiti. In particolare è da evidenziare la frequenza con cui questi idoletti sono rappresentati dotati di un amuleto antropomorfo appeso al collo, amuleto ben riconoscibile in quelli inclusi nella collana scavata in una tomba del cimitero di Souskiou-Vathyrkakas (presso la costa occidentale) ed esposta in questa stessa sala. Di particolare rilievo sono infine le cosiddette figurine delle “divinità gemelle”, nelle quali due figurine umane (di norma una maschile ed una femminile) sono appunto rappresentate unite a croce in un unico blocco; il culto delle “divinità gemelle”, legato alla fertilità, esisteva anche in altri paesi del Mediterraneo ed a Cipro è fatto risalire alle soglie dell’Età del Bronzo.

SALA II – Prima Età del Bronzo

In questa sala ha un ruolo da protagonista la lavorazione dell’argilla, in tutte le sue forme. La ciotola lucida rossa e nera è di certo il vaso più bello di questa sala: di forma ovoide e con un unico manico a forma d’elsa di spada con decorazione traforata, presenta lungo tutto il contorno della bocca teste d’animali ed altre escrescenze con motivi circolari, mentre la superficie è vastamente e variamente incisa con motivi geometrici. Parte integrante della decorazione è la bicromia, che inizialmente si potrebbe interpretare come errore di cottura e che invece è stata volontariamente ottenuta con una particolare cottura del vaso nel forno mediante differenti esposizioni al calore: rossa la parte inferiore esterna, nera quella superiore esterna e tutta quella interna. Quello che più colpisce della produzione raccolta in questa sala è la straordinaria varietà di forme e decorazioni aggettanti: basti pensare al recipiente votivo a forma di calice dalla necropoli di Vounous (tomba 160, no. 17) in ceramica rossa polita, con la straordinaria decorazione modellata lungo il bordo costituita da piccoli skýphoi ed animali tra cui anche un cervo; oppure alla delicatissima ed elegante grande brocca rossa lucidata sempre da Vounous (tomba 11, no. 9) con serpenti e cervi resi alla barbotine. «I vasai agli inizi dell’Età del Bronzo sperimentavano spesso forme strane e poco comuni che non erano destinate ad essere utilizzate» (Il museo di Cipro, op. cit., p. 22) ed in effetti la loro fantasia sembra non avere limiti: si osservino la brocca rossa lucidata di stile composito (no. 1933/V1-7/7), costituita da due anfore sovrapposte ed elegantemente decorata con incisioni geometriche lineari e concentriche; od il fantastico recipiente rosso lucidato composito (no. A 438), composto alla base di sette piccole ciotole emisferiche collegate tra loro e sormontate da una sorta di arco sulla cui sommità è una coppa per bere al cui manico è aggrappata una piccola e buffa figurina umana che un po’ sembra arrampicarsi, un po’ pare far capolino; od ancora il recipiente composito con figurine da Vounous (tomba 48, no. 2), in cui le solite ciotoline emisferiche sono qui sormontate da una grande figura a forma di tavola con funzione di manico raffigurante una donna che tiene in mano un bambino («La testa piccola, il collo lungo ed i grandi buchi sul corpo ricordano le sculture contemporanee di Giacometti e Henry Moore» Karageorghis, in Il museo di Cipro, op. cit., p. 26). E’ chiaro che l’intento non è solo sperimentale, ma anche e più prettamente commerciale: si vuole stupire ed affascinare il cliente. Pregevolissime sono anche le pissidi rosse verniciate, le fiasche a forma di zucca e soprattutto i vasi neri e rossi lucidati a forma di quadrupedi (rhyto), la cui superficie è decorata con le solite incisioni lineari.

Di particolare interesse sono i modelli in argilla, ossia creazioni composite raffiguranti le scene umane più varie, tra cui anche arature e navi; tra questi si annoverano anche i modelli di santuari, particolarmente frequenti in quest’epoca e per noi unica ed importantissima fonte per lo studio della religione preistorica di Cipro: i migliori e meglio conservati sono quello dalla necropoli di Vounous (tomba 22, no. 26) e quello dalla necropoli di Kociati (no. 1970/V-28/1). Il primo mostra una scena di preghiera in un santuario (come tale circondato da un tèmenos [recinto sacro]), con uomini inginocchiati innanzi ad idoli e con un sacerdote che pare predisporsi al sacrificio di un bambino, mentre un estraneo arrampicatosi sul muro perimetrale spia curioso l’intera scena (quindi forse un rito mistico riservato a soli iniziati); il secondo mostra un’offerta votiva, probabilmente una sorta di libagione, in un santuario all’aperto, le cui mura sono sormontate da teste del dio toro, anch’esso, al pari del serpente, simbolo di fertilità. Il ritrovamento di modelli assai simili a questi, e specialmente a quello da Kociati, in zone anche distanti le une dalle altre ha spinto gli studiosi a pensare che le credenze e gli usi religiosi fossero uniformemente diffusi sull’isola, nonostante l’eterogenea compresenza di popoli differenti, tutti adoranti i simboli fondamentali del serpente e del toro, peraltro comuni a tutto il mondo matriarcale mediterraneo pre-indoeuropeo e che non a caso sono i simboli chiave anche della civiltà cretese.

SALA III – Ceramica cipriota dalla Media Età del Bronzo fino all’Età Romana

Questa sala appare assai ricca per la raffinatezza dei manufatti, che ovviamente si presentano come particolarmente numerosi per tutta l’Età del Bronzo e che diminuiscono per numero e qualità a partire dal X sec. a.C., fino a diventare assai scarsi e rozzi dalla tarda età classica.

Continua, almeno fino a tutto il Medio Cipriota (1900 – 1650 a.C.), la produzione di ceramica composita, il cui miglior esempio è la brocca composita in argilla (no. A. 973) in stile Red-on-Black Ware, con decorazione già assai affinata (vd. anche la brocca no. A. 960) rispetto all’epoca precedente ma che ebbe assai poco successo, data la difficoltà di ottenere risultati soddisfacenti con una tecnica con colori scuri sovrapposti, ed è attestata unicamente nella lunga penisola di Karpasia nell’Est di Cipro. Si è già osservato come nella Tarda Età del Bronzo la maggiore influenza culturale sull’isola fosse quella minoica, ma questa è già presente e ben attestata nel Medio Cipriota, non a caso soprattutto sulla costa settentrionale: a Karmi (provincia di Kyrenia, sito scavato dalla Missione Archeologica Australiana), nella cosiddetta “Tomba del Navigatore”, sono stati trovati diversi vasi nello Stile di Kamàres (o “a guscio d’uovo”), tipico del Medio e Tardo Minoico; la tazza in stile di Kamàres presenta le tipiche decorazioni astratte a cromia bianca e rossa su fondo nero del Medio Minoico con imitazione, nella fattura fittile, dei manufatti di metallotecnica: il risultato è estremamente elegante e raffinato, lontano ancora dal sovrabbondante stile serrato del Tardo Minoico.

A partire dal Medio Cipriota, i vasai si affinarono notevolmente e cominciarono a sperimentare nuove forme (meno bizzarre di quelle della Prima Età del Bronzo), spesso aggiungendo escrescenze decorative a forma di animali. Si afferma la decorazione White Slip Ware, ossia nera su ingobbio bianco, come nella pisside a forma di nave da Vounous (tomba 64, no. 138) e nella brocca con decorazione dipinta da Achera (tomba 1, no. 12), fittamente ornata con motivi già geometrizzanti disposti per fasce verticali ovunque sulla superficie, poi raffinatasi nel Tardo Cipriota, di cui è ottimo esempio il boccale di argilla liquida bianca (no. A. 1931), già estremamente simile alla produzione proto-geometrica greca (1050 – 900 a.C.) per via delle linee decorative ondulate e per le losanghe e scacchiere disposte senza affanno decorativo tenendo conto della forma vascolare; in questo caso, come in altri simili, si ipotizza che tale geometrismo fosse una reminiscenza dei punti di cucitura sui recipienti di cuoio. Tipici della Tarda età del Bronzo sono però anche i vasi lisci con base ad anello (Base Ring Ware) e decorazione incisa o più spesso a rilievo, come la brocca a base rotonda (no. A. 1156), finissimo esempio della sperimentazione cipriota in risposta all’abbondante ceramica micenea che sommergeva il mercato dell’isola nel XIII sec. a.C.: questa brocca a base rotonda e beccuccio pronunciato e dalle decorazioni spiraliformi a rilievo fa pensare immediatamente a prototipi in metallo, che dovevano essere alquanto frequenti ma che solo in piccolissima parte ci sono pervenuti.

Estremamente interessante è anche la vasta produzione micenea che, come già osservato, era assai diffusa sull’isola e ci ha conservato pezzi pregiatissimi. Particolare attenzione meritano i crateri, tutti databili a cavallo tra il XIV ed il XIII sec. a.C., tra i quali in particolare se ne possono annoverare diversi nel cosiddetto stile del polipo tipico del Dodecaneso (d’altro canto abbiamo già potuto osservare legami ed affinità col mondo cicladico negli idoletti neolitici in andesite): uno dei più interessanti è il cosiddetto cratere di Zeus da Enkomi (tomba 17, no. 1), con polipi sui lati A e B ma, al di sotto di una delle impugnature, con uomini in piedi su di un carro da guerra davanti al quale sta una terza figura che regge in mano quella che sembra essere un bilancia; lo studioso Nilsson ha interpretato la scena come l’episodio iliadico in cui Zeus tiene la bilancia del destino davanti ai guerrieri prima della loro partenza per la battaglia (Il. VIII, vv. 41-59): se fosse corretto, questa sarebbe in assoluto una delle più antiche rappresentazioni della mitologia greca. Assolutamente degno di nota è anche il cratere miceneo da Enkomi (tomba 7, no. 4784), meraviglioso esemplare dello stile pittorico della ceramica micenea, tipico della regione dell’Attica: su entrambi i lati vediamo rappresentate scene di carri, ma su di un lato un carro è inseguito da un gigantesco ed orrendo uccello che spaventa visibilmente i fuggitivi; sembra che la rappresentazione sia riconducibile ad un mito orientale, l’inseguimento e la cattura del terrificante uccello Zu, scena attestata anche su di un altro vaso miceneo rinvenuto ad Ugarith (Siria). Alla fase iniziale dello stile pastorale o rude appartiene invece il cratere miceneo da Enkomi (tomba 19, no. 66), databile a cavallo tra il XIII ed il XII sec. a.C.: su di un lato è raffigurata una capra inseguita da un toro, dall’altro lato il toro, scacciata la capra, si nutre tranquillamente del fogliame di un arbusto; si noti la cura per dettagli come il fogliame e la naturalezza della capra che, colta si sorpresa, si volta di scatto verso l’assalitore con ancora una foglia in bocca.

In questi ultimi secoli della Tarda Età del Bronzo sorgono anche le eleganti e raffinatissime produzioni di maiolica dipinta e soprattutto di ciotole emisferiche in argento ageminato. Per le prime possiamo citare il rhyto conico da Kition, databile alla fine del XIII sec. a.C.: all’esterno ed all’interno è ricoperto di uno spesso strato di smalto blu-grigio; la superficie esterna è suddivisa in tre fasce orizzontali con (dall’alto) animali galoppanti, caccia al toro (soggetto prediletto delle rappresentazioni vascolari d’Età del Bronzo) e spirali verticali collegate, mentre lo sfondo d’ogni fascia presenta fiori stilizzati; in generale, si osserva che gli elementi decorativi richiamano sia la tradizione egea sia quella orientale, mentre la forma vascolare è puramente egea.

Alle soglie del Periodo Geometrico (1050 – 750 a.C.) troviamo un manufatto grazioso, un vaso rituale (kérnos) da Rizokarpasso (tomba 1, no. 34, no. 1937/V-1/3) costituito da un cerchio in ceramica su cui sono installate protomi di capra e toro (simboli di fertilità) e micrografie di giare ed anfore: simili composizioni sono solitamente rinvenute nelle tombe come doni funebri. Tra i vasi geometrizzanti uno sguardo particolare merita l’anfora Hubbard (dal nome del suo donatore), alta 68 cm e databile all’VIII sec. a.C.: caratteristiche le sue decorazioni geometriche in nero su ingobbiatura bianca inframezzate da scene, rappresentanti sul lato A: una figura femminile su di un trono che sorseggia con una canna un liquido da una brocca, una sfinge alata annusa un fiore, una donna travasa del liquido da una piccola brocca ad una più grande (scena funebre orientale); sul lato B donne che ballano ed in mezzo a loro un uomo con in mano una lira (scena che probabilmente imita prototipi greci). All’interno di un geometrismo attico, lo stile grafico delle rappresentazioni umane è tipicamente cipriota, del tutto libero, tanto che il prof. Myres lo ha definito styleless.

Meravigliose nelle loro decorazioni con scene unicamente figurative ed isolate al centro della pancia dei vasi, le ceramiche orientalizzanti di VII sec. a.C. sono assai fini nella pittura bicroma, un po’ meno nella qualità di argilla e cottura. Citiamo in particolare la brocca dipinta in stile libero da Arnadhi (no. 1951/I-2/9), ove massimamente si sposa (al pari del già citato oinochòe con grande uccello del Metropolitan Museum of Art di New York) l’attenzione al dialogo tra raffigurazione e forma del vaso da una parte ed il naturalismo semplice eppure fortemente decorativo del toro, e la brocca bicolore in stile libero (no. 1938/IX-8/1), ove vediamo un grande uccello stilizzato ed un uomo rappresentato piccolo e con testa di ariete, mentre le lunghe braccia pendono goffamente dalle spalle, il che ha fatto pensare ad una rappresentazione mitologica, forse un rarissimo “gru con Pigmeo”, motivo mitico assai noto fra i Greci e presente anche nell’Iliade (Il. III, vv. 3-6), ma che nella ceramica greca non è riscontrato prima del noto Cratere François (570 a.C.) e di cui questa sarebbe allora per noi la prima attestazione.

Come si è visto, a partire dall’età arcaica, ma soprattutto con l’età classica, la ceramica cipriota assiste ad un drastico e definitivo calo di qualità, che si sforza vanamente di arginare con la fantasia l’imponente e predominante diffusione di ceramica attica sull’isola. Interessanti si rivelano allora a tal proposito i vasi con decorazioni plastiche, in particolare la brocca grande con decorazione plastica da Marion (no. 389), ceramica rossa decorata a fasci di righe nere parallele con una graziosissima figurina di donna, sulla spalla opposta all’ansa, che regge una brocca reclinata: si tratta di un motivo molto comune nel V sec. a.C., che si evolse e si arricchì fino a presentare più figurine insieme, tra cui in alcuni casi Eros e Psiche.

La parte finale della sala è occupata da un teca centrale che raccoglie bellissimi esempi di ceramica attica a figure nere e rosse e da due teche laterali contenenti una la semplice e spoglia ceramica d’Età Romana, l’altra numerosi esemplari di manufatti in vetro d’epoca tarda.

SALA IV – Figurine in argilla da Haghìa Irini

Questa piccola sala è interamente dedicata all’esposizione di poco più di metà delle circa duemila statuine in argilla portate alla luce nel sito dell’antico villaggio di Haghìa Irini, sulla costa nord-est; le restanti sono conservate nel Medelhavs-museet di Stoccolma. Esse erano interrate tra i resti di un grande santuario all’aperto fiorente dalla Tarda Età del Bronzo fino alla fine del VI sec. a.C., quando fu distrutto da un’inondazione. Le figurine sono databili tra il 625 a.C. ed il 500 a.C., variano di dimensione dai 10 cm all’altezza naturale e rappresentano, talvolta anche con un certo naturalismo negli esemplari più grandi, ritratti umani e sacerdoti con maschere taurine, ma anche carri, tori, minotauri e sfingi, forse tutti attributi del dio a noi ignoto venerato nel santuario, probabilmente un dio della fertilità con sembianze di toro, oppure una divinità bellica (dati i carri) o agreste (dati i ritratti di agricoltori). Singolarmente, le figurine non possiedono in genere un grande artistico, ma l’insieme colpisce notevolmente lo spettatore ed ancor più dovette impressionare gli archeologi scopritori.

 SALA V – Scultura (Arcaica. Periodo Ellenistico)

Come si è già osservato, la statuaria, e specialmente quella bronzea, non è per noi gran che attestata per il Cipro Geometrico, anche perché poco praticata. Questa fiorì invece con forza durante l’Età Arcaica, in particolare sotto l’influsso di Ioni ed Egizi, producendo alcune opere pari in qualità alla migliore scultura greca coeva. Per lo stile Cipro-Greco, dei tre il più interessante, possiamo ricordare in questa sede la Testa di giovane con barba in calcare (no. 1968/V-30/696) di fine VI sec. a.C.: i tratti arcaici sono ancora assai evidenti, quali le sopracciglia incise così come il contorno occhi e la morbidezza, neutra ed impersonale, dei tratti del viso; ma il tipico sorriso arcaico, qui ancora presente, non si limita più ad infondere tridimensionalità alla bocca ed acquista invece maggior naturalezza, con i suoi zigomi leggermente rigonfi, mentre la testa, non più rigidamente assiale col corpo, si inclina appena verso sinistra con fare decisamente affabile; si noti poi la pettinatura di origine greca, con i molti riccioli fermati da un diadema a rosette, tipico delle statue votive; curiosa ed interessante è la resa della peluria facciale, dalla sequenza continua di piccoli fori che si susseguono al di sopra delle labbra per i baffi, rappresentazione forse ancora un po’ ingenua, alla fitta barba incolta, più naturalisticamente resa nel suo accennato disordine da numerose piccole incisioni incrociate. E’ indubbio una statua di grande naturalezza, ed anche di una certa simpatia, che richiama facilmente alla memoria lo straordinario volto del Cavaliere Rampin (VI sec. a.C.).

Per l’epoca classica la situazione è radicalmente diversa: numerosa, anche se non sempre di qualità, e diffusa soprattutto nella parte orientale dell’isola la scultura autoctona, abbondanti le importazioni dalla penisola greca. Ma prima di ammirare alcune sculture litiche, si dia un occhio alla scarsa ma pregevole piccola produzione metallica, di cui è bell’esempio la Statuetta di satiro in rame da Kourion, databile al V sec. a.C.: il satiro barbuto è rappresentato nudo e con in testa un elmetto a punta in una posa molto plastica ed espressiva, mentre con un rhyto conico tracanna allegramente vino (certo poco diluito) tratto da un anfora appuntita sorretta con l’ausilio delle gambe ricurve; anche l’espressione del volto, un po’ euforica e già un po’ spenta, ben si accorda con il personaggio del satiro ubriaco, permettendo all’insieme di apparire particolarmente gustoso per gli occhi. Si ricordi, a tal proposito, una delle più spiccate tendenze dell’arte cipriota in ogni ambito: il gusto per l’ilarità, spesso quasi comico, delle scene. «Questa figurina, molto vivace, è uno dei più grandi capolavori degli inizi del V sec. a.C.» (Il museo di Cipro, op. cit., p. 88).

Ma tornando alla scultura in pietra, noteremo innanzi tutto la sempre più preponderante influenza ionica, che ancora però non riesce del tutto ad emanciparsi da un gusto per il decorativismo e per il tratto più deciso assolutamente tipico dell’isola: abbiamo così la Piccola testa di Atena dal palazzo reale di Vouni (no. 210), databile al V sec. a.C., che certo risente dei modelli iconografici ateniesi ma che mostra tratti facciali più spiccatamente orientali e maggiormente scanalati; oppure la Testa di statua in calcare da Idalio (no. 1946/XII-24/2), ove la definizione dei tratti facciali è contemporaneamente più arcaica ed orientalizzante, mentre il gusto cipriota va ad accentuare di molto la già acuta sensibilità ionica per la decorazione, così da dar vita ad uno stile misto e molto ricco che Karageorghis definì cipro-ionico. Degna di nota è anche la Testa di ragazzo in calcare dal santuario di Potamia di fine V sec. a.C., rappresentante un giovane inghirlandato, forse un atleta, dal volto già classico e molto espressivo: i lineamenti non troppo idealizzati (in contrasto con la tradizione scultorea cipriota) tradiscono un accenno di ritrattistica, specialmente quanto al mento ed alla bocca; se non fosse per le evidenti dipendenze dall’arte greca di quell’epoca, soprattutto per quanto concerne occhi e bocca, si potrebbe datare la statua a quasi un secolo prima, data contemporaneamente la visibile presenza di spiccati elementi arcaici quali la pettinatura a riccioli e le rosette sulla fronte.

La bellissima Testa di statua femminile in calcare da Arsos (no. 282), databile al III sec. a.C., oltre ad essere una delle scultura cipriote di più alta qualità, con i suoi capelli fluenti separati al mezzo e riportati dietro al di sotto di un morbidissimo velo, insieme sorretti da un nastro, e con i suoi eleganti piccoli orecchini finemente lavorati, ci è anche testimone di numerosi aspetti: per prima cosa l’ormai preponderante idealizzazione dei volti nella scultura, che si contrappone alla invece sempre maggior tendenza ritrattistica della koinè artistica ellenistica; poi dell’estrema carenza di marmo sull’isola, che costringeva gli scultori locali a rinunciare alla possibilità di riprodurre il movimento o l’espressione delle statue marmoree, mentre questo volto si pone come straordinaria eccezione alla consuetudine archeologica; altra notevolissima eccezione è la già citata Afrodite nuda in marmo da Soloi (no. e510), che ripropone il modello della celebre Afrodite di Cirene. A tal proposito, un esempio invece di statua in calcare dalla meno riuscita naturalezza è la Statua di donna da Soloi (no.139) databile al IV sec. a.C.: nella parte nord dell’isola si era mantenuta una piccola culla di forte tradizione culturale egizia, che ovviamente si accentuerà sotto la dominazione tolemaica; in quest’area sono stati scavati due santuari, uno dedicato ad Afrodite-Iside, l’altro a Serapide: in quest’ultimo è stata rinvenuta questa statua alta 1 m dall’influenza mista, egeo-orientale nel volto, egizia nell’abito e soprattutto nei simboli su di esso presenti a rilievo e disposti per pannelli; è questa l’unico esemplare di statua con abito rituale di ispirazione egizia, normalmente indossato da chi partecipava ai culti misterici di Iside.

SALA VI – Scultura (Epoca Romana)

Il percorso nella scultura cipriota si conclude in quest’altra sala attigua, ove è raccolta la produzione di Età Romana. Di particolare pregio artistico è la Testa di grandezza naturale in calcare (no. 1948/V-14/5) databile al secondo quarto del I sec. d.C. Abbiamo già rilevato la forte tendenza cipriota alla idealizzazione dei tratti somatici; in realtà questa è una caratteristica prettamente scultorea, giacché nella piccola plastica la tendenza realistica si affermò anzi assai presto, con notevole anticipo sul resto del mondo mediterraneo (basti pensare alle figurine in argilla da Hagìa Irini); approdò finalmente alla scultura in pietra con l’Età Romana, grazie certo alla grandissima importanza che il ritratto aveva per l’arte latina. Questa testa in particolare mostra grande naturalezza d’espressione e cura per dettagli come le sopracciglia; leggermente più stilizzati labbra e capelli: indubbia la nobiltà di natali dei lineamenti; anche in virtù della datazione, v’è stato chi abbia identificato questo ritratto con quello dell’imperatore Caligola. Alle teste maschili frammenti di statue vanno aggiunte anche le due Teste bronzee di giovani da Soloi, scavate dalla missione archeologica canadese, che per le caratteristiche stilistiche sono da classificare come di epoca antonina. Caso a sé costituiscono le numerose statue identificate come ritratti dell’imperatore Settimio Severo rappresentato come atleta nudo, di cui quella esposta nel museo è l’unica nel genere che sia stata ritrovata sul suolo di Cipro.

SALA VIIA

La sala VIIA è in realtà suddivisa in parti contigue che raccolgono rispettivamente l’abbondante collezione di utensili e ninnoli in rame la prima, monete e sigilli la seconda, monete e ninnoli in oro la terza.

Si è già notato come nella Tarda Età del Bronzo la piccola plastica fosse assai diffusa e particolarmente numerose fossero le statuine votive in argilla; ci sono però pervenuti anche alcuni splendidi esemplari bronzei. La Statuetta di “Dio con le corna” e la Statuetta di “Dio Barbuto”, entrambe rinvenute in un santuario del sito di Enkomi, risalgono a circa il XII sec. a.C.; la prima in particolare, nonostante i suoi 55 cm, è la statua in bronzo più grande che sia stata trovata per l’epoca: con il suo corpo atletico di vaga memoria minoica per forma ma orientaleggiante per postura e posizione delle braccia, è solitamente identificato con il dio Apollo, principalmente per via di un’iscrizione da Tamassos che parla di un “Apollo di Alashiya” ed ancor più per un Apollo con le corna citato da un’iscrizione dal più vicino sito di Pyla; si suppone con una certa sicurezza che Apollo, giunto a Cipro con i primi coloni Achei forse provenienti dall’Arcadia, sia stato inizialmente venerato come divinità agreste, quindi collegata anche alla fertilità (di qui le corna taurine). Diverse altre sono le statuine bronzee rinvenute ad Enkomi e qui conservate: tra tutte si può ricordare il Gruppo di animali su carro rituale del XII sec. a.C., in cui è rappresentato un uomo che regge una corda legata ad un toro forse condotto in sacrificio giacché tutti e due posti sopra ad un carro; molte altre statuine di simile soggetto sono state trovate sul territorio insulare.

Tra i numerosissimi altri reperti ivi raccolti, molti dei quali (specialmente i gioielli) di straordinaria fattura artigiana, si possono ricordare: il Pettorale con decorazioni a rilievo in stile orientale (XIII sec. a.C.) da Enkomi; le Collane in stile egeo-orientale (XIV – XIII sec. a.C.) da Ayios Iacovos e da Enkomi; i raffinatissimi Due paia di orecchini in oro (XIII sec. a.C.) da Evreti e da Enkomi, di cui i primi con bucrani; l’Anello in stile miceneo con leone in rame e lamina d’oro (XIV sec. a.C.) da Enkomi e i due bellissimi Anelli di tecnica rara (XIII sec. a.C.) da Evreti decorati con motivi astratti a smalti in cloisonné e nastri d’oro; lo Scettro reale con falchi (XI sec. a.C.) da Kourion con decorazioni a smalto verde e bianco in cloisonné; l’Impugnatura di specchio in avorio (XIII sec. a.C.) da Kouklia con decorazioni di un guerriero (forse Eracle) che lotta con un leone nella parte piatta superiore e foglie e motivi ornamentali in quella inferiore (questo manufatto di altissimo artigianato ci testimonia tra l’altro come a partire dal XIII sec. a.C. a Cipro la lavorazione dell’avorio avesse raggiunto vette straordinarie, in nulla inferiori a quelle dei più ricchi popoli orientali); la meravigliosa Collana in stile egizio dal Tempio di Afrodite Golgia ad Arsos, composta di quaranta grani lenticolari in oro ricoperti da decorazione a puntini e conclusa da un amuleto cilindrico in agata con decorazioni in oro e con sopra le due corone dell’Alto e Basso Egitto con in mezzo un’ape. Quanto alle ciotole metalliche, superba è la ciotola d’argento decorata con teste di toro da Enkomi (tomba 2, no. 4207), la cui parte esterna presenta bucrani ageminati in oro ed intarsiati in niello alternati a fiori di loto, mentre la parte inferiore è interamente occupata da archi contenenti rosoni a contorno della base; poiché simile ad una ciotola trovata in una tomba a thòlos a Dendra (Peloponneso), si è supposto che sia stata prodotta a Cipro da artigiani micenei; in ogni caso, il risultato è straordinario.

SALA XIX – Sculture funerarie

In questa sala sono raccolte le numerose stele funerarie in marmo o calcare, ritrovate soprattutto a Marion e, come già osservato in precedenza, per lo più importate da Atene.

Quanto alle statue funerarie raccolte in questa sala, queste sono assai diverse fra loro, ma sono tutte accomunate dal tema (prevalentemente uomini e donne sedute) e dalla fortissima dipendenza da prototipi greci copiati con non eccellenti risultati. Di mediocre fattura è ad esempio la Statua di donna in argilla da Marion (no.1964/XII-19/5), appartenente alla tomba relativamente povera di chi non poteva permettersi una statua in marmo; la generica banalità del volto rispetto invece alla maggior attenzione alla resa dei panneggi dell’imation denotano senza ombra di dubbio il totale abbandono di qualsivoglia “carattere cipriota”, con una totale prevalenza nell’imitazione dei canoni greci.

SALA VIIB – Riproduzioni di tombe

Questa piccola sala posta al mezzo tra la biblioteca e la Sala XX presenta un esaustivo, anche se sintetico, tentativo di ricostruire qualche tipico modello di tomba cipriota. Il suo contenuto, per quanto interessante, non è quindi di pertinenza della nostra trattazione.

SALA XX – Oggetti dalle tombe di Salamina

I siti archeologici di Marion e Salamina Cipriota si sono rivelati in assoluto tra i più ricchi mai rinvenuti; il primo (ma anche il secondo) è poi particolarmente prezioso per lo studio dei traffici commerciali con la Grecia e l’Egeo, mentre il secondo si distingue per la presenza delle ricchissime tombe reali dei potenti sovrani che ressero questo importante regno cipriota. Tralasciando per il momento la produzione scultorea, cui è stata riservata una sala a sé stante, possiamo qui ammirare i meravigliosi reperti regali, tra cui due oggetti si impongono alla nostra attenzione.

La Spada reale (600 a.C. ca.) in ferro con elsa in legno dalla tomba 3, particolarmente importante anche da un punto di vista filologico, giacché presenta chiodi in rame ricoperti da un sottile strato d’argento per bloccare l’elsa all’impugnatura, tali da ricordare la clausola omerica “argyróelon” «decorato con chiodi d’argento» (cfr. Il. II, 45 / VII, 303 / XIII, 610 ed Od. VIII, 406 / VIII, 416 solo per citarne alcuni di quelli in cui l’attributo è riferito a xìphos “spada” e senza tenere conto delle ricorrenze in cui è invece riferito a phasgànon “pugnale” o thrónon “trono”), spesso citato da omeristi che volessero avvalorare l’ipotesi dell’età micenea degli oggetti descritti dal poeta e che però sono stati palesemente smentiti nelle loro supposizioni dal ritrovamento di questa spada, chiaramente di tutt’altra epoca.

Il Trono reale (fine VIII sec. a.C.) dalla tomba 79 (ritrovato insieme ad altri due e ad un letto) è in legno e completamente rivestito d’avorio: la parte posteriore era decorata con bande di spirali ed antemi, mentre sulla parte superiore si riconoscono resti di decorazione a scaglie con sottili lamine d’oro; ma i particolari più straordinari sono le due lastre scolpite originariamente collocate ciascuna sul lato esterno di un bracciolo e raffiguranti la prima una sfinge alata reggente gli stemmi dell’Alto e Basso Egitto, la seconda un fiore di loto stilizzato, mentre i vari dettagli sono in rilievo e scolpiti con incrostazioni di colore blu e grigio tra gli intarsi dorati. Come si è già avuto modo di rilevare, la manifattura della decorazione è sicuramente da imputare agli abilissimi maestri ciprioti decoratori dell’avorio importato dall’Egitto.

SALA XVIII – Epigrafia

I primi esempi di scrittura appaiono a Cipro intorno al XVI-XV sec. a.C. ed assomiglia molto da vicino alla Lineare A cretese: sorta infatti su influenza minoica, è detta Cipro-Cretese o Eteocipriota ed è attestataci da numerosissime tavolette, tra cui il celebre Sillabario Cipriota, ma attende ancora di essere decifrata. Tale lingua ha continuato ad essere impiegata fino alla fine del XIII sec. a.C., come testimoniatoci da alcune tavolette rinvenute ad Enkomi, e diffusamente come caratteri per la traslitterazione del greco fino alle soglie dell’Ellenismo. E’ interessante notare che, differentemente da quelle egee, le iscrizioni cipriote sono incise su tavolette d’argilla, tipiche di tutto l’Oriente, sulle quali i caratteri cuneiformi erano apposti prima della cottura. I testi pervenutivi sono prevalentemente continui e quindi non paiono liste commerciali (come quelle tradotte da Ventris per la Lineare B), ma potrebbero essere narrazioni, forse poemi. L’Eteocipriota era certamente diffuso sull’intera isola, anche se per ora solamente il sito di Enkomi ha restituito delle tavolette; tuttavia, stili in osso per incidere le epigrafi sono stati rinvenuti a Kition e Palaepaphos.

SALA XXI – Oggetti esposti della Tarda Età del Bronzo da Enkomi e Kition

Dei molti reperti esposti in questa piccola sala al primo piano, l’oggetto forse più interessante è il Centauro bicefalo da Enkomi, databile a circa il 1100 a.C., ritrovato nello stesso santuario delle due statuine di “Dio con le corna” precedentemente incontrate. Di per sé potrebbe essere incluso nella tradizione di animali fittili dipinti che si può far risalire fino all’età micenea, ma la cosa che lo rende assai interessante, sia per la Storia dell’Arte che per quella culturale delle interconnessioni tra Cipro e l’Egeo, è quello che rappresenta: un centauro bicefalo (con teste probabilmente una maschile ed una femminile) mezzo umano e mezzo toro (come ci testimoniano il corpo cilindrico ed i piedi), decorato con motivi lineari dipinti ed evidentemente collegato al culto della fertilità; offerte votive a forma di centauro sono attestate anche nel corpus di statuine da Haghìa Irini. Nell’arte e nella mitologia greca siamo soliti pensare al centauro come mezzo uomo e mezzo cavallo, ma ritrovamenti archeologici attestano questa “versione” taurina già molto anticamente nell’iconografia egea e di Creta (che nell’Età del Bronzo a Cipro ha già tramandato anche figurine umane votive con braccia alzate a forma di psi greca tipiche dell’arte post-minoica e che sopravvissero a Cipro fino a tutta l’Età Classica): tra l’altro, questo centauro da Enkomi (ne sono stati trovati altri due, ma questo è l’unico integro) è assai simile per forma e fattura a quelli egei; è però difficile dire con certezza se tale rappresentazione giunse in Grecia dall’Oriente via Cipro o se furono i Greci stessi ad introdurla sull’isola del rame sul finire del XII sec. a.C.

SALA VIII – Sculture da Salamina

Abbiamo già accennato al fatto che il sito di Salamina Cipriota è, insieme a Marion, quello che, specialmente per la sua Necropoli, ci ha restituito il maggior numero di statue, in particolare per il IV ed il III sec. a.C.

La Testa di statua femminile in argilla (tomba 77, no. 870) appartiene a quel nutrito gruppo di teste modellate ritrovate nel 1966 intorno alla pira del cenotafio di Nicocreon, figlio di Pintagora, ultimo re di Salamina, fatto uccidere da Tolomeo, Diadoco d’Egitto, nel 311 a.C. Tutte queste teste dovevano rappresentare coloro che, uccisi violentemente, raccoltisi intorno alla pira partecipavano agli onori funebri per il defunto offerti dalla città; le teste di anziano dovevano essere con tutta probabilità autentici ritratti, mentre quelle di giovani uomini e donna (come quella qui esposta) sono del tutto idealizzate e risentono fortemente dell’influenza stilistica degli scultori greci Skopas e Lisippo. Si suppone che queste teste fossero montate su corpi d’argilla non modellata montata su pali ed abbigliati con vere vesti, al fine di rendere meglio l’idea della partecipazione al rito funebre; alcune di esse indossavano anche corone in oro trovate fuse nella cenere della pira.

Pregevolissimo esempio di scultura greca di importazione è invece la già citata Testa di Afrodite (o Afrodite Hygeia) in marmo pentelico (no. 2. 245), ritrovata nel Ginnasio Romano tra le macerie del colonnato sud della Palestra. Il volto, delicatissimo, è quello di una ragazza con fluenti capelli raccolti sulla parte alta della testa, mentre le labbra carnose si dischiudono appena e gli occhi trasognanti sono fissati verso un orizzonte ampio ed ipnotico; elegante è il piccolo orecchio ben scavato e contornato dai capelli, mentre le guance dai lineamenti morbidi sembrano pregare per una carezza. L’espressione seria e dolce insieme ricorda l’arte greca di inizio IV sec. a.C. (epoca cui solitamente questa statua viene ricondotta) e in particolare «quel periodo di transizione dall’arte di Fidia a quella di Prassitele» (Il museo di Cipro, op. cit., p. 106): non a caso il suo volto richiama assai da vicino quello di Hermes nel celebre Hermes e Dioniso di Prassitele. Come ci informa Isocrate, erano quelli gli anni in cui numerosi greci si recavano a Salamina alla corte di Evagora I, sovrano capofila nella propagazione degli ideali del Primo Ellenismo a Cipro.

SALA IX – Figurine d’argilla

In questa ultima sala sono raccolte la maggior parte delle figurine in argilla della collezione museale databili dall’Età del Bronzo in poi. Come si è già avuto modo di notare, questa fu una produzione ingente, con caratteristiche di naturalismo, ironia ed a tratti anche ritrattistica del tutto eccezionali nell’arte antica. Queste sono numerosissime, impossibili (anche se assolutamente meritevoli) da descrivere tutte in questa sede; ci limiteremo quindi a pochi casi particolarmente interessanti.

Uno di questi sono le cosiddette Figurine Astarte” (di cui in particolare le no. A. 44 e no. A. 50, XIII sec. a.C.), ossia piccole statuine rappresentanti donne nude prodotte a Cipro dal Calcolitico a tutta l’Età del Bronzo: rotondeggianti e molto curate, spesso policrome, sono solitamente raffigurate con le mani poggiate subito al di sotto dei seni, mentre il bacino è differenziato dal resto del corpo con vernice e linee incise. Tali figurine sono assai frequenti nelle tombe, come accompagnamento per i morti.

A partire dal VI sec. a.C. le statuine, trovate soprattutto in santuari agresti, guadagnarono in naturalismo e fantasia, spesso vivacemente colorate ed unificate in gruppi più complessi, come per il Modello di carro da guerra da Ovgoros (no. 1955/IX-26/1), databile appunto al VI sec. a.C. e che tra l’altro ci conferma la notizia erodotea secondo cui, differentemente che in Grecia (ove furono soppiantati per l’evidente superiorità della falange oplitica), a Cipro in carri da guerra furono impiegati fino a tutta l’età classica. Da citare poi anche per pregevole fattura il Modello di nave con equipaggio da Kalo Chorio di Kliros (no. 1933/XII-30/6(5)) di VII-VI sec. a.C., il Complesso di toro e due figure umane da Meniko (sempre legate al culto della fertilità e databili al 500 a.C. ca.), le Donne svolgenti attività domestiche da Tamassos di VI sec. a.C. e le Figurine rappresentanti il parto da un santuario arcaico a Lapithos e databili al VI sec. a.C., probabili offerte alla “Dea Madre” e che si pongono anche come importanti testimonianze figurative per la storia della medicina.

Si annoverano inoltre anche numerose figurine micenee in argilla, tra le quali citiamo la policroma Figurina micenea di toro e torero (no. A. 32).

N.d.A. Giunti così al termine, mi sento in dovere di rivolgere un ringraziamento particolare a Pietro Maria Liuzzo e Maria Lucia Amadio, che con i loro preziosi consigli hanno prontamente ovviato alle colpe della mia inesperienza

di Alessio Costarelli

Bibliografia

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Un Commento a “Il Museo di Cipro (parte III) – La collezione”

  1. […] diviso in tre parti, I sulla storia del museo, II sull’arte cipriota in generale e III sulla collezione del museo. Se avete in programma un viaggio a Cipro non potete perderveli. E anche […]

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